ARSIA – 28 Febbraio 1940

Oltre 75 anni fa, la peggiore tragedia mineraria italiana

Contrariamente ad una diffusa convinzione, non è lo scoppio di Marcinelle la peggiore catastrofe mineraria italiana, ancorché occorsa in Belgio.

La tragedia più grande fu quella dell’Arsia – Arsa il 28 febbraio del 1940, all’interno di quello che allora era all’epoca territorio nazionale italiano, dunque, con 185 morti, cento in più delle vittime italiane a Marcinelle.

Stando ai rapporti dei reali carabinieri, il terribile incidente fu causato dalla riduzione delle misure di sicurezza legato alla necessità di intensificare la produzione: lo scoppio della guerra aveva causato il blocco navale delle carboniere tedesche dirette in Italia ancora non belligerante, ma ormai decisa a schierarsi con Hitler.

Le vicende di confine hanno prodotto una rimozione sui morti dell’Arsa: i caduti sono stati considerati croati dall’Italia, italiani e per di più fascisti dai croati. In realtà tra le maestranze ed i caduti vi furono degli italiani, sloveni e croati (evidentemente una grande commistione), nonché immigrati da tutto il nord Italia, dalla Toscana e dalla Sardegna. Il bacino dell’Arsa fu il più grande impianto estrattivo d’Italia, e successivamente di Croazia.

Significativo a questo proposito il discorso fatto dal primo ministro italiano Alcide De Gasperi. Quando dichiarò che l’Italia era pronta ad accettare le dolorose rinunce territoriali richieste dalla Jugoslavia, ma non a cedere gli impianti dell’Arsa. “Noi siamo disposti a cedere nel limite del possibile i diritti e gli interessi jugoslavi, ma non sarebbe equo che le miniere dell’Arsa che  potrebbero rendere all’Italia l’80% della produzione nazionale di carbone, le vengano tolte.”

Proprio per la perdita di queste risorse, nell’immediato dopoguerra, l’Italia dovette vendere al Belgio migliaia di lavoratori come “carne da miniera” in cambio di carbone. E per questo si può dire che Marcinelle è in qualche modo figlia dell’Arsia. Le sue considerevoli dimensioni industriali, poi, al massimo dello sviluppo vi gravitarono 10.700 persone con una nuova cittadina, edificata su progetti di Pulitzer Finali e abbellita da lavori di Carà e di Mascherini con porto ad hoc sul Canale d’Arsia, il complesso rappresentò una roccaforte della sinistra. Basti ricordare a questo proposito la ”Repubblica Rossa di Albona” coeva a quella “Bolscevica di Pola” ed all’occupazione delle fabbriche e dell’Arsenale Polese all’inizio degli anni 20. Nel ‘43 qualcuno parlò di vendetta, parte della dirigenza venne “infoibata“ a Vines.

Un’altra grave sciagura si verificò nell’immediato dopoguerra, e ne rimasero vittime numerosi prigionieri tedeschi. Forse anche questi fatti, ma soprattutto l’oppressione poliziesca e la coartazione al silenzio esercitata dei regimi responsabili degli eccidi, contribuirono a far cadere nell’oblio le vicende dell’Arsia, rendendola un non luogo, teatro di una storia mai scritta, una parte importante della storia di queste nostre terre.

La notizia del disastro del 1940 ebbe scarsa eco sulla stampa locale e nazionale; Il Piccolo di Trieste le dedica in 2° pagina 30 righe con un titolo su due colonne riducendo a 60  la vittime ed a un centinaio di feriti lievi, mentre mette in rilievo la tempestività dei soccorsi guidati dai dirigenti delle miniere, immediatamente intervenuti con cameratesca abnegazione ed ammirevole slancio, e la immediata presenza in loco del prefetto del federale e della gerarchia della provincia ed il comportamento della popolazione dei minatori che mantennero una calma esemplare dando, prova di virile senso di consapevolezza.

Il “Piccolo” del 1 marzo prosegue segnalando la presenza in loco del sottosegretario Cianetti e della ripresa dei lavori: “gli operai si sono presentati regolarmente ai turni di lavoro dando ancora prova di austera consapevolezza che anima questi forti e tenaci minatori istriani addolorati per la sciagura ma per niente scossi. Da buoni combattenti essi proseguono la dura battaglia al servizio della Patria e nessuno ha disertato il suo posto”.

Frequentavo quell’anno 1940, ricordo, la IV elementare, percorrevo con la zia Ernesta la strada dell’Ospedale quando il rocco suono della sirena ruppe la pesante atmosfera di nebbia che gravava su Pola in quella sera di febbraio preannunciando il lento sopraggiungere di una croce rossa appesantita dal suo sovra carico di dolore e subito dopo un secondo ululato, una  seconda ambulanza. “Sono quelli dell’Arsa” con un singhiozzo sospirò la zia “Povera, povera, povera gente”.

Conoscevamo le miniere dell’Arsa. Attraverso i racconti dello zio Guido giovane maestro che per qualche tempo insegnò ai corsi serali di Pozzo Littorio prima di  essere esonerato dall’insegnamento ed allontanato per aver concertato e diretto il coro dei minatori nel cui repertorio erano inserite nenie cakave della regione mineraria.

“Povera, povera gente”. A quelle parole provai una sensazione dolorosa che provo ogni qual volta sento parlare di miniera. Vite spezzate, famiglie, giovani senza padre, sensazione che riprovai con forte intensità alla lettura delle liriche di Isabella Flego “Il Primo giorno” e “Zolle di carbone“ con cui la scrittrice figlia e sorella di minatori canta la precarietà della condizione umana e la paura dell’ignoto sempre presente e dignitosamente nascosta dal minatore e dalla sua famiglia e la consapevolezza  dell’olocausto cui sono vittime i lavoratori della miniera, un sacrificio quasi religioso in cui vengono immolati sull’altare del lavoro per il  progresso della società. Fantasmi che aleggiano nella povera casa del minatore ravvivati dalla fiamma che prende vita dalla zolla di carbone, traccia di vita nascosta nel tempo e ricondotta alla luce dal minatore per sublimare la sua sofferenza.

Accettazione dignitosa e non rassegnazione. Il minatore al figlio incitandolo allo studio perché “ti stassi più ben”. In quel ben che già si gode c’è la consapevolezza di esser e sentirsi vivi, la piena coscienza e gioia che si rinnova ogni giorno con l’atteso e sospirato suono della sirena della miniera che  annuncia ai cari per quel giorno la fine del turno di lavoro, la sospensione dell’ansia, la ripresa della vita.

Livio Dorigo Presidente del Circolo  di Cultura Istro- Veneta “ISTRIA”

(Dal libro “ARSIA – 28 Febbraio 1940”)

 

(Articolo tratto dal Col Maòr n. 1 del 2015)

 

PER NON DIMENTICARE…

Nella tragedia mineraria di Arsia morirono anche due minatori bellunesi:

CASOT DOMENICO VITTORIO di Pietro e Tronco Domenica – S. Giustina (BL) 16.10.1907 (ammogliato, 1 figlio)

MORI GIUSEPPE di Desiderio e Biscaro Eugenia – Farra d’Alpago (BL) 20.4.1913 (celibe)

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