Macchè Eccellenza… Alpino!

L’avventurosa ed eroica storia di Italo Balbo, eroe e Alpino.

Alle ore 17:30 del 31 ottobre 1918 il plotone arditi del Battaglione Pieve di Cadore entrò in Feltre, costringendo i nemici al ripiegamento e ad abbandonare la città. Il plotone era comandato dal tenente Italo Balbo.
Una stele in via Liberazione a Feltre ricorda questo avvenimento. Se questa stele ha resistito al 25 luglio e all’ 8 settembre 1943, ai giorni della liberazione nel maggio 1945 ed agli ultimi 60 anni di vicissitudini politiche, lo dobbiamo al senso civico dei Feltrini ed alla stima che Balbo seppe conquistare in tutti gli Italiani.

stele italo balbo

La stele in Via Liberazione a Feltre

Italo Balbo fu infatti uno dei principali artefici dell’espansione e dell’ascesa al potere del movimento fascista e l’uomo politico più potente del ventennio (il periodo fascista: 1922-1943), dopo il Duce.
Alla fine degli anni 30, la sua visione rinnovatrice della politica italiana lo portò in contrasto con Mussolini e questo forse gli costò la vita.

In prima linea.

Balbo nacque il 5 giugno 1896 a Quartesana, frazione del comune di Ferrara. Alla vigilia dell’intervento italiano si arruolò come volontario e dal maggio 1915 (mese in cui l’Italia entrò in guerra) prestò servizio come motociclista nella zona costiera di Comacchio. Fece poi domanda di ammissione ai corsi per ufficiali e nell’autunno del ‘16 entrò alla Scuola Militare di Modena. Il 28 aprile 1917 fu destinato al Battaglione Val Fella dell’ 8° Reggimento Alpini come aspirante ufficiale.
Promosso sottotenente di complemento in settembre, fu subito trasferito, su sua domanda, alla scuola aeronautica di Torino per imparare a pilotare un aeroplano, la vera aspirazione della sua vita.
Ma pochi giorni dopo, a causa dell’offensiva austro-tedesca di Caporetto ed il crollo del fronte italiano, fu costretto a tornare al fronte e venne assegnato al Battaglione “Monte Antelao” del 7° Alpini, in linea nel settore del Monte Altissimo (nel veronese), una zona non particolarmente impegnata del fronte.
Con la nomina a tenente, nel maggio 1918 venne assegnato al Battaglione “Pieve di Cadore” dove gli fu affidato il comando del plotone d’assalto del battaglione. Il plotone del tenente Balbo, che finalmente potè dimostrare le sue doti di trascinatore di uomini, condusse un’attività di pattuglie e di imboscate al nemico così intensa ed efficace che il Comando Supremo conferì al comandante Balbo la medaglia d’argento al valore militare datata Dosso Casina 14 agosto 1918. Con l’offensiva finale sul Grappa iniziata il 24 ottobre, tutto il Battaglione fu schierato all’attacco contro il Monte Valderoa. L’attacco, che non riuscì a conseguire il successo sperato, vide in primissima linea il plotone di Balbo che giunse da solo sotto i reticolati nemici.
Per questo suo comportamento gli venne conferita la seconda medaglia d’argento datata Monte Valderoa 27 ottobre 1918. Nel ripetuto assalto del 30 ottobre, questa volta vittorioso, ancora una volta Balbo si distinse conducendo il suo plotone all’attacco e catturando prigionieri ed armamenti, come compare nella motivazione della medaglia di bronzo datata Monte Valderoa 30 ottobre – Rasai 31 ottobre 1918.
Con il ripiegamento degli Austriaci incalzati dai reparti del “Pieve di Cadore”, con alla testa il plotone arditi di Balbo, la sera del 31 ottobre venne liberata Feltre.
Il 4 novembre successivo la guerra si concluse a Vittorio Veneto.

Il dopo guerra.

