1930: Succedeva a Salce

Ottantasette anni fa il progetto di una chiesa mai costruita

Nel giugno 1930 don Ettore Zanetti parroco di Salce, scriveva tra l’altro, nel Bollettino Parrocchiale: “Un anno fa il nostro amatissimo Vescovo gettò in mezzo a voi il buon seme quando esprimeva il desiderio suo vivissimo che la nostra chiesa parrocchiale venisse ingrandita e rinnovata, e raccomandava “vivamente alla carità dei buoni l’opera veramente necessaria, invocando su tutti gli offerenti ogni abbondanza di celesti favori””.

La richiesta del Vescovo Giosuè Cattarossi venne accolta, venne progettata una chiesa “grande e bella”, vennero raccolte delle offerte, ci furono (come sempre accade) delle critiche, dei dubbi e delle difficoltà.

C’era chi consigliava “a non dar nulla per la chiesa, se non sarà per sorgere in quel o in quest’altro sito, o finché non siano incominciati i lavori” e così via.

Gli anni trenta passarono senza risultati concreti, poi ci fu la guerra, che durò 5 anni, e il difficile dopoguerra. Dal gennaio 1932 al giugno 1952, sul Bollettino Parrocchiale ai lati del titolo “Voce amica”, c’era a sinistra la foto della chiesa da “ingrandire e rinnovare” e a destra il disegno di quella “futura”.

Nel 1950 arrivò il nuovo Parroco don Gioacchino Belli. Egli scrisse nel suo diario: “16.12.1951 – Prima Visita Pastorale del Vescovo Mons. Gioacchino Muccin. Il Vescovo lamenta lo stato di abbandono in cui si trovano tutte le chiese frazionali; anche la parrocchiale è in stato pietoso”.

Dal libro “La Parrocchia di Salce”, sempre di don Gioacchino, riportiamo: “Dal 1957 al 1972 – abbandonata definitivamente l’idea di  demolire la chiesa di S. Bartolomeo per erigervi la nuova parrocchiale conforme al progetto del 1930 dell’Arch. L. Candiani di Treviso,   rivelatosi irrealizzabile, la Parrocchia, nel 1957, iniziò un programma di lavori di consolidamento e di abbellimento che diedero all’edificio  l’aspetto decoroso e il volto nuovo che attualmente presenta”. Passarono, quindi, 27 anni costellati da tante incertezze, prima di rinunciare  a quel progetto, quel sogno, tanto ambizioso e oneroso per la nostra comunità.

Armando Dal Pont

 

(Articolo per il Col Maòr n. 1 del 2010)

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