Il battesimo del fuoco degli Alpini


Gli Italiani in Africa Orientale

Nel numero scorso abbiamo raccontato del capitano Davide Menini e dei suoi uomini nella lunga marcia dalla Carnia a Perarolo per rendere omaggio alla Regina Margherita.

Abbiamo anche accennato alla sua eroica morte nell’infausta battaglia di Adua nel 1896.

Ora vogliamo raccontare di quella battaglia, che fu il battesimo del fuoco degli Alpini.

Nel narrare questi avvenimenti, saranno citati nomi di personaggi e località che sono entrati nella storia militare italiana e sicuramente già sentiti nominare anche da chi, di questa materia, non è appassionato.

Per non creare confusione, ricordiamo che furono due le campagne militari in Africa Orientale (Eritrea, Etiopia e Somalia):

– la prima che va dal 1870 al 1896 (di cui parleremo ora) e che fu la prima avventura coloniale italiana

– la seconda fu quella del 1935-36, che portò alla conquista dell’Etiopia ed alla fondazione dell’Impero (di cui parleremo prossimente).

E’ innanzi tutto importante vedere il motivo per cui gli Italiani andarono in Africa Orientale e gli avvenimenti che portarono alla guerra con l’Etiopia.

Nell’agosto 1869 veniva inaugurato il Canale di Suez, che mette in comunicazione il Mar Mediterraneo con il Mar Rosso, evitando al traffico commerciale marittimo una lunga circumnavigazione dell’Africa.

Il governo italiano comprese subito l’urgenza di trovare una base commerciale sul Mar Rosso ed i suoi emissari acquistano, da alcuni capi locali, la baia di Assab in Eritrea.

Assab2

Non volendo apparire ufficialmente, il governo italiano cedette i diritti d’acquisto alla società di navigazione genovese Rubattino, la stessa che aveva fornito a Garibaldi le imbarcazioni per la spedizione dei Mille.

Eritrea : la prima colonia.

Il 13 marzo 1870 la bandiera italiana venne issata ad Assab : quindi il nostro tricolore sventolò prima in Eritrea che a Roma !! Roma difatti divenne Italiana sei mesi dopo, il 20 settembre 1870 con la presa di Porta Pia.

Essendo Assab prevalentemente uno scalo commerciale marittimo, da qui iniziarono a partire verso l’entroterra i mercanti alla ricerca di nuove mercanzie e commerci.

Iniziarono a partire anche le esplorazioni per l’Etiopia (Abissinia), che era una terra praticamente sconosciuta agli Europei.

L’Etiopia era rimasta l’ultimo dei grandi imperi d’Africa, ma era avviata ad un’inesorabile decadenza ; era un paese rimasto al medioevo, basato su un sistema feudale in continua tensione a causa della rivalità tra i ras (capi locali) e le diverse etnie.

Esploratori e commercianti si addentravano in territori sconosciuti e venivano spesso attaccati e massacrati da bande di predoni.

A seguito di uno di questi attacchi, nel 1882 il governo italiano decise di assumere ufficialmente il protettorato della baia di Assab ed inviò le prime truppe (carabinieri).

Gli anni che seguirono videro la nostra graduale espansione in Eritrea ed oltre la linea di confine con l’Etiopia e ciò richiese una crescente presenza di truppe. Si iniziò ad inquadrare nei reparti regolari anche i volontari eritrei e nacquero così le nostre truppe coloniali (1888), gli Ascari (parola turca che significa “soldati indigeni”).

In questo processo di espansione, inevitabili furono gli scontri con gli Etiopi che, oltre a non tollerare la presenza straniera nel loro territorio, si vedevano bloccati tutti gli accessi al Mar Rosso.

Nel gennaio 1887 una colonna di 500 nostri soldati fu attaccata e decimata nei pressi di Dogali da almeno 10000 uomini di Alula, il ras del Tigrai (la regione etiopica che confina con l’Eritrea). L’emozione in Italia fu enorme. Il primo ministro Crispi dichiarò che “è un dovere lavare l’onta subita” e la camera dei deputati votò a stragrande maggioranza a favore di una politica coloniale aggressiva.

Il trattato di Uccialli (2 maggio 1889).