Nell’immediato dopo guerra Balbo si iscrisse all’università di Firenze nella facoltà di scienze sociali, restando in forza al 8° Alpini come ufficiale studente.
Nel luglio 1919, durante un rientro in caserma a Udine, nacque l’idea tra i giovani ufficiali del reparto di fondare il giornale “L’Alpino”. Balbo ne fu nominato Direttore, essendo l’unico ad avere un minimo di esperienza giornalistica. Il primo numero usci il 24 agosto 1919.

non si passaA seguito della smobilitazione dell’esercito, il giornale chiuse la redazione friulana e presi contatti con l’ Associazione Nazionale Alpini di Milano, costituita ufficialmente da pochi mesi l’8 luglio 1919, lo stesso Balbo consegnò a questa tutto il materiale redazionale. La direzione del giornale fu assunta da Maso Bisio.
Nel 1920 Balbo tornò a Ferrara, aderì al fascismo e divenne segretario della federazione fascista ferrarese.
Il 28 ottobre 1922 fu uno dei “quadrunviri” della marcia su Roma insieme a De Bono, De Vecchi e Bianchi.
Nel 1924 fu nominato comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (i reparti di camicie nere).

La passione per il volo.

Nel 1926 fu nominato sottosegretario per l’aeronautica ove si dedicò con frenetico attivismo ed entusiasmo allo sviluppo dell’arma aerea. Con questo incarico poté abbinare il lavoro alla passione e divenne un esperto pilota. Nel 1929, a soli 33 anni, fu nominato ministro dell’aviazione.
Tra il 1928 ed il ’33 fu protagonista di spettacolari crociere aeree che lo resero famoso ed ammirato nel mondo. Particolare scalpore suscitò la trasvolata di 24 idrovolanti da Roma a Chicago e New York e ritorno.
Nelle città americane a questi piloti fu riservata un’accoglienza trionfale. A Chicago a Balbo fu intitolata una strada tutt’oggi esistente, la Balbo Avenue.
aereo balboCon queste imprese Balbo mirava a fondere l’impresa sportiva con una dimostrazione di efficienza organizzativa e bellica. Inoltre queste manifestazioni attiravano sul governo fascista il consenso entusiasta degli Italiani in Patria ed all’estero e questo non poteva non trovare l’approvazione del Duce.
Ma Balbo, con i suoi successi e con la sua dinamicità, si era attirato delle inimicizie all’interno del partito e del governo fascista. Mussolini trovò il modo di allontanarlo da Roma assegnandogli però un ruolo di grande prestigio: nel 1934 fu nominato Governatore generale della Libia e fu trasferito a Tripoli.
Malgrado gli innumerevoli impegni, rimase sempre in stretto contatto con l’Associazione Nazionale Alpini.
Appassionato frequentatore delle Adunate Nazionali, fu lui a volere nel 1935 la 16^ Adunata Nazionale a Tripoli. In quell’occasione, agli Alpini che lo salutavano chiamandolo “Sua Eccellenza” rispondeva: ”Macchè Eccellenza. Sono un Alpino tra gli Alpini!”.

Una morte misteriosa.

Il 28 giugno 1940 il trimotore SM-79 su cui volava Italo Balbo con altre otto persone, venne abbattuto dalla contraerea italiana nel cielo di Tobruck. Benché ufficialmente archiviato come un fatale errore, sin dal primo momento, su quell’incidente, circolò il sospetto di un complotto orchestrato da Mussolini.
Una decina di anni fa un reduce del 202° Reggimento di Artiglieria si assunse la responsabilità dell’abbattimento raccontando la sua versione dei fatti; eccola: “Macchè congiura. Quel giorno in batteria non c’era nemmeno un ufficiale ed io ero un ragazzo di vent’anni spaventato dalla guerra. Era dall’alba che subivamo incursioni di bombardieri inglesi che solcavano il cielo ogni quarto d’ora. Improvvisamente abbiamo visto due aerei. Si vedevano male e abbiamo aperto il fuoco. Diedi io l’ordine di sparare con le nostre mitragliatrici Breda da 20 mm. Ne colpimmo uno che ci passò sopra lasciando una scia di fumo. Subito dopo cadde poco lontano incendiandosi. Quando scoprimmo che avevamo ucciso Balbo fu una tragedia per tutti noi. Omicidio di regime? Una vera sciocchezza.”
Con Balbo trovò la morte anche il giornalista Nello Quilici, padre del famoso giornalista naturalista Folco Quilici, il quale contesta apertamente questa versione per i seguenti motivi:
1) anche il più novellino dei soldati di una batteria contraerea non poteva non conoscere la sagoma di un SM-79 che era unica ed inconfondibile. Non solo, inconfondibile era anche il rumore dei tre potenti motori Alfa Romeo. Un rumore che era distinguibile anche a 4-5000 metri di distanza.
2) le mitraglie Breda non erano armi contraeree ed usarle come tali significava sprecare munizioni. Le Breda non erano in grado di danneggiare seriamente un SM-79.
3) era appena iniziata la guerra (da 18 giorni), gli Inglesi bombardano ripetutamente dalla mattina ed in batteria non c’era né un ufficiale né un sottufficiale? Inaudito!

