Pietro Zaglio

Il nostro Generale

Non è questo un articolo vero e proprio e non ha nessuna velleità letteraria. La forma è quella che è, cioè semplice, alla buona, all’alpina.

Troppi e molto spesso sconosciuti sono gli episodi che hanno costellato la lunga carriera militare e che hanno dimostrato quale era il fondo del cuore dell’ufficiale Pietro Zaglio. Cercheremo quindi di riassumere, in breve, le fasi della sua vita di soldato al servizio della patria, conscio anche dei doveri verso i subalterni cui è soggetto un comandante.

Nato a Verona, ma bellunese di adozione, percorse quasi tutta la sua vita militare al 7° Alpini.

A questo Reggimento venne assegnato nel 1909, dopo il periodo trascorso quale volontario al 6°Alpini e successivamente alla Scuola Militare. Col grado di tenente arrivo al “Feltre “e precisamente alla 65ª compagnia, che suo figlio Giuseppe avrebbe comandato 37 anni dopo.

Ad Agordo ebbe un encomio per quel suo atto generoso che è stato già illustrato su questi fogli.

Col battaglione Feltre partecipó alle operazioni in Tripolitania ed in Cirenaica durante la guerra. Erano i tempi in cui si cantava “Tripoli, bel suol d’amore…” Di quei tempi noi ricordiamo anche un’altra canzone, meno nota e che fu portata nella nostra zona dal compianto Giosuè De Barba: “Le donne da Africa sono tutte nere…”.

Rimpatriato, il tenente Zaglio fu promosso capitano e trasferito al 3° Alpini. Scoppiato il primo conflitto mondiale, partecipò con battaglione “Pinerolo “al combattimento del Monte Nero, durante il quale fu ferito una prima volta. Gli venne concessa una medaglia di bronzo al valor militare con la seguente motivazione: “Conduceva molto abilmente il proprio reparto sulla linea di fuoco. Ferito, rincuorava i propri dipendenti e li incitava all’azione, dando così bella prova di fermezza e d’ardire “.

Partecipò quindi alle successive operazioni in Alta Carnia con il battaglione “Moncenisio”, sempre del 3° Alpini, e poi, quale comandante del battaglione “Montenero” dell’8° Alpini, a quelle svoltesi sul Pal piccolo, Pal grande e Freikofel.

Benché nuovamente ferito, manteneva il comando e restava fra i suoi alpini anche durante il ripiegamento da quelle posizioni che avevano stato e mai perduto. Il battaglione si distingueva per i combattimenti sostenuti al Passo della Mauria, Monte Piduel e Longarone.

Riconoscimenti al valore suo e dei suoi soldati stampa e dallo stesso nemico, fra cui l’allora maggiore Rommel, comandante l’avanguardia germanica Longarone. Dopo il combattimento di Longarone, uscì a portare sul Grappa i resti del battaglione, passando da Forcella Tanzon e Bolzano Bellunese. Sui gradini della chiesa di questo paese operarono un assalto alla baionetta contro l’incalzante invasore.

Partecipò ai successivi combattimenti sul Monte grappa. Venuto a conoscenza che il comandante del battaglione, che dava il cambio al suo in linea, era caduto, lo sostituiva volontariamente.

I combattimenti al Col della Beretta durarono diversi giorni e del nuovo battaglione, il “Monte Clapier”, non restarono che 14 uomini e quasi tutti feriti. Il nemico, ammirato di tanto valore, concedeva ai superstiti catturati, l’onore delle armi.

Per tale fatto d’arme fu citato nel Bollettino di Guerra del Comando Supremo e veniva proposto per un’altra ricompensa. Il nemico stesso concedeva all’allora Maggiore Zaglio l’onore di conservare l’arma durante la dura prigionia.

Rimpatriato dalla prigionia, il 1 agosto 1919 veniva assegnato al battaglione alpini “Belluno” e ne conservava il comando per diversi anni.

Fu promosso Colonnello nel 1932 e destinato a Como, quale comandante del 67º Reggimento Fanteria. Due anni dopo ritornò a Belluno al comando del 7° Alpini.

Venne promosso generale nel 1938 e trasferito prima a Forlì, poi a Ravenna e successivamente in Libia con la sua solida divisione “Pavia”, di cui tenne il comando per tre anni. Con la “Pavia “partecipò alle operazioni svoltesi in Africa settentrionale, dove ritrovò, da alleato, il suo ex nemico Generale Rommel.

Le bandiere della sua divisione, per il lodvole e valoroso comportamento di ufficiali e soldati, venivano decorate con alte ricompense al valore.

In un rapporto steso durante la guerra, si legge testualmente: “Ha forgiato l’ottimo elemento della sua divisione in modo ottenere uno strumento pronto a qualsiasi azione, affiatato, compatto e volitivo. Sa comandare e trascinare i dipendenti, dei quali gode stima, fiducia e attaccamento. “.

In seguito fu rimpatriato per grave infermità di guerra e destinato, in un secondo tempo, al comando della divisione “Assietta” in Sicilia.

Veniva promosso Generale di Corpo d’Armata e, quale Mutilato di Guerra, ammesso al Ruolo d’Onore.

I giorni tristi dell’8 settembre 1943 lo trovarono nella sua villa di Col di Salce, malato e stanco, ma sempre fiero. Qui rimase anche durante il periodo successivo, ormai distaccato dall’ambiente militare e dagli avvenimenti che dolosamente inciderò il suo cuore generoso.

Dopo la guerra ricoperse varie cariche: Presidente del Nastro Azzurro, dell’Associazione Combattenti, della Sezione ANA di Belluno, e dei Mutilati di Guerra.

Fu anche assessore comunale e commissario dell’Ospedale Civile di Belluno.

E’ ancora impresso in noi il ricordo del nostro Generale, sempre in movimento fra casa, giardino, fiori, api e “rocolo”.

Abbiamo certamente impresse nella memoria le accorate parole da lui pronunciate sulla tomba del povero Zaccaria Bortot, suo mezzadro ed ex attendente. Si rammaricava col destino crudele che aveva strappato i suoi cari uno così giovane, mentre aveva dimenticato un povero vecchio che ormai dalla vita nulla più poteva avere e che ormai aveva concluso la sua giornata terrena.

Si spense serenamente, senza rimpianti, vorrei dire modestamente come era vissuto e, quasi di nascosto per non disturbare, in un tardo pomeriggio entrò nel Paradiso di Cantore.

Dem

 

Tratto dal Col Maòr n. 2 del 1964

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