Anche il mulo “Sorriso” contesta

Contestare: verbo attualmente in voga.

Ma che cosa significa? Dir le cose come stanno e cioè senza conformismo? O dir le cose alla rovescia di come dovrebbero esser dette?

Queste domande da un po’ di tempo ronzavano dentro al testone irsuto e orecchiuto del mulo Sorriso. Egli era stato il mulo più anticonformista, più rivoluzionario del parco quadrupedi del 7° Alpini, perchè era l’unico ad avere il manto bianco. Era una specie di rarità.

Mulo e conducente si inerpicano su un sentiero del fronte dell’Isonzo, durante la Prima Guerra Mondiale. [Gorizia, Museo Provinciale Della Grande Guerra]

Aveva fatto la guerra “granda” con il suo fido “sconcio” Gusto, indi era stato ancora in servizio per molti anni e poi, venduto all’asta, tirò avanti in una casa di mezzadri. Ora, da buon pensionato, viveva di ricordi equini e di problemi sempre più difficili, sia per l’età, sia per la congenita repulsione che aveva sempre avuto per il ragionare.

Ma come tutti i muli era caparbio e testardo. Volle quindi avere la definizione della parola da un vocabolario, quel librone grosso, grosso e con tante parole piccole, piccole.

“CONTESTARE = intimare, notificare, contrastare, fare opposizione, protestare” (Eh già, l’aveva fatto anche lui e sferrando proverbiali doppiette coi posteriori.)

“CONTESTAZIONE = atto di contestare, intimazione, contesa, lite” (Bene, quasi come fanno ora i miei futuri medici, cioè i veterinari, nelle università!)

Adesso il mulo Sorriso aveva le idee ancor più confuse di prima.

– Maledetto “vocabolario”, con tutte quelle parole! Protesto anch’io perchè per dare la spiegazione di un vocabolo dovrebbero farlo con un esempio, un fatterello, una favoletta, magari che parli di muli e di alpini – brontolava il quadrupede.

– E poi – lentamente pensava – non sono anch’io un frutto, in fondo, infondo, di una contestazione? La bella cavalla di nome Generosa non volle forse, stanca degli stalloni, provar le doti di Geronimo, un asino alto si e no un metro? Ed io stesso non sono altroche una contestazione di madre natura che, contrariamente a come vanno normalmente certe faccende, mi ha fatto infecondo.

– “Protestare”, “contrastare” – rimuginava. Ma da che mondo è mondo si è sempre protestato, c’è sempre stato del contrasto in giro! Hanno cominciato gli angeli, che divennero poi dei furbi diavoli; si continuò con Adamo, poi venne Caino, dopo tanti secoli arrivò Gesù Cristo che per tre anni di seguito se la prese coi Farisei, lo stesso Cesare morì con una dolorosa espressione sulle labbra: “Anche tu Bruto, figlio mio”; nacquero i Galileo Galilei, i Cristofo Colombo, i Calvino, i Lutero, i Carlo Marx, i Cesare Battisti, i Benito Mussolini, i Dino Grandi…   …ed io ricordo solo quelle poche cose che ho udito dai miei conducenti.

Anche il Corpo degli Alpini, così mi sembra, nacque da una certa questione per via del reclutamento nelle valli alpine e poi la “contestazione” divenne regola fra quella truppa scelta, tanto che il brontolare è una delle caratteristiche del corpo, come per me l’aver la testa dura.

Quegli ufficialetti impomatati, baffuti e lustri che venivano da tutti i Corpi, si accorsero subito di trovarsi in un ambiente del tutto nuovo ed omogeneamente compatto, di una comune caratteristica. Non era il solito bailamme di dialetti e mentalità. Eh no, qui o si parla in “Berghem”, o in “Furlan”, o in “Piemonteis”, o in “Bellumat”, a seconda delle zone di dislocazione. E quegli “ost…   …treghe” di Alpini non si curavano proprio per niente di dir strafalcioni in lingua, schiettamente ed usualmente si esprimevano nel loro dialetto.

– “El se range el tenente a capire, lu che ‘l è studiato”.