Più fondata è la versione secondo la quale ad abbattere il nostro aereo sia stato l’incrociatore corazzato “San Giorgio”, ormeggiato nella baia di Tobruck. Questo è il racconto di alcuni marinai dell’incrociatore: ”Durante un bombardamento nemico l’incrociatore aprì un violento fuoco di contraerea. Un aereo colpito precipitò dietro le postazioni italiane esplodendo. Tutti a bordo dell’incrociatore battemmo le mani e ci abbracciammo. Avevamo abbattuto il nostro primo aereo!! Si seppe poi che l’aereo abbattuto era un velivolo italiano e che a bordo viaggiava il maresciallo dell’aria Italo Balbo.”
Fu la stessa Regia Marina ad ammettere il tragico errore, ma nel dopo guerra un ufficiale della “San Giorgio” dichiarò di aver ricevuto l’ordine di far fuoco su quel velivolo malgrado fosse italiano.
Gli stessi familiari di Balbo sostennero la tesi del complotto; la vedova diceva apertamente a coloro che andavano a porgerle le condoglianze: ”E’ stato Lui ad uccidere mio marito.”
Sembra comunque che Mussolini non avesse la responsabilità dell’abbattimento e che si sia trattato realmente di un incidente.
Ma allora perché tante voci sul coinvolgimento del Duce in questo incidente?
Che Balbo avesse l’ambizione di succedere a Mussolini tutti lo sapevano.

Balbo confidò anche quello che avrebbe dovuto restare “top secret”: ”Un giorno Umberto sarà Re ed io il suo primo ministro.”
E qui inizia una delle pagine poco conosciute della nostra Storia. Un episodio che avrebbe certamente mutato il corso degli avvenimenti del nostro paese.Subito dopo l’invasione della Polonia, molti esponenti del governo fascista contrari all’alleanza con i Tedeschi, cercarono di attuare un tentativo pumberto di savoiaer evitare un coinvolgimento dell’Italia nel conflitto appena scoppiato.
I principali ispiratori di questo piano, che aveva lo scopo di rovesciare il governo di Mussolini e di rompere il “patto d’Acciaio” con la Germania, furono il principe Umberto (figlio del Re Vittorio Emanuele III e futuro Re Umberto II (regnò solo un mese), la principessa Maria Josè, moglie di Umberto, e lo stesso Balbo.
Il piano aveva anche l’appoggio dell’ormai stanco Re Vittorio Emanuele III.
Questo “golpe”, istituzionalmente corretto e costituzionalmente applicabile, si sarebbe svolto nel seguente modo: il Re avrebbe abdicato a favore del figlio, il quale avrebbe nominato come primo ministro del suo governo Italo Balbo. Per la definitiva attuazione del piano fu chiesto anche il consenso alla Chiesa nella persona del neo eletto Papa Pio XII. Il Papa chiese tempo per riflettere. Poi diede parere sfavorevole preoccupato che un simile mutamento potesse portare ad una guerra civile in Italia ed a ritorsioni di Hitler contro i Tedeschi di fede cattolico-romana.
E così, senza “se” e senza “ma”, la Storia ha seguito il corso drammatico che tutti conosciamo.

 

(Articolo di Daniele Luciano per il Col Maòr n. 2 del 2007)

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