I 50 anni del Monumento di Salce

Inaugurato il 2 aprile 1967 è probabilmente il primo caso di riappacificazione nazionale

Siamo nel 1967, sono passati 22 anni dalla fine del conflitto, pochi nell’orizzonte degli storici e anche per chi, da una parte e dall’altra, ha ancora le ferite sanguinanti lasciate dalla II^ Guerra mondiale.

E tuttavia, il Comitato di Salce coordinato da Mario Dell’Eva realizza quello che probabilmente rappresenta il primo caso di riappacificazione nell’Italia del dopoguerra. Un’operazione ritenuta pura utopia, negli anni in cui venne attuata, a ridosso della Guerra fredda, con i due blocchi, il Patto Atlantico e il Patto di Varsavia, che si spiavano con le testate nucleari pronte al lancio.

Il picchetto militare rende gli onori durante la posa della corona

Già all’inizio del 1964 Col Maòr, il notiziario del Gruppo alpini di Salce, anticipa la costituzione di un comitato che avrà il compito di erigere il monumento ai Caduti delle due guerre.

Il 29 giugno del 1965 si tiene la riunione di un’ottantina di capi famiglia, chiamati a collaborare al progetto. Nasce quindi il comitato, la cui presidenza sarà assegnata al sindaco di Belluno Annibale De Mas. Esso raccoglie una cinquantina di persone che collaborano a vario titolo.

Il 3 luglio 1965 il Comitato invia una lettera indirizzata “A tutte le famiglie dei Caduti in guerra per eventi bellici e dispersi” che anticipa quali saranno i nomi incisi sul monumento. Destinatarie, quindi, sono quelle famiglie che hanno avuto figli morti in guerra, ma anche “per eventi bellici e dispersi”, un modo diplomatico, insomma, per ricomprendere tutti, partigiani e fascisti che persero la vita.

A metà del 1965 i fondi raccolti per l’opera, donati dalle famiglie ammontano a 800 mila lire. I lavori possono iniziare, e il Monumento ai Caduti di Salce della I^ e della II^ Guerra mondiale, su progetto di Giovanni Dal Pont, prende forma. Non senza polemiche come vedremo, che paradossalmente si scateneranno dopo l’inaugurazione del monumento.

L’inaugurazione avviene domenica 2 aprile 1967, con il discorso ufficiale dall’onorevole Colleselli.

Ad aprire il fuoco il 4 aprile 1967 è L’Unità, quotidiano del Partito comunista. L’articolo è della bellunese Tina Merlin, che qualche anno prima aveva firmato coraggiosi pezzi di ammirevole giornalismo d’inchiesta (solo lei lo fece, il resto della stampa tacque sui rischi della diga) anticipando quello che sarebbe successo in Vajont. E tuttavia, in questa circostanza, si scagliò pesantemente contro la scelta del Comitato di affiancare vincitori e vinti sul Monumento ai Caduti in guerra di Salce.

Non è finita. La bordata d’artiglieria deve ancora arrivare.

Alla cerimonia d’inaugurazione, ovviamente, sono invitati i familiari dei Caduti ed è inevitabile che vi siano i rappresentanti di tutte le parti in causa.

E se 70 anni dopo, la vigilia del 25 aprile 2014, il prefetto di Pordenone vieta per motivi di ordine pubblico cantare “Bella ciao” durante la cerimonia commemorativa (salvo poi rimangiarsi il provvedimento su ordine del ministro), non devono stupire i toni usati dal partigiano e antifascista, segretario della Federazione del Pci di Venezia e del Friuli – Venezia Giulia, nonché onorevole Mario Lizzero detto Andrea (Mortegliano 28.06.1913 – Udine 11.12.1994) nella seduta pomeridiana del 16 maggio 1967 in Parlamento, quando, come dicevamo in premessa c’erano ancora molte ferite sanguinanti.

Ecco dunque le parole pronunciate in Parlamento nell’intervento di interrogazione ai ministri dell’Interno e della Difesa:

“Ai Ministri dell’interno e della difesa . —

Per sapere se siano a conoscenza del profondo turbamento e delle proteste sollevate tra le forze antifasciste e tra i resistenti della provincia di Belluno dal carattere che si è voluto dare al monumento inaugurato a Salce di Belluno, il 2 aprile 1967 e dal carattere stesso che si è dato alla cerimonia della sua inaugurazione.

L’interrogante chiede di conoscere se ai Ministri risulti che sulla lapide posta ai piedi del monumento in  parola siano accostati, al nome di un eroico partigiano caduto, (accanto ad altri dieci patrioti nel fatto d’armi del Ponte San Felice, proprio a causa della delazione di una spia fascista), i nomi di numerose spie fasciste passate per le armi dai reparti partigiani. Se risulti cioè ai Ministri che con la speciosa motivazione della riappacificazione, per opera di un Comitato promotore, del quale faceva parte incredibilmente lo stesso sindaco di Belluno, città medaglia d’oro della Resistenza, si sia pensato in una città della Repubblica italiana nata dalla Resistenza, di accomunare nell’onore di un monumento, i caduti per la libertà e indipendenza della Patria e le spie al soldo dell’invasore alle quali si addice solo il perdono dell’oblio.

L’interrogante chiede altresì di conoscere se i Ministri siano a conoscenza del fatto altrettanto incredibile che alla inaugurazione del monumento di Salce di Belluno abbiano presenziato accanto a deputati, al sindaco, al questore, al vice-prefetto ed altre autorità, accanto ad un plotone d’alpini ed, un picchetto armato, ex alti gerarchi della repubblichina di Salò e perfino un labaro denominato « Gruppo Milizia ». E se siano informati che tutto ciò è accaduto malgrado le proteste vivissime dall’Associazione nazionale artigiani d’Italia di Belluno.

L’interrogante chiede infine di conoscere se i Ministri, appurata la verità dei fatti di cui sopra, non intendano adottare i necessari provvedimenti, nel rispetto dei valori ideali e degli immensi sacrifici da cui è nata la nuova Italia repubblicana, nel rispetto della incancellabile distinzione di valori del secondo Risorgimento della Patria, al fine di ordinare la rimozione dal monumento di Salce di Belluno dei nomi di coloro che risultassero essere stati al servizio dello straniero e per richiamare tutte le autorità della provincia di Belluno a ricordare sempre che loro sono autorità di un’Italia che era, durante la Resistenza ed è ora, dalla parte dei fratelli Cervi non da quella dei loro assassini.”

L’interrogazione si conclude con la richiesta di rimozione del Monumento.

 

(Articolo di Roberto De Nart, per www.bellunopress.it)

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