Sepolto sotto la neve

Dal diario di guerra di Francesco Ferruccio Zattini (30 maggio 1892 / 30 novembre 1977), militare del 9°reggimento bersaglieri

6 marzo 1916

Anima santa e bella di Papà mio! Fosti tu che mi venisti a riparare, a salvare dalla morte che certamente doveva colpirmi, il giorno 4. Sembrami di vederti ancora a me dinanzi quando la valanga urlando come una belva ferita continuava la sua precipitosa fuga, passandomi sopra, e tu papà mio eri certamente là, a farmi scudo col tuo corpo ed a mantenermi sempre avvinto all’albero che avevo acchiappato. Si, tu solo puoi avermi aiutato a resistere a quella inumana forza che voleva trascinarmi nell’abisso ed a farmi rivedere la luce santa del giorno. Narro alla meglio, come me lo permette l’agitazione che di tanto in tanto mi tormenta, la memoranda giornata 4 marzo.

Al mattino appena giorno lasciammo i baraccamenti e tutto il battaglione andammo in trincea. La 7° Compagnia era in testa, seguiva la 6° e 5°. Nevicava sempre, però più lentamente del giorno innanzi. Il sentiero era stato tracciato nella neve dalla Fanteria che ancora non era andata via, di modo che la strada era pesante sì, ma non difficile. Dopo un’oretta e mezza si giunse ove era il comando del Battaglione. Qui, fummo divisi e distribuiti nelle varie direzioni delle trincee. Il primo plotone e parte il secondo, ossia 60 uomini della 7° Compagnia fummo destinati a quota, così dissero. Un sottotenente, quello del 1° plotone ci comandava e ci guidava. Principiammo a salire il sentiero che una targhetta indicava: “Via Robon”. Dopo un’ora di cammino si giunse al 1° posto di corrispondenza ove era il Cap. Magg. Tacchinardi mio capo squadra e sette uomini venuti il giorno innanzi. Fatti neppure altri 100 metri, dovemmo fermarci perché il sentiero era ingombro di neve e non si poteva passare. Principiarono da questo i dolori. Avuti otto badili si principiò a rifare il sentiero. La neve superava i due metri, e siccome non smetteva ancora di nevicare, era come sabbia, e chi si provava a salire affondava tutto. Bisognò quindi (?) per (?) toglierla tutta. Lo zaino intanto gravava sulle spalle aumentato dal peso della neve che si accumulava. Fatti una cinquantina di metri di sentiero, si vide innanzi la trincea del vecchio sentiero che si delineava appena. Si sperava di poterci arrivare e che per il rimanente del percorso si trovasse praticabile, quando il Sig.Tenente grida indietro, indietro una frana di neve! Sette degli otto che lavoriamo fecero in tempo a ritirarsi, uno fu trasportato cento metri lontano e trattenuto da una pianta. Fu ritirato su con una fune lanciatagli e trasportato al posto di corrispondenza. Noi tutti che per la prima volta vedevamo fare un simile scherzo dalla neve, restammo sorpresi ed impressionati e se non era il Sig. Tenente che a viva forza ci trattenne saremmo tornati indietro. Invece bisognò riprincipiare il lavoro che credevamo ultimato.

Scambiandoci i sette badili, lavorammo ad aprire innanzi a noi il sentiero fino alle 16 e la quota (?) ove eravamo diretti non solo non si vedeva, ma il Sig. Tenente non fu… di stabilire dove fosse. Fu per questa ragione, e ritenevo impossibile di giungere prima di notte a destinazione che, ci ordinò di ritornare indietro facendoci fermare al 1° posto di corrispondenza ed attendere lui che si recava al Comando Battaglione a chiedere come doveva contenersi.

Attendevamo tutti, con impazienza, si consideri che eravamo digiuni se si esclude il ben poco caffè bevuto al mattino, ed erano dieci ore che o si teneva lo zaino sulle spalle o si lavorava col badile per fare il sentiero, eppure dovevamo rimanere lì, sotto la neve che leggermente sì, ma sempre cadeva. Era una situazione ove la nostra pazienza era messa a ben dura prova. Ma come quando uno, addolorato da qualche sventura si lamenta di essere disgraziato e qualche nuovo e più atroce dolore sopraggiunge, così avvenne a noi.

Mentre tutti ci lamentavamo di quel soffrire, una valanga (?) come belva ferita ci investì senza darci il tempo di fuggire.

Fu un momento, un attimo anzi, che non permise neppure di gridare. Io, fortunatamente mi ero tolto lo zaino dalle spalle e invece di sedermici sopra come sempre avviene, mi ero appoggiato al grosso albero che sosteneva la baracca del posto di corrispondenza. E quando ebbi la percezione del disastro che ci minacciava, per istinto di difensiva o protezione, mi attaccai con tutte le forze che la lotta per l’esistenza infonde al primo grosso ramo di detto albero. Fu questo un vero miracolo! La valanga, investendomi a pieno, voleva trascinarmi nella sua fuga precipitosa, sentivo una pressione intorno alla (?) corpo, che mi toglieva il respiro, la testa che avevo ritirato nelle spalle sembrava volesse da un momento all’altro staccarsi. Trattenevo il respiro perché sembravami che respirando non potevo far forza, intanto, un rumore che chiamo infernale, perché altro nome non merita, era intorno a me, nella testa e quando si allontanò e (?) stabilire di essere passata la bufera, vado per aprire gli occhi, ma non potei, la neve mi aveva ricoperto tutto. Mi si strinse il cuore e se non mi fosse comparso papà, il povero babbo mio innanzi che sembravami rispondere alle mie invocazioni di aiuto, certamente non avrei fatto nessuno sforzo per liberarmi ed avrei atteso la morte che con certezza non sarebbe tardata a venire che pochi minuti.

