E’ in uscita il Col Maòr n° 3 del 2015!!!

IN MONTAGNA…

Tornate sani, tornate amici, