Archeologia zootecnica

Gli oggetti tecnici usati in passato nella zootecnia raccontati da Paolo Tormen

Osservando il tempo che passa indugiando con lo sguardo su porte e finestre di stalle vecchie e nuove, non si può non notare come sono letteralmente scomparsi alcuni oggetti che fino a non molto tempo fa rappresentavano dei must, cioè dei fondamentali e irrinunciabili ausili dell’attività zootecnica e che oggi, a distanza di pochi decenni sono diventati reperti di “archeologia” il cui uso e funzione è quasi sconosciuto ai più.

Il primo “pezzo” che vi voglio presentare è il drèza corni, il raddrizza corna.

Si tratta di una protesi costruita in metallo e cinghie di cuoio, dal costo piuttosto elevato, che veniva allacciato sul capo dei giovani bovini allo scopo di educare la crescita delle corna alla forma e direzione volute.

Quando le corna (delle vacche, naturalmente!) rappresentavano ancora un vanto ed erano motivo di orgoglio per gli allevatori questo oggetto era diffuso e utilizzato quanto oggi l’apparecchio dentale nelle bocche dei nostri ragazzi, mentre adesso è quasi una rarità vedere una vacca provvista di corna in quanto è divenuta prassi in quasi tutti gli allevamenti moderni la decornificazione.

Un altro accessorio immancabile era la museròla (museruola). In più misure, a seconda se da vitelli o da adulti, ne esistevano di metallo o di legno, più recentemente di plastica, avevano lo scopo di impedire l’assunzione di alimenti solidi o acqua da parte dei vitelli nelle prime fasi di vita, oppure quando si riteneva che il digiuno potesse giovare alla salute delle vacche, come immediatamente dopo il parto o se affette da probabile indigestione (imbugàde).

L’uso della museruola, oltre che inutile, era dannoso alla corretta formazione dell’apparato digerente dei giovani ruminanti, che, invece, è favorita dalla precoce assunzione di alimenti solidi e acqua fin dalle prime settimane di vita.

Si sa, però, che le conoscenze specifiche di fisiologia alimentare applicate all’allevamento sono cosa molto più recente.

Al confine tra la pratica zootecnica e la veterinaria trovavano spazio i ligàz, speciale imbracatura di iuta e corda utilizzata per prevenire e contenere le problematiche legate al prolasso uterino (butàr fora la mare).

Veniva fatta calzare alle bovine “soggette“, cioè predisposte, a partire dal 7° mese di gravidanza e anche successivamente al parto, questo accorgimento, però era in grado di limitare solamente l’espulsione completa e il rovesciamento all’esterno dell’endometrio, ma niente poteva nei confronti delle molto più diffuse casistiche di prolasso parziale (mostràr la mare), anzi, le cattive condizioni igieniche inevitabilmente determinate da un così prolungato periodo di contatto tra la zona vulvare dell’animale e questo “accessorio”, praticamente impossibile da lavare e tanto meno disinfettare, produceva più danni che benefici.

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Fin quando i bovini non furono allevati esclusivamente per la produzione di latte e di carne ma anche per essere  impiegati nel lavoro (triplice attitudine) molto spesso vacche e buoi venivano ferrati per migliorare l’aderenza dei loro piedi sul terreno duro o, d’inverno, gelato o innevato.

La forma del ferro da vàche o da bò naturalmente differiva da quello da cavalli, assomigliava ad una specie di “C” più leggero, dalla fattura più semplice ed essenziale e veniva applicato solo sotto l’unghione esterno dei piedi, generalmente posteriori.

Questi oggetti, se esaminati alla luce delle attuali conoscenze tecniche, possono sembrare quanto meno curiosi e far sorridere, in realtà meritano un gran rispetto poiché rappresentano in maniera efficace quanto fosse  imprescindibile il rapporto stretto tra uomini e animali in periodi piuttosto “magri” per entrambe le categorie, in cui la scarsità di nozioni era colmata dalla necessità e dal vitale interesse a salvaguardare la salute e, di  conseguenza, le performance produttive, dei pochi soggetti allevati.

Per qualcuno, poi, hanno anche un non trascurabile valore affettivo, perché legati a ricordi di soddisfazioni ma  anche di amare sconfitte, di gioie procurate da nascite o guarigioni, come di notti insonni e di trepidazione  accompagnate, anche, dall’accensione con fede di una candela davanti al quadro di Sant’Antoni.

Da “Quando tuti se avea na vachèta” del Col Maòr n° 3 del 2006

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