Gli ufficiali del Corpo degli Alpini, provenienti dalla Fanteria e da zone di pianure, si vennero a trovare in mezzo a gente che conosceva tutte le insidie della montagna, abituata ad una vita dura di stenti e sacrifici, ad indovinare gli umori del tempo dal colore della roccia o del cielo, diffidenti come lo sono le genti di frontiera, furba per le esperienze di bracconieri e di contrabbandieri, dall’occhio sicuro che sapeva misurare tempo e distanze senza tanti aggeggi, fiutare il pericolo della valanga e sapeva anche combattere i rigori del freddo o il fradiciume di una marcia sotto la pioggia con qualche tonificante bicchierotto o, possibilmente, con qualche graspetta.

E l’ufficiale aveva con sè, quasi e solo, un bagaglio di nozioni sul “novantuno”, sull’ordine chiuso, sul regolamento di disciplina, sulla storia e l’arte militare, su esperienze e teorie di ufficiali superiori che qualche volta puzzavano di prussiano.

La contestazione alpina cominciava e si concretizzava proprio a contatto con l’elemento naturale della specialità: la montagna, la quale diveniva una scuola e una palestra viva, chepreparava e formava.

Ufficiale e soldato, soli e isolati fra roccia e cielo, correvano lo stesso pericolo ed avevano bisogno dello stesso reciproco aiuto. La preparazione culturale dell’uno, si integrano con la praticaccia e la forza dell’altro. Se si potevano veramente comprendere, divenivano un tutt’uno di una imprevedibile potenza.

E quegli alpini, con imprese che avevano a volte dell’impossibile, strabiliavano i loro stessi ufficiali. Come d’altronde vi furono degli ufficiali veramente preparati che idearono e attuarono delle ascensioni o esercitazioni ad alta quota che restarono memorabili, prevedendo e superando con l’intelligenza tutte le difficoltà che si presentavano.

Il frutto di tale brontolamento – prosegue ancora il mulo Sorriso – di quella ragionata opposizione, che anzichè dividere univa, lo si vide nei momenti di vero pericolo e in guerra.

Che fu una “contestazione” attiva e costruttiva, lo conferma l’attaccamento che quegli ufficiali mantennero per tutta la vita verso i loro subordinati, verso l’ambiente alpino. Vennero permeati e contagiati dalla “contestazione verde” in maniera tale da conservare, anche in borghese, quella speciale mentalità fatta di franchezza e di semplicità.

Eh, – ricorda il mulo Sorriso – qualche volta correvano anche parole grosse: “El stae attento ai sass…” – “I verderà la cazza…”. Mi par ancora di sentirle nella penombra delle scuderie. Erano vere e proprie minacce, ma si dovevano considerare come avvertimenti a mutar modo di agire, a mitigare un po’ la rigidezza estrema e a volte sensa senso del Regolamento.

Le mie orecchie, che erano come un radar naturale, percepirono una volta – si era nel lontano 1935 – delle voci sommesse e circospette che ripetevano la notizia che a Feltre, gli Alpini in partenza per l’Africa Orientale, si erano lasciati andare ad una protesta collettiva e plateale contro l’autorità del “Regime” che li mandava ad arrischiare la ghirba in terre così lontane.

Mai, però, che io mi ricordi, (perchè stento a capire le cose e non le so esporre seguendo un filo logico, ma me le ricordo), ho visto compiere atti vandalici in caserma, o nelle scuderie, insomma dove dovevano vivere gli Alpini. Ho letto invece (solo le parole grosse) che i futuri “dott.” devastano ora le loro case di studio e quelle apparecchiature che sono costate tanti soldi, spillati dal “Goerno” ai loro papà, i quali beatamente pagano le tasse e le “impredial”.

Ma – veramente ragiono da “muss” e quindi “nessuno me dà bado” – mi sembra però che la sia una contestazione un po’ sporchina e balorda, insomma come il pesce, che quando va a male comincia a puzzare dalla testa.

Punto e basta!

Ora scusatemi, amici “sconci” e alpini, io volevo solo dir due o tre cose con chiarezza di mulo alpino, esporre dei fatti senza trarre conclusioni, non volevo proprio fare una “contestassione” settoriale o di categoria e, badatebene, non voglio polemica, perchè quella io la faccio solo coi “feri alti”!

F.to Mulo Alpino Sorriso

Trascrizione del “DEM”.

 

 

(Brano di Mario Dell’Eva tratto dal Col Maòr n. 2 del 1969)

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