Bearàr

In tutti i testi più autorevoli di zootecnia si trova sempre quale premessa al capitolo che tratta della razione alimentare dei bovini la frase che sembra scolpita sulla pietra: l’acqua è il principale alimento, deve essere di buona qualità e disponibile a volontà. Il concetto è sacrosanto e definisce efficacemente il ruolo e l’importanza che l’acqua dell’abbeverata svolge nell’allevamento del bestiame in genere.

Un bovino mediamente beve dai trenta ai cinquanta litri di acqua al giorno, ma la quantità può aumentare fino al 50 percento per le vacche da latte. Una vacca da latte ha, infatti, delle esigenze d’acqua molto elevate, basti solo pensare che un litro di latte è costituito per l’87% da acqua.

In generale possiamo dire che i fabbisogni d’acqua di un bovino variano nel corso dell’anno e dipendono da diversi fattori, tra cui possiamo
ricordare il livello e tipo di produzione, l’ingestione di sostanza secca, o quantità di cibo assunto, l’umidità della razione, (maggiore è l’umidità della razione e minore è il fabbisogno d’acqua), la temperatura ambientale, ecc.

Un’alimentazione fisiologicamente corretta prevede una regolare assunzione di cibo e acqua, frazionati in frequenti pasti (9 – 14) durante tutto l’arco della giornata e della notte, con tranquillità e in condizioni ambientali favorevoli (ad libitum). Oggi la disponibilità di acqua corrente negli allevamenti e in casa, nella quantità desiderata, calda o fredda a seconda del bisogno, appare ai più come un diritto scontato,
una cosa ovvia, irrinunciabile condizione di vita, così come risulta inimmaginabile una dignitosa esistenza priva di questa comodità.

Fino a non molto tempo fa, invece, il fabbisogno quotidiano di acqua era soddisfatto esclusivamente attingendo all’esterno, da pozzi o fontane, ponendo sullo stesso piano in un efficace esempio di equità sociale, tutte le categorie di fruitori, vache, poarèt e siòri. L’acqua poteva essere trasportata nelle stalle mediante secchi e mastelli, ma molto più spesso erano gli stessi animali che venivano liberati per essere condotti alla fontana.

Ogni borgata, quartiere o piazza aveva la fontana pubblica, ma esistevano anche quelle private, di proprietà del paròn della colonìa e a seconda della dimensione di quest’ultima poteva servire più stalle, abitazioni, oltre che provvedere al fabbisogno idrico del palàz. Questo particolare momento del governo del bestiame era detto bearàr, ma era molto di più di una semplice operazione volta alla distribuzione di acqua, era un vero e proprio rito, fatto azioni e di regole non scritte, ma profondamente radicate nel contesto agricolo e urbano di allora.

Rappresentava anche una modalità di relazione sociale, una forma di condivisione dei fatti quotidiani e di coinvolgimento emotivo alle altruivicissitudini, che avveniva attorno alla fontana, la quale si trasformava da semplice manufatto in pietra, dispensatore di acqua, a vero e proprio nucleo, o fulcro, attorno al quale ruotava l’intera essenza della cultura rurale.

Quando la fontana era a servizio di più stalle, venivano stabiliti dei turni di abbeverata che dovevano essere rispettati scrupolosamente onde evitare confusioni e promiscuità tra animali.

Chi era primo nel turno aveva la responsabilità dell’accesso sicuro agli abbeveratoi, il che implicava, nei lunghi mesi invernali caratterizzati da copiose nevicate notturne, l’onere di “far la rotta” ovvero di liberare i dintorni della fontana da neve e ghiaccio che potevano ostacolare la fruizione dell’acqua da parte di tutto il vicinato. Chi invece era momentaneamente posto alla fine del turno aveva il compito di pulire i pressi dell’abbeveratoio dagli escrementi lasciati dagli animali, ma deteneva peraltro, anche il “diritto” di portarsi a casa il letame derivante.

Anche chi disponeva di una fontana “privata” a volte era costretto a turnare la bearàda tra le varie categorie di animali costituenti l’allevamento. Così  erano liberati in momenti diversi gli animali giovani, burlàn, più irrequieti ed estroversi, dalle vacche da latte produttive e più esigenti in termini di acqua e di modalità tranquille di assunzione della stessa.

L’abbeverata era sempre vissuta dagli addetti con una certa ansia e apprensione, in quanto costituiva costantemente una potenziale occasione di infortuni causati prevalentemente dalla rissosità di torèt e manz, i quali approfittavano di questa momentanea libertà per sfogare la loro naturale esuberanza giovanile e dal trambusto generato dagli stessi che quasi sempre evitavano di rientrare compostamente ai loro posti, intrufolandosi, piuttosto, ovunque non fosse loro concesso.

Generalmente l’abbeverata avveniva a metà governo, mai a digiuno e questo per evitare le tanto temute “tiràde de acqua” che, sia col freddo  che con il caldo estivo, potevano causare congestioni o limitare l’assunzione di cibo. Le vacche venivano abbeverate subito dopo la  mungitura per assecondare il desiderio di bere, particolarmente sentito dopo lo svuotamento della mammella.

Gli unici soggetti della stalla  a non essere abbeverati erano i vitelli lattanti e ciò in virtù di quella errata convinzione, più volte descritta, secondo la quale fino allo svezzamento non solo era inutile somministrare acqua e cibo solido, ma questo poteva persino nuocere alla salute degli stessi, in quanto predisposti solamente all’ingestione di latte.

Trattamento particolare e modalità di abbeverata diverse erano dedicate agli animali da lavoro, boi o cavài che fussero. A loro era concesso bere molto più spesso, durante i pasti, ma anche prima di essere aggiogati e a conclusione della giornata, dopo aver tolto dof o comàcio. Essi non venivano liberati per bere, ma erano sempre condotti alla fontana “alla mano”, cioè stando fianco a fianco al proprio conducente e all’eventuale compagno di boarìa o attacco, in modo tale da rafforzare il legame, non tanto di sudditanza, bensì di collaborazione nell’espletamento del duro lavoro quotidiano, stretto tra uomini e animali.

Questo modo di utilizzare l’acqua per il bestiame o per le persone, tradotto in un insieme variegato di diritti e doveri, tradizione e rispetto reciproco, sancito da principi di eguaglianza indipendentemente dalla dimensione economica del fenomeno, rappresentava l’essenzialità del termine “gestione collettiva del bene comune”.

Man mano che il trascorrere del tempo e il consolidamento del benessere diffuso, hanno trasformato lo sfruttamento delle risorse sempre più in fatto privato, di pari passo si è smarrito il significato vero dei termini partecipazione e fine mutualistico, arrivando addirittura all’antitesi di tutto ciò, rappresentato dalla possibilità per alcuni di trarne profitto.

 

(Da “QUANDO TUTI SE AVEA ‘NA VACHETA – Ricordi di una ruralità perduta, o quasi” a cura di Paolo Tormen – Col Maòr n. 4 del 2011)

Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.