Bistiàn menùdo

Arlevàr fede e caore, ossia allevare pecore e capre, nella prima parte del secolo passato, rappresentava un’attività più diffusa ed importante di quanto oggi lascino intendere le notizie e i ricordi.

La scarsa importanza che viene attribuita all’allevamento di questi animali, soprattutto in rapporto a quello bovino, potrebbe trarre in inganno, in realtà molti toponimi locali ed anche alcuni cognomi tipici (Col del Bech, Val dele fede, Federa, Capraro) che ritroviamo nelle nostre zone, lasciano intravedere per il passato una situazione ben diversa, in cui l’allevamento del bistiàn menùdo, del bestiame minore cioè, era assai diffuso e capillarmente radicato quanto quello bovino, particolarmente in quelle zone e contesti che noi trattiamo,  caratterizzate da realtà agricole familiari con motivazioni produttive più attinenti alla sussistenza che al rendimento economico.

Le persone più anziane attribuiscono  all’allevamento della pecora un interesse quasi esclusivamente relativo all’utilizzo della lana e molto più marginalmente per la carne, mentre lo scopo di detenere qualche capra era finalizzato per fini domestici, ad avere in caso di bisogno del latte adatto all’alimentazione di bambini o anziani.

Viene da pensare che il calo dell’importanza dell’allevamento di questi animali sia iniziato in concomitanza con il mutare delle aziende agricole stesse che tendevano alla specializzazione per ottenere un miglior rendimento economico, ma anche con il sollevarsi del tenore di vita medio della popolazione e del livello di benessere collettivo.

Per quanto riguarda la capra non va inoltre dimenticata la Regia legge forestale del 1926 che, al fine di tutelare il bosco, limitava fortemente la possibilità di allevare quest’animale, indicato come una delle maggiori cause di depauperamento delle aree boscate montane.

Dunque le singole famiglie allevavano non più di una o due capre e altrettante pecore, a seconda delle disponibilità di spazi e foraggi. Un così ridotto numero di animali, distribuiti però in molti nuclei d’allevamento, portava necessariamente ad un ridimensionamento delle attività ad esso legate, rispetto ad altri luoghi in cui l’allevamento ovicaprino continuava a rappresentare un’entità significativa. Dalle nostre parti,  infatti, si trovano scarsi ricordi riguardanti l’alpeggio collettivo di questi animali, i sistemi di marchiatura per distinguerne la proprietà o ancora le tecniche di lavorazione del latte.

Pecore e capre durante l’inverno venivano tenute in stalla assieme ai bovini, ricavando un piccolo spazio con una tramezza fatta di tavole in legno. All’allevamento di questi animali non si riservavano particolari cure e per il loro nutrimento si ricorreva spesso alle sgreme, ovvero al foraggio che le vacche scartavano o avanzavano, in generale, comunque, ad esse era  somministrato il fieno meno buono o peggio conservato. Probabilmente gli allevatori di soli ovini o caprini ponevano maggiore attenzione e  cura al mantenimento di questi animali, tuttavia la memoria ci riporta quasi esclusivamente a forme di allevamento promiscuo in cui la  gestione del bestiame “minore” era considerata subordinata a quella nei confronti dei bovini.

Trascorso l’inverno, gli animali venivano allevati  all’esterno pascolando sui broli e tesùre, per sfruttare fin da subito i primi ricacci di erba che precocemente si sviluppavano lungo gli scoli, a fianco delle strade o intorno ai ledamèr (concimaie), sempre comunque, in prossimità delle case in considerazione del ruolo “domestico” ad essi attribuito. La loro custodia era affidata generalmente ai ragazzini oppure erano legati a funicelle che ne limitavano il raggio d’azione.

Al collo di pecore e capre veniva solitamente messa la canàula o canàgola, tipico collare in legno, a volte provvisto di una piccola campanella. Le pecore di norma venivano tosate (tondìde), due volte l’anno, in primavera ed in autunno. Ogni proprietario provvedeva da sé ad effettuare il lavoro, stendendo l’animale, con le zampe legate, ad una tavola e procedendo con una forbice apposita, detta, appunto, forfes da tondìr.

L’attenzione maggiore doveva essere rivolta oltre a non ferire l’animale con la forbice, anche a non rovinare il vello. La lana migliore era  quella della schiena, più lunga e più pulita. Quando la filatura veniva realizzata in casa, era preferibile non lavare prima la lana, per  conservare il grasso naturale del vello (còz) e facilitarne la lavorazione, questo però risultava possibile solo con il prodotto  della tosatura autunnale, chiaramente pulita poiché derivante da animali allevati all’esterno.

La filatura era compito esclusivo delle donne che vi si dedicavano durante l’inverno. La lana non veniva sottoposta ad alcun trattamento di tintura, i colori erano quelli naturali con  sfumature del bianco e del marrone. Si trattava di una lana ruvida e poco elastica di cui molti si ricordano ancora adesso gli effetti sulla  pelle, in particolare in alcune parti “maggiormente delicate”.

Con la lana venivano confezionati tessuti, biancheria intima, calze e calzettoni, mentre l’uso o la moda dei maglioni, più adatti ad un utilizzo frivolo piuttosto che a una quotidiana utilità, si affermò solo a partire dagli anni  ’50. Un tempo lana, canapa e lino, questi ultimi coltivati fino agli anni ’40, rappresentavano le fibre più comuni ed utilizzate, altri tipi di stoffe erano acquistabili nei rari negozi di merceria o da ambulanti che passavano periodicamente nei paesi.

Quando l’uso di filare la lana in casa era ancora molto diffuso le famiglie disponevano di tutta l’attrezzatura necessaria. Strumenti di lavoro erano la rocca, formata da un asta con una estremità più grossa, attorno alla quale veniva avvolta la lana grezza, e il fuso (fùs), strumento che si assottigliava alle estremità e più grosso nel mezzo, che veniva fatto ruotare su sé stesso causando la torsione e l’avvolgimento del filo di lana.

Dopo questo procedimento, il lavorato veniva sistemato sull’aspo, dove veniva dipanato e avvolto in matasse. Infine la lana veniva messa sull’arcolaio (la corlèta) per essere avvolta in gomitoli. Gli utensili per la lavorazione più complessi venivano realizzati dagli artigiani del paese, i più semplici prendevano forma molto spesso nelle stesse stalle che ospitavano gli animali, dalle mani degli uomini presenti ai filò.

L’utilizzo di lana  proveniente da pecore allevate in loco per il confezionamento di indumenti e la fabbricazione di materassi è continuato a sussistere fino agli anni ’60 circa per poi sparire definitivamente, o quasi. Di tutto ciò non ci rimane che un “quasi”: conserviamolo con cura!

 

(Articolo per QUANDO TUTI SE AVEA ‘NA VACHETA – Ricordi di una  ruralità perduta, a cura di Paolo Tormen per il Col Maòr n. 4 del 2010)

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