Nel marzo 1889 il negus (il re d’Etiopia) Johannes IV morì in combattimento contro i Sudanesi che premevano sui confini settentrionali. Iniziarono violenti scontri per la sua successione. Il governo italiano decise di sostenere il ras dello Scioà Menelik, il quale, una volta salito al trono, definì con gli Italiani un trattato di alleanza e di collaborazione : il trattato di Uccialli. All’Italia veniva ufficialmente riconosciuto il possesso della città di Asmara e dell’Eritrea settentrionale. Inoltre, stando alla versione italiana dell’accordo, l’Etiopia si impegnava a servirsi del governo italiano per i suoi rapporti diplomatici internazionali : ciò significava il protettorato italiano sull’Etiopia.

Quest’ultimo punto sarà la causa della rottura dei rapporti tra l’Italia ed il negus, il quale sosteneva che la sua versione del trattato, in lingua aramaica, citava che l’Etiopia “poteva” avvalersi della mediazione italiana in politica estera. La “storia” propende oggi a dar ragione al negus Menelik II.

Nel frattempo, nel 1892 il generale dei Bersaglieri Baratieri era stato nominato governatore della colonia e comandante in capo delle truppe.

1895 la situazione precipita.

Per garantire la sicurezza lungo il confine con l’Etiopia, all’inizio del 1895 Baratieri entrò nel Tigrai ed in rapida successione conquistò le città di Adua (capitale del Tigrai), Axum (la città santa degli Etiopi), Adigrat, Makallè e giunse fino alle alture dell’Amba Alagi, dove vi installò un presidio comandato dal maggiore Toselli.

baratieri

Gli Etiopi si considerarono giustamente attaccati ed invasi  ed il negus chiamò la nazione alle armi.

Maconnen, ras dell’Harrar e cugino del negus, al comando di 20000 uomini sferrò l’attacco al nostro presidio. Malgrado la disperata resistenza, il maggiore Toselli caddè insieme a 19 ufficiali ed a 1500 Ascari.

Sembra che ras Maconnen abbia fatto seppellire con gli onori il maggiore Toselli in una chiesa vicina. Gli Etiopi erano cristiani copti, contrariamente agli Eritrei che erano mussulmani. Capita di leggere che gli Etiopi avessero rispetto verso i prigionieri ed i morti Italiani, in quanto cristiani come loro. Sfortunatamente questo non è vero : i prigionieri ed anche i corpi dei caduti erano sottoposti ad atroci sevizie. Oltre i limiti del sadismo era il trattamento che reciprocamente si riservavano gli Etiopi egli Eritrei (i nostri Ascari) che, oltre a motivi razziali e territoriali, erano divisi dalla religione.

Circa 500 sopravvissuti all’attacco riuscirono a raggiungere il forte di Makallè, comandato dal maggiore Galliano. Galliano era un veterano di quella campagna d’Africa, un paio d’anni prima era stato decorato di medaglia d’oro sul campo ed era conosciuto e stimato dagli stessi nemici.

Dalla “mattanza” dell’Amba Alagi giunse anche Maconnen che sferrò furiosi attacchi, ma gli Italiani resisterono.

Arrivò anche il negus Menelik con il grosso del suo esercito e fu un assalto ininterrotto per molti giorni al forte italiano. Alla fine, senza munizioni, senza acqua e senza viveri Galliano fu costretto ad arrendersi. Fu scritto che gli Etiopi resero l’onore delle armi e Ras Maconnen scortò la colonna degli Italiani fino al confine eritreo affinché non fosse attaccata ; forse è più reale pensare che gli Etiopi usarono questi soldati come trofeo e monito, facendoli sfilare per i villaggi del Tigrai.

A questo punto gli Etiopi avevano tutto il loro esercito schierato a pochi chilometri dal confine eritreo.

Arrivano gli Alpini.

Conscio del pericolo che incombeva sulla colonia, il governo italiano provvide a mandare rinforzi.

Nel dicembre 1895 sbarcarono a Massaua un battaglione di Alpini ed alcune batterie di Artiglieria da montagna. L’invio degli Alpini in Africa non deve sorprendere, infatti il territorio dell’Etiopia e dell’Eritrea è occupato da un esteso altipiano avente un altezza media tra i 2000 ed i 2500 metri sul livello del mare (il monte più alto è il Ras Dascian alto m 4620, quasi come il monte Bianco).

“Baratieri gli manda a dire,

che si trova là sui confini,

che ci vogliono gli Alpini,

su pei monti a guerreggiar.”

