Degna sepoltura

Per dar loro degna sepoltura si è subito sentito dire a proposito degli alpini scoperti sull’Adamello, chiusi nel ghiaccio, dopo trentacinque anni. Degna perchè? Forse che quella avuta finora è stata indegna?

Che mentalità strana. Appena si è saputa la notizia, il primo pensiero – a giudicare dalle cronache – è stato quello di salire lassù, di rompere la meravigliosa bara, di estrarne i corpi intatti e di portarli a seppellire giù in pianura, affinchè finalmente si trasformino in vermi, polvere e bruttura.

Ma perchè? Allo scopo di onorare i santi, i re, i salvatori della Patria, si è sempre cercato di conservare, con complicate manipolazioni, le loro spoglie corruttibili. Gli egiziani facevano le mummie, i comunisti hanno imbalsamato Lenin, gli argentini stanno facendo io stesso con Evita. Ma con gli alpini, questa volta, no. Anzi, il contrario.

La montagna li ha miracolosamente preservati, gli ha procurato un sonno puro e silenzioso, nella massima serenità e bellezza che mente umana possa concepire. E non c’è stato bisogno delle miserande manipolazioni mortuarie che arrestano si la decomposizione ma alterando i lineamenti, cambiando l’amato volto in un altro volto sconosciuto. Un prodigio che ha pochi precedenti ha detto al tempo: fermati, e l’ha lasciato là, immobile, sospeso sul ciglio dell’abisso dove intanto precipitavano giù, uno sull’altro, trentacinque anni.

Si può dire di più: a titolo di prova facciamo a gara nell’immaginare, per degli alpini morti in guerra, il sepolcro più splendido, nobile e geniale, in uno stile che vada bene a loro, e senza limiti di spese. Quale sarebbe il risultato? Né architetto né scultore, per quanto originale e ispirato, potrebbe sicuramente inventare una tomba meglio di quella che la natura ha fabbricato. Ed è la tomba che essi stessi, gli alpini, avrebbero di certo preferito.

Ebbene, no. Invece di pensare, se mai, a rafforzare la vitrea corazza che chiudeva i cinque corpi, a preservarla dal sole, a garantirne la conservazione, noi no; noi immediatamente si è pensato a profanarla, a estrarne i cinque alpini, a toglierli da quel sublime esilio e portarli giù con noi, nella comune miseria della polvere, della terra, del bitume e della sudicizia.

Perchè dunque questo gusto di rovinare ciò che è bello, giusto e puro? Per sapere chi sono i cinque morti? Ma non facciamo ridere! Dopo trentacinque anni! Forse allora per la consolazione dei parenti? Ma se non si sanno neanche i nomi! E poi, anche ammesso che vivano ancora le madri e i padri e che costoro siano ancora capaci di piangere, non avrebbero detto loro stessi “Lasciateli lassù, che la montagna ancora li conservi ? Dovrebbero forse preferire che i loro figli, da gelide stupende statue di cristallo, si mutino in brandelli putrefatti?

Il fatto è un altro. Per quanto possa riuscire amaro a dirsi, per quanto gli uomini siano animati certo da ottime intenzioni, il fatto è che questi alpini, finchè fossero rimasti chiusi nel ghiacciaio, sarebbero stati troppo incomodi. Essi non si potevano definire ancora morti. Diciamo pure: continuavano a far parte del mondo, a risultare ancora “in forza al battaglione”, continuavano a difendere la Patria. Erano vivi, e a noi quaggiù, sapendolo, dimenticarli era proibito. Ma gli uomini, e specialmente gli Italiani si direbbe, sono invece smaniosi di dimenticare e quando un eroe muore loro vanno dietro ai funerali, piangono un poco, presentano le armi ma tre giorni dopo non ne vogliono sentir parlare più. Si è impazienti di dimenticare coloro che hanno meritato bene della Patria, perchè ricordo vuoi dire debito morale e i debiti si preferisce non pagarli. Fin che rimanevano lassù, nella loro garitta di diamante, i cinque alpini continuavano a guardarci e quegli sguardi avevano forse una vaga luce di rimprovero.

Meglio toglierli di là, vero?, i bravi soldatini morti combattendo in quella strana guerra, così lontana che si stenta a crederci. Meglio portarli qui con noi, alla nostra bassa quota, seppellirli, sia pure tra bandiere e trombe, metterli a dormire sottoterra. Dopodichè ci sarà permesso di dimenticarli subito. E andremo a dormire senza rimorsi di coscienza.

Dino Buzzati

(Un articolo di Dino Buzzati da Il Corriere della Sera del 13 agosto 1952)

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