25 Aprile: una celebrazione che divide…

…e forse è anche colpa nostra.

In un Paese che fosse appena normale la liberazione dal nazifascismo dovrebbe rappresentare un momento di celebrazione collettiva della fine della guerra civile e di riflessione sul bene più prezioso che un popolo possa avere: la libertà.
In un paese che fosse appena normale, però, nessuno si permetterebbe di utilizzare la bandiera o i simboli dello Stato come emblema di parte o di utilizzare pezzi della storia patria accreditandoli alla sua parte politica in via esclusiva.
In un paese che fosse appena normale nessuno si permetterebbe di mistificare o cancellare interi pezzi di storia solo per dimostrare una tesi.
In un paese che fosse appena normale dopo una guerra civile si dovrebbe ricercare la pacificazione e non operare per perpetuare divisioni utili solo a vantaggi politici di corto respiro.
In un paese che fosse appena normale la storia, tutta la storia, dovrebbe essere insegnata nelle scuole in modo da renderla patrimonio della coscienza collettiva.
Ma da noi, purtroppo, non è così.

La storia recente di questo meraviglioso Paese è oggetto di sistematica mistificazione. Se ne racconta solo una parte spacciandola per l’intero e si censura, di fatto, tutto ciò che contrasta con quello che si vuole raccontare.
Pensate, ad esempio, al dramma dei profughi fiumani giuliani e dalmati, pensate all’orrore delle foibe, o allo sterminio dei nostri prigionieri in Russia. Tutte cose sostanzialmente cancellate dalla coscienza collettiva di questo Paese ma che sono accadute passando sulla pelle di tanti, troppi nostri fratelli.
Pensate al contributo delle Forze Alleate nella liberazione di questo paese: minimizzato oltre la decenza.
Pensate alla Brigata Ebraica nella campagna di liberazione: nonostante il sangue versato c’è chi si è permesso di contestare la presenza della loro Bandiera alle cerimonie di commemorazione.
E l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Ma un’ultima cosa la voglio ricordare perché ci tocca davvero da vicino: il contributo delle Forze Armate Regolari nella Campagna di Liberazione.
Vi hanno militato i Battaglioni Alpini Piemonte, Monte Granero e L’Aquila ma anche la loro storia sembra dispersa nelle nebbie di quella ricostruzione strumentale che spaccia la Liberazione come frutto del sacrificio di una sola parte.
Eppure senza la conquista di Monte Marrone da parte del Battaglion Piemonte le Forze Alleate non sarebbero riuscite ad arrivare a Cassino e conseguentemente a conquistare Roma.
Eppure senza l’apertura di una breccia nella linea gotica e precisamente in Val d’Idice non si sarebbe potuto conquistare Bologna e forse la storia sarebbe stata diversa.
Quante volte ho visto il nostro Generale Morena incupirsi il 25 aprile quando era costretto a constatare che il loro sacrificio non veniva nemmeno citato. Chissà cosa avrà pensato tornando con la mente ai volti dei suoi giovani soldati che hanno compiuto fino in fondo il loro dovere e che oggi sembrano non essere degni della considerazione di un Paese che a loro, in realtà, deve tanto.

Sarebbe certamente facile attribuire le colpe di tutto ciò a questa o quella parte politica. Sarebbe facile ma ci farebbe cadere ancora una volta nella trappola della discordia.
In realtà la colpa è anche nostra che non abbiamo preteso che la Liberazione di questo paese fosse patrimonio di tutti e che abbiamo permesso che si continuasse a considerarla come la celebrazione della vittoria dell’uno sull’altro e non il semplice trionfo della libertà.
Non c’è nulla di male a riconoscere che la liberazione di questo paese è avvenuta ad opera delle Forze Alleate.
Non c’è nulla di male a ricordare la Brigata Ebraica e il contributo delle Forze Armate regolari dell’esercito italiano.
Non c’è proprio nulla di male. Tutti hanno contribuito e tutti debbono essere ricordati.
I partigiani comunisti, quelli monarchici o liberali, le fiamme verdi ed i nostri soldati il cui sacrificio sul campo di battaglia o nei campi di concentramento tedeschi non può essere sottovalutato e relegato a semplice ed insignificante fenomeno di contorno.
Direi di più: dovrebbero essere ricordati e commemorati anche i soldati dei reparti della Repubblica Sociale Italiana perché, con un minimo di onestà intellettuale, si dovrebbe riconoscere che non dev’essere stato facile avere 20 anni l’8 settembre del 1943.

