Consolazione del militare

Un altro bel brano tratto dal libro “Con me e con gli Alpini” di Piero Jahier (ristampa del 1943).

Siccome la gioia della novità è finita e la gavetta puzza, che brillava; siccome viene ogni sera l’ora del pastore che ciascuno ritrovava il suo focolare; e non sanno staccarsi dalla soglia borghese quando balla il ramino alla catena; e cantano non si sa di dove è tanto accorati – divido con loro le consolazioni del militare -.

Ora, dal buio della nostra privazione, guardiamo a quella vita di prima, quando dormivamo nel letto delle nostre lenzuola marcate, e la sposa accanto, anzi più accanto possibile, vero; e ci sembra che non abbia consolazioni questa vita, come quando si arriva nella città nuova che si cerca lavoro e non si conosce nessuno. Ma, senza pensare che qualche volta l’uomo può fare di più, separato dalla donna, come l’amico di Sommariva è stato un mese senza toccar donna per vincere al tiro, e anche la donna può fare di più, liberata da qualche uomo che il sabato invece di paga portava sbornia e legnate, vi dico che ci sono le consolazioni di questa vita, le consolazioni del militare.

Bisogna conoscerle e saperle godere.

E la prima consolazione è proprio questa privazione che ci fa apprezzare il minimo bene.
Chi più haa e più vorrebbe avere, e non è quieto un minuto; un ricco neanche più tutto il mondo basta a poterlo consolare. Ma noi soldati che non abbiamo più nulla, un nulla ci consola. L’acqua pura è diventata liquore alla nostra sete, e lo zaino è un armadio fornito. E la carezza della nostra donna, quando si va in permesso, torna ad essere quella della morosa.

E la seconda consolazione è la salute. Gli altri mestieri lavorano a consumar la salute, ma il mestiere del soldato ce la conserva e migliora. Vedete: il soldato ha sempre appetito; il soldato fai muscoli duri e invecchia più tardi; il soldato impara a scattare, e le donne lo guardano più volentieri perché è il corpo più sano e più perfetto: il campione del corpo umano.

E la terza consolazione l’uguaglianza.
Nella vita borghese ci si può distinguere coi denari dell’eredità ingiusta, col pane rubato al povero, col vestito.
Ma in questa vita la ricchezza non conta più nulla, e la miseria non avvilisce; non ci sono più comodi da comprare, e sta meglio chi è più amato.
Son rimaste soltanto le differenze che non offendon nessuno perché si guadagnano con l’entrare nella vita e si perdono con l’uscire, e servono a tutti quanti: come la grazia della voce per consolarci, che a Bedont il nostro capocoro; o la schiena più quadra, che ha Soccol, per prendere lo zaino del malato.
Il soldato è l’uomo più vero: ricco o povero, potente o meschino, la sua uniforme uguale proibisce di saper queste cose.
Il soldato è un uomo che può distinguersi soltanto al cuore.

E la quarta consolazione e l’ubbidienza. Da borghesi bisogna dirigersi soli, ed è difficile conoscere il dovere e se si sbaglia si passa pena. Da borghesi il dovere non finisce con la giornata, e devi sempre pensare a domani o all’avvenire.
Invece, soldato ubbidiente, sei sempre sicuro del dovere.
Riposi nella coscienza del tuo superiore.
È lui colpevole se va male.
E non hai da pensare a domani. Il tuo destino non dipende da te, ti viene da fuori.
Tu sei un uomo che nasce alla sveglia e muore alla ritirata.
È il riposo dell’obbedienza. Bisogna saperlo godere.

E la quinta consolazione è la disciplina.
Anche il borghese ha la sua disciplina, e gli serve a soddisfare i bisogni; ma la nostra va più lontano, e ci serve a vincere tutti bisogni e tutte le miserie: la fame, la sete, la paura, la fatica.
Quando la disciplina del borghese non so ne può più allora comincia appena la disciplina del militare.
Noi siamo di quelli che partono anche se piove; edigeriscono anche se non hanno mangiato; e fan paura alla più brutta paura; e riescon a ogni costo, e non cercano scusa mai; e quando son morti, rispondono ancora all’appello e vanno all’assalto 7 volte almeno.
È la nostra superbia questa disciplina; è per questa che guarda dall’alto in basso l’Alpinoo.

E la sesta consolazione è l’amore.
Ora vi cercate tra paesani, ma tra poco vi cercherete tra compagni che han fatto quella notte, quella solitudine, quella passione.
Da borghesi si possono fare amici falsi, ma davanti alla morte non ci sono più che amici veri.
Vedete gli anziani che non ammettono neanche la compagnia, e si abbracciano come fratelli ritrovati.
Scherzavano su quella vita, nelle posizioni: erano pane fetenti nella rocca perduta, dove quando ci si spoglia bisogna mettere il piede sulla giubba perché non cammini sola; ma poi le hanno nominate amorosamente, sasso per sasso, come paesi: I DUE DADI – GLI STRAPIOMBI – IL SASSO MISTERIOSO -; e ne parlano sempre, e piangevano doverle abbandonare, perché erano diventate la casa della loro bravura.

E l’ultima consolazione è una consolazione soltanto nostra; riservata ai soldati italiani.
È la consolazione della buona coscienza che ci si legge sul viso.
Noi ci battiamo per una causa di giustizia tra gli uomini.
Se la nostra forza severa non lo castiga, l’oppressore diventerà ancora più ingiusto e cattivo.
Anche chi non ha nulla, ha da perdere, se l’uomo diventa più ingiusto e cattivo.
Questa è la guerra che continua la nostra vita di popolo povero è buono. È un lavoro che continua a quello della vanga: il lavoro del fucile.
Se non frutterà a noi, frutterà ai nostri figlioli.

Ecco la più bella consolazione.

Chi si porta dietro questa, i piedi non gli arderanno mai; e lo zaino peserà appena con un sacco di noci per casa.

(Piero Jahier)

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