(strofa della canzone alpina “Mamma mia vienimi incontro”)

Il “1° Battaglione Alpini d’Africa” era comandato dal colonnello Davide Menini, era composto da volontari provenienti da tutti i reggimenti alpini ed era composto da quattro compagnie :

la 1a comandata dal capitano Trossarelli e composta con truppa del 1 reggimento

la 2a comandata dal capitano Mestrallet e composta con truppa del 2 reggimento

la 3a comandata dal capitano Bianchini e composta con truppa del 4 reggimento

la 4a comandata dal capitano Cella e composta con truppa del 5 , 6 e 7 reggimento

Il battaglione contava 20 ufficiali e quasi mille tra sottufficiali, graduati e truppa. Indossavano l’uniforme coloniale color kaki delle truppe d’Africa ed il casco coloniale con la penna e la nappina verde. Gli Alpini erano dotati di un’arma individuale eccellente per quei tempi, il fucile “novantuno”, che durerà fino alla seconda guerra mondiale.

La battaglia.

Il 1896 iniziò con nuove incursioni delle truppe italiane nel territorio abissino e l’occupazione di villaggi ed alture.

Il 21 febbraio, il consiglio dei ministri decise di sostituire il generale Baratieri, che non pareva in grado di organizzare un piano di guerra efficace, con il generale dei Bersaglieri Antonio Baldissera. La sostituzione doveva restare segreta e Baldissera si imbarcò in incognito per andare a sostituire l’ignaro Baratieri.

Inoltre Crispi, a commento delle operazioni militare in corso, telegrafò il seguente messaggio a Baratieri :

“Codesta è un tisi militare, non una guerra. Piccole scaramucce sulle quali ci troviamo sempre inferiori di numero davanti al nemico ; sciupio di eroismo senza successo.

Non ho consigli da dare perché non sono sul luogo, ma constato che la campagna è senza un preconcetto e vorrei fosse stabilito.

Siamo pronti a qualunque sacrificio per salvare l’onore dell’esercito ed il prestigio della Monarchia.”

Di fronte a questo messaggio, Baratieri non potè che convocare i suoi generali di brigata (Dabormida, Arimondi, Alberatone ed Ellena) per un consiglio di guerra. L’intenzione non era di attaccare il nemico in campo aperto, in quanto l’enorme superiorità numerica degli Etiopi non avrebbe lasciato scampo agli Italiani, ma di occupare una posizione che permettesse un’agevole difesa delle zone di confine ed un cuneo nel territorio nemico.

Come vedremo, la battaglia si concluderà con una drammatica sconfitta, molte furono le cause. Innanzi tutto una sottovalutazione delle capacità dell’esercito etiopico. Ancor oggi si tende a pensare ad un esercito improvvisato ed armato di lance e scudi. Invece era un esercito numerosissimo, che conosceva alla perfezione il territorio ed era composto da uomini la cui unica attività e fonte di guadagno era la guerra. L’armamento era molto eterogeneo, ma molte delle armi erano moderne (la Francia, alla quale avevamo sottratto Assab, forniva con piacere le armi agli Etiopi). Contrariamente alle nostre truppe, gli Abissini disponevano di mitragliatrici automatiche (noi le avevamo a manovella) e di moderni Remington a ripetizione di fabbricazione americana, che gli erano stai venduti dallo Stato della Chiesa dopo l’annessione di Roma all’Italia.

Poi ci fu molta fretta da parte di Baratieri e dei suoi generali di voler riscattare le sconfitte dell’Amba Alagi e di Makallè, anche se hanno la scusante che il negus era arrivato fino ad Adua e qualcosa doveva essere fatto per impedirgli di penetrare in Eritrea.

Determinante poi fu che la battaglia non fu preparata accuratamente ed era basata su indicazioni e mappe imprecise, sulla scarsa conoscenza del territorio e questo ci portò a gravi errori nei movimenti e nelle disposizioni sul terreno. Anche i collegamenti tra i reparti non funzionarono, di giorno erano previste comunicazioni tramite eliografi (specchi solari), che non vennero nemmeno portati.

Etiopia

La marcia italiana verso Adua avvenne su quattro colonne : tre avanzate agli ordini dei generali Dabormida, Arimondi ed Alberatone ed una di riserva agli ordini del generale Ellena.

Le colonne erano costituite da tre brigate di fanteria nazionale, una brigata di truppe indigene e 11 batterie per un totale di 15000 uomini e 56 pezzi d’artiglieria. Il battaglione alpino era inserito nella colonna di riserva.

Le forze abissine furono stimate in 120000 uomini, di cui 10000 cavalieri.

La sera del 29 febbraio 1896 le colonne si misero in marcia.

