Dalla Viola alla DT Gordon Gipsy

Articolo di Paolo Tormen per il Col Maòr n° 4 del 2005

Un tempo nelle nostre stalle si allevavano vacche quasi esclusivamente di razza bigia, soggetti con caratteristiche morfologiche estremamente diversificate considerato anche l’assenza di concetti selettivi precisi. I  numeri, inoltre, erano molto bassi con presenze medie attorno ai due, tre capi, poche infatti erano le stalle con più di dieci catene tacàde ala carpìa (attaccate alla mangiatoia – NDR).

I nomi che venivano attribuiti alle vacche   tenevano conto in particolare dell’aspetto esteriore dell’animale, colore del mantello, mole o forma delle corna, percui i più diffusi erano: Viola, Bisa, Rossa, Bionda, Ciara, Stella, Cèa, Cerva…

Successivamente numerosi eventi che coinvolsero direttamente o indirettamente la popolazione, trovarono riscontro anche nell’attribuzione dei nomi alle bestie e così videro la luce tante Sara, Adua, Tripoli, Saba, Savoia, Roma, Regina, e ancora Zara, Mosca, Isba…

A partire dagli anni sessanta il patrimonio bovino modificò sostanzialmente le sue caratteristiche. La politica zootecnica di allora si orientava su una sostituzione genetica della nostra bigia a favore di altre razze giustamente ritenute più redditizie, come la Bruna Alpina o Svizzera e la pezzata nera Olandese.

Si assistette, in quel periodo, ad una massiccia importazione di riproduttori maschi e femmine, provenienti, non a caso, dagli stessi Paesi del Nord Europa, che nei decenni precedenti avevano accolto i flussi migratori della nostra gente: Svizzera, Germania, Olanda e Belgio.

All’anagrafe, quindi fecero la loro comparsa nomi nuovi quali: Bruna, Svitta, Berna, Mora, Moretta…

In quegli anni il Paese si infiammava allegramente in discussioni frivole, segno di un relativo diffuso benessere e nelle stalle salivano alla ribalta nomi come Coppi e Bartali, per i tori, o Binda, per le femmine.

Grazie alle note diffuse dalla radio, quasi in ogni casa, o alle immagini in bianconero della televisione nei bar, si
moltiplicarono le Mina, Milva, Wilma, Nilla, Iva, Colomba, Zingara…

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Si sa, lo spettacolo influenza sempre il costume, pertanto in tempi più recenti, l’invasione delle telenovelas non  ha risparmiato neanche gli allevamenti zootecnici, “partorendo” diverse Pamela, Sue Ellen, Jessica, e, forse,  qualche torello denominato Ridge…

Anche la pubblicità, rigorosamente di settore, ha regalato ispirazione a quanti desideravano attribuire un nome ai propri animali. Ci sono state, infatti le Susanna e le Carolina e anche un buon numero di Milka.

Da quando l’allevamento bovino è entrato nella fase, per così dire moderna, cioè da quando vengono seguite linee selettive basate sulla trasmissibilità dei caratteri genetici relazionate a parametri produttivi ereditari, l’abitudine di
attribuire un nome alle vacche è diventata precisa esigenza di individuazione dei riproduttori.

Così oggi dal nome di un animale non si ricava più un’ informazione generica o casuale, bensì delle notizie certe sull’allevamento di provenienza, sulle sue ascendenze e sulla sua età.

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Così DT Gordon Gipsy contiene la sigla della stalla dove è nata (DT), il nome del padre (Gordon) e l’anno di nascita (Gipsy dove l’iniziale G rappresenta il 2001).

Molto spesso tutti dati utili all’individuazione del soggetto vengono catalogati e compressi informaticamente all’interno di microchips collocati sotto la cute dell’animale stesso e resi visibili attraverso l’uso di lettori magnetici.

A questo punto a chi scrive sorge un serio dubbio: chissà se per far spostare questi animali basta ancora mormorare “poggia” o è indispensabile inviare un SMS?

Mah, benedetto progresso!

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