Diamoci una mossa!

Nel numero de “L’Alpino” di gennaio, prendendo spunto dalla totale assenza di notizie (copertura mediatica) relative all’inaugurazione del primo dei quattro interventi previsti dell’Associazione Nazionale Alpini a favore delle popolazioni colpite dal terremoto del 2016 in Centro Italia, la Redazione ha chiesto, a quattro giornalisti di testate a livello nazionale, come “vedono” gli Alpini e cosa ne pensano della proposta di un periodo di leva obbligatoria, che la nostra associazione, a mio parere ancora timidamente, sta portando avanti.

Sulla scarsa visibilità degli alpini sulla stampa nazionale le motivazioni sono sempre le stesse; le opere di volontariato che facciamo passano sempre in secondo piano rispetto all’immagine folcloristica che ci hanno cucito addosso.

Peraltro, in una informazione che si concentra su bassa politica, cronaca nera, scandali sessuali e eventi meteorologici di pseudo eccezionalità, la nostra “normalità’” non fa notizia.

Per questo la mia curiosità e andata subito al secondo punto, cioè l’obbligatorietà di un periodo di leva per i giovani.

Tutti e quattro, pur con sfumature diverse, si sono detti favorevoli a un periodo pur breve di leva civile o militare.

Forse i giornalisti, sapendo come il tema sia caro agli Alpini, hanno voluto ingraziarsi le nostre simpatie, o forse, anzi lo spero, percepiscono come la sensibilità degli italiani, in senso favorevole al ripristino dell’obbligatorietà, sia aumentata in questi anni.

Un altro incontro poi è stato fissato dalla nostra Sede Nazionale e dalle Associazioni dei Bersaglieri e dei Fanti il 7 febbraio scorso a Milano; eravamo in campagna elettorale e, col giusto tempismo le tre associazioni hanno organizzato una conferenza stampa, sempre in argomento leva obbligatoria, a cui sono stati invitati i maggiori partiti politici.

Ovviamente ai nostri politici in campagna elettorale puoi chiedere qualsiasi cosa che si diranno favorevoli, e cosi anche nel nostro caso, pur con qualche distinguo, tutti gli intervenuti hanno dichiarato di vedere con favore la reintroduzione di un servizio obbligatorio per i giovani.

Bene! Finalmente i nostri vertici associativi chiedono alla politica una presa di posizione chiara su un argomento che oramai è evidente a tutti, rappresenta la base per la sopravvivenza della nostra associazione d’Arma. Non è più tempo di accontentarci di qualche intervista di rito al ministro o ministra di turno invitati a pranzo il giorno dell’Adunata.

Non è più tempo però anche di credere che parole e promesse bastino per smuovere le decisioni a Roma; è facile scommettere che fra un anno all’Adunata di Milano sentiremo gli stessi concetti, ma sviluppi legislativi, zero.

Ecco allora che a mio modesto parere bisogna fare un passo in più. La nostra Costituzione, all’articolo 71, prevede la possibilità che il “popolo” promuova una proposta di legge, cosiddetta di iniziativa popolare, mediante una raccolta firme.

I movimenti e i partiti politici, qualche volta abusandone, hanno utilizzato questo strumento per proporre leggi e referendum che hanno comunque iter quanto mai complessi e incerti, ma che hanno il pregio di rappresentare in maniera inequivocabile il pensiero dei firmatari con un peso proporzionale alle firme raccolte.

In questo senso una Associazione che conta, come la nostra, 300mila soci, può e deve porsi obiettivi numerici di adesioni sicuramente ambiziosi.

Per concludere mi rivolgo al nostro Presidente nazionale che nella riunione annuale dei Presidenti di Sezione (articolo su L’Alpino del dicembre 2017), riferendosi agli sviluppi legislativi del cosiddetto Terzo settore, usa l’espressione “Chi vivrà vedrà!”.

No, caro Presidente, non basta stare a vedere, se vogliamo ottenere qualcosa dobbiamo “metterci la faccia”.

Cesare

 

(Dal Col Maòr n. 1 del 2018)

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