La brigata del generale Alberatone, essendo composta da soldati indigeni, marciò più rapidamente delle altre, superò colpevolmente le postazioni assegnategli ed alle 05:00 di mattina piombò proprio di fronte allo schieramento dell’esercito del negus Menelik provocando una terribile reazione nemica ed annullando l’effetto sorpresa. Lo scontro fu accanito, le nostre batterie aprirono varchi immensi tra gli attaccanti, ma travolta dallo schieramento principale dell’esercito nemico, prima di mezzogiorno il destino di questa colonna era già segnato. Il generale Alberatone fu fatto prigioniero.

La brigata del generale Dabormida, ricevuto l’ordine di accorrere in soccorso della colonna Albertone, sbagliò direzione per un errore delle carte o della loro lettura e si ritrovò isolata ad avanzare contro lo schieramento dei ras Maconnen, Mangascià e Alula (50000 uomini). La brigata si battè con estremo coraggio e vigore, riuscendo anche a contrattaccare, ma in serata, senza aver ricevuto rinforzi e disposizioni fu costretta alla ritirata. Accerchiata fu quasi completamente massacrata. Il generale Dabormida caddè sul campo ed il suo corpo non fu più ritrovato. Suoi effetti personali, come quelli di molti altri caduti, furono trovati nei villaggi e nei mercati dell’Etiopia dopo la conquista del 1936.

La colonna centrale di Arimondi, nella sua avanzata, si trovò scoperta ai fianchi per la mancata copertura delle colonne esterne già impegnate in combattimento. Fu quindi presa di fianco ed alle spalle, la sua battaglia si frantumò in scontri isolati. Caddero quasi tutti, compreso il generale comandante ed il tenente colonnello (era stato promosso) Galliano (lo avevamo citato prima a Makallè). Si dice che Galliano ferito fu riconosciuto dai nemici per la medaglia d’oro che portava al petto. Informato della cattura, Menelik gli mandò, in segno di rispetto, un mulo per trasportarlo al campo abissino. Galliano rifiutò indirizzando al negus epiteti poco cordiali : a Menelik portarono la testa di Galliano.

La colonna di riserva di Ellena fu impiegata in tutte le direzioni per turare le falle nei vari schieramenti.

Il battaglione Alpini del colonnello Menini era stato mandato a portar rinforzo alla colonna Arimondi che era minacciata d’accerchiamento. Arroccato su un’altura resistè fino al 2 marzo. Decimato e senza munizioni il battaglione caricò all’arma bianca, ma erano “dieci contro mille” e furono travolti. Degli Alpini ne restarono vivi meno di cento.

Il capitano Cella (comandante della quarta compagnia) fu decorato di medaglia d’oro al valor militare: fu la prima medaglia d’oro del Corpo degli Alpini.

Il colonnello Menini ebbe la medaglia d’argento. Per quella giornata agli Alpini furono concesse altre 20 medaglie d’argento, 33 di bronzo ed 11 encomi solenni: tutti alla memoria.

Grande eroismo lo dimostrarono anche gli Artiglieri da montagna, che caddero piuttosto che abbandonare i pezzi; per quel giorno furono concesse 4 medaglie d’oro e 28 d’argento.

Al termine della battaglia mancavano all’appello quasi 300 ufficiali, 4300 nazionali, 2000 Ascari ed oltre 2000 prigionieri. Il numero dei caduti di quella battaglia superò quello di tutte le guerre del Risorgimento.

Adua1

Le vendette nei confronti degli Ascari furono impressionanti e furono in parte riservate anche agli Italiani, con mutilazioni ed amputazioni (l’evirazione in primo luogo). Gli ostaggi rimasti furono alla fine scambiali o liberati dietro riscatto.

Il negus perse quasi 20000 uomini, ma aveva vinto la più grande battaglia coloniale del XIX secolo.

In Italia la terribile sconfitta causò la caduta del governo Crispi. Le trattative di pace con Menelik furono avviate già pochi giorni dopo Adua dal nuovo governatore Baldissera.

Baratieri fu giudicato dal tribunale di guerra per i suoi errori ad Adua : il tribunale lo riconobbe non colpevole, ma inadeguato alla situazione.

In Etiopia il negus Menelik, malatosi gravemente, fu affiancato dalla consorte, l’imperatrice Taitù, che seppe assicurare l’unità dell’impero. Alla morte dell’imperatrice ci fu un nuovo periodo di instabilità, fino a quando nel 1930 ras Tafari, figlio del ben noto ras Maconnen, venne incoronato Negus Neghesti (re dei re) con il nome di Hailè Selassiè : e qui comincia un’altra storia!

(Articolo di Daniele Luciani sul Col Maòr n° 1 del 2004)

Leggi i Col Maòr dell’anno 2004

 

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