Ma oggi quella del 25 aprile è una manifestazione di parte e la colpa, lo ripeto, è anche nostra che non abbiamo fatto nulla per evitarlo.
La politica, in questo Paese, è una brutta bestia perché sembra prescindere da ogni valore e sembra accreditarsi il diritto di non aver alcun limite.
Tutto sembra lecito perché, in definitiva, in politica le uniche categorie possibili sembrano essere quelle di “Amico” e “Nemico” e contro il nemico tutto è lecito.
Così, però, si finisce per dimenticare il “bene comune” confondendolo con il vantaggio personale.
Avere a cura il bene comune significa anche avere un rispetto intransigente dei simboli e dei valori.
Significa riconoscere che ci sono cose che sono e debbono essere di tutti. Ci sono cose che se, diventate simbolo di una sola parte, perdono il loro significato e la loro funzione con grave danno per tutti.
La bandiera, ad esempio, è il simbolo della Nazione. Tutti hanno l’obbligo di rispettarla, onorarla e di riconoscersi.
Renderla simbolo di una sola parte significa svilirla e addirittura forzarla a diventare strumento di divisione.
Identico discorso vale per le Istituzioni e per le ricorrenze care alla Patria.

Quella del 25 aprile dovrebbe essere una commemorazione di tutti. Un momento di riflessione e di confronto tra il nostro agire quotidiano ed il sacrificio ed il valore di quanti ci hanno permesso di vivere liberi.
Purtroppo, però, troppo spesso questa manifestazione è strumentalizzata dalle forze politiche. Invasa da bandiere di parte quando l’unica ad aver diritto di cittadinanza dovrebbe essere il nostro Tricolore. Troppo spesso, purtroppo, ci vediamo costretti ad ammainare le nostre insegne che, intervenute ad una commemorazione, rischiano di trovarsi invischiate in un comizio politico.

È ora di pretendere il rispetto dei simboli della nostra Patria e della sua storia.
È ora di pretendere che quella del 25 Aprile sia una commemorazione davvero collettiva e dunque priva di simboli di parte.
È ora di tornare ad appropriarci della nostra Storia e dei nostri Valori che debbono unire la Nazione e non dividerla.
Parliamo con i Prefetti e con i Sindaci. Illustriamo le nostre buone ragioni ma, per favore, teniamo lontana la politica (la “p” minuscola non è un refuso) dalle commemorazioni.
Non dovrebbe volerci molto. Basterebbe spiegare a “lor signori” che in queste cose ci vogliono cuore e buon senso.
Una delle scene più divertenti e al contempo più commovente della cinematografia è quella del “Discorso della Pace” di Peppone il quale, dopo aver sciorinato una serie di slogan imposti dal partito, alle prime note del Piave si commuove, perde il filo del discorso e lascia che sia il cuore a parlare.
Pronuncia, così, il più patriottico dei discorsi al termine del quale, alla testa dell’intero paese, si reca al monumento ai caduti per rendere il doveroso omaggio.
Ogni volta che vedo quella scena mi prende una profonda malinconia.
Vi prego ridateci Peppone e Don Camillo. Uomini di parte, ferocemente di parte, ma intransigenti sul bene comune e sui simboli della Patria. Uomini che non si sarebbero mai permessi di tirare i Caduti per la giacchetta per bassi fini di parte.

 

Articolo di Cesare Lavizzari
(dal Baradèll (ANA Como) n.1/17 – gen-mar 2017)

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