Invece no, con l’impressione il mio povero babbo si adoperava per liberarmi, io che sempre ero avvinto al ramo, mi provai a tirar sù, ma non ero capace. Contemporaneamente sentivo qualche cosa muoversi sotto i piedi e come una molla che mi sollevasse, accoppiando così i miei sforzi, potei finalmente tirar fuori la testa, respirare e vedere… tutto bianco, solo cinque o sei dei sessanta che eravamo erano nella condizione mia più fortunata di tutti invero. Una volta tirata fuori la testa, potei facilmente liberarmi tutto, e dall’apertura che tirando fuori il mio corpo si era fatta, vidi un compagno che faceva sforzi disperati per muoversi ma come poteva mai da solo liberarsi di oltre due metri di neve che lo avevano ricoperto? Balbettando, perché parlare bene non potevo gli feci capire di stendermi una mano, la strinsi forte, mentre ero disteso sulla neve e con la sinistra stringevo il ramo che mi salvò, potei tirarlo su, ma era in condizioni da far pietà, gli usciva dalla bocca un liquore verdastro ed il naso gli faceva sangue, ma non importa era salvo! Gli altri cinquanta e più compagni che mancavano dove erano?! Mistero! Non si vedeva che neve, neve e null’altro che neve. Come gridai, come gridammo noi pochi che da soli ci eravamo salvati? Cosa gridammo?

Furono certamente gridi di aiuto perché in pochi minuti a centinaia vennero i Bersaglieri armati di badile e con la loro umanitaria opera salvarono non pochi da certa morte. Non posso descrivere il mio stato d’animo. No, certe cose non si possono scrivere. E poi, a vedere disseppellire i giovani miei compagni privi di sensi la maggior parte, e contusi e feriti, le forze già fiaccate dallo sforzo sostenuto mi mancarono, e mi ritrovai qui all’infermeria ove tutt’ora mi trovo, per delle contusioni al petto ed alle gambe. E’ cosa da nulla la mia però. Il guaio è per i nove compagni, mancati all’appello. Otto ritrovati già cadavere ed uno non ancora rinvenuto. Zeppieri, l’unico dei quattro amici (Serg. Pichi, Salvatori, Soldatini si trovano al plotone) che mi sia rimasto, fu estratto dopo circa un’ora che era stato sepolto! Era nero o per meglio dire pavonazzo, aveva le membra tutte gonfie, era privo di sensi. Solo un filo di vita doveva essergli rimasto perché il Sig. Tenente (?) che subito si era recato sul luogo del disastro, lo richiamò alla vita a forza di respirazione artificiale, frizioni ed iniezioni. Ora anch’esso è con me, ma poveretto ancora non ha riacquistato la lucidità di mente e non può muoversi. Ne avrà per un’altra settimana ancora. Poi anch’esso riprenderà la vita militare, non di De Amicis però, ma la vita dei militari in prima linea. Io forse questa sera tornerò al mio plotone mi sento, come debbo dire, male o bene? Se fossi a casa direi male, ma qui, che non riconoscono quelli che hanno la febbre a 38° e gli danno servizio, debbo dire mi sento bene, intanto è la stessa cosa bene o male si deve fare servizio per forza o per buona voglia.

In questo momento, strana rapidità di pensiero, mi viene in mente il Cav. Uff. A. Sbardella. La sua figura, di avaro spilorcio mi fa saluto; tanto più che ripenso quando gridava in mezzo alla piazza, ossia alla farmacia della Cricca Aristocratica: Sì vogliamo la guerra per schiacciare i tedeschi. Con un mese saremo a Vienna… Venga lui qui, con la sua gamba morta, e con tutto il suo oro a vedere, a constatare i patimenti, le lotte terribili che si debbono affrontare. Poteva esserci lui nel boschetto sul Monte Craio, quando in 24 minuti della mia Compagnia che allora si chiamava 6° furono messi fuori combattimento durante l’assalto alla baionetta ben 124 uomini su 280. Poteva esserci lui in quei… bei… momenti, come poteva trovarsi lui senz’altro sotto la valanga, e poi lo vorrei sentir gridare ancora «Evviva la guerra». Andiamo a Vienna. Vai piuttosto a buttarti a fiume o uomo dannoso, e grida che ti sta meglio Evviva gli strozzini, i sfruttatori dei lavoratori, i turlupinatori di giovani.

Questo grido di rabbia che per la prima volta durante il tempo di guerra mi ha vinto e costretto ad annotarlo, è l’espressione del mio animo in questo momento che spero passi presto. Intanto per non essere o meglio per non dire qualche smarrone per ora smetto di scrivere.

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