Il coraggio di chiedere aiuto

A volte basta davvero un attimo per essere colti da un’emozione.

Una semplice foto che racconta di una giornata in montagna fra amici ti prende in maniera così forte da voler andar più a fondo per conoscere e capire le persone e i gesti che ci sono dietro.

Nello scorrere a video le bellissime foto dell’amico Luigi Rinaldo (in arte Gigistrop), scattate quest’anno in occasione del 45° Pellegrinaggio alla Madonna delle Penne Nere, svoltosi a luglio sui monti dell’Alpago e curato dagli amici del Gruppo A.N.A. di Tambre, una su tutte ha calamitato la mia attenzione.

Era quella che vi propongo qui a destra in cui il fotografo ha saputo cogliere un momento davvero difficoltoso della salita al Sasson de Val de Piera, dove si erge la scultura ideata e realizzata 45 anni orsono da Isidoro Bona, scultore alpagoto.

In quella foto ho riconosciuto il mio amico e cliente Pierantonio Peterle, seduto su uno strano baldacchino trainato a fatica, su un sentiero scosceso, da un gruppo di “maglie arancioni” (così infatti siamo abituati da tempo a riconoscere gli Alpini di Tambre, nelle loro uscite ufficiali).

Altro che maglia gialla e pedalate dopate! Qui è tutto salame nostrano e cabernet. E muscoli tesi in uno sforzo comune.

Sono così andato a guardarmi tutto il reportage fotografico pubblicato in internet da Luigi, e dopo aver scorso tutte le oltre duecento foto, ho dovuto ritornare su questa, risultata quella che sa condensare in sè il vero senso dell’essere Alpini.

Anche 41 anni fa, Pierantonio era con i suoi amici, allegro gruppo di calciatori dodicenni in rientro da una partita, quando un gravissimo incidente stradale gli tolse l’uso delle gambe. Lo strazio dei piccoli compagni di squadra di allora è diventato oggi la gioia dei suoi compaesani e amici alpini per far diventare, assieme a lui, una giornata di festa in un momento da portare nel cuore per sempre.

E salta fuori che la storia, quando vai a scavare un po’, coinvolge non solo Pierantonio e gli Alpini di Tambre, ma anche altri personaggi che nella vita hanno avuto sì dolore, ma anche tanto altro. Come Oscar De Pellegrin, alpino, alfiere della Nazionale Italiana e medaglia d’oro alle recenti Paralimpiadi di Londra 2012, che si e prodigato nel trovare una carrozzina adatta a salire sugli sconnessi sentieri di montagna, quali quelli che avrebbero dovuto affrontare Pierantonio e i suoi amici Alpini.

Vi invito ad andare sul Web a visitare il sito fotografico di Luigi Rinaldo. La cosa è facile, basta inserire in un motore di ricerca le parole “gigistrop” e “picasa”. <———- Che vi porterà qui ——–>

Vi troverete lo splendido reportage di una giornata iniziata non in una domenica mattina di luglio, ma molto prima. Iniziata 45 anni fa, quando un artista finì la sua scultura (ideata da tempo assieme ad alcuni amici alpini) e la vide porre in opera, con non poca fatica, da altri amici che si erano aggiunti con entusiasmo all’idea.

Un filo di amicizia, quello del Sasson de Val de Piera, attraversato dal dolore di un ragazzino che col tempo, coraggio e tanta volontà, ha saputo tornare a riassaggiare il gusto per la vita. Una vita, tante vite, legate assieme da interessi, ideali e affetti comuni.

Vite semplici di persone semplici. Persone che hanno saputo cogliere al volo il desiderio di quel “ragazzino” per andare lassù dove non era mai stato.

Quella foto mi ha fatto pensare alla fatica interiore che sento quando devo chiedere aiuto a qualcuno. E in questi tempi di crisi, quanti di noi sentono questa fatica. La fatica per un lavoro saltuario o precario. La stanchezza di vivere giorno dopo giorno una vita ormai difficile.

Quel senso di assenza che ti prende e ti fa pensare che non sai più nemmeno cosa vuoi. Ma continui a stare dietro ad ogni tuo dovere, senza lasciare nulla di incompiuto, perchè sei sempre stato così e vuoi continuare ad esserlo.

Ma tutto ti appare come una altissima montagna da scalare. Il tuo personalissimo Sasson de Val de Piera. E giorno dopo giorno, qualcosa che non conosci e non vorresti aver mai provato ti è accanto. Dentro. E stai male.

Ti chiedi perchè, e non riesci a darti una risposta: “Non ho motivi per stare male. Non posso stare male. Non devo stare male!”. E nonostante i tuoi sforzi stai peggio. Non puoi permetterti debolezze, ma ti senti sempre più debole. E non vuoi chiedere aiuto a nessuno per combattere questa tua “fatica di vivere”, che però, se ti soffermi un attimo a guardarla bene, la trovi sicuramente ridimensionata, se paragonata ai dolori e alle fatiche passati da ragazzi sfortunati come Pierantonio o Oscar, nella vita.

In una canzone di anni fa, intitolata “Il coraggio di chiedere aiuto”, Ron diceva “Anche nel buio profondo saremo due luci che accendono il mondo“.

Ed è nelle giornate come quella in Alpago che quelle luci sanno diventare ben più di due, illuminando le vite di tutti noi, alpini e non, quando vi partecipiamo e soprattutto quando permettiamo agli di altri di darci una mano nell’affrontarle.

Non poca e faticosa sarà la salita, ma come gli Alpini hanno dimostrato che con la volontà si può ottenere tutto e come loro sono riusciti a portare fin lassù lo sfortunato amico, anche noi dobbiamo riuscire a trovare la forza per chiedere aiuto, quando non riusciamo ad uscire da soli dalle nostre “montagne impervie”, o porgere la nostra mano quando dall’altra parte è un amico bisognoso a chiederla.

Michele Sacchet

Foto Gigistrop
(Articolo per il Col maòr dell’ottobre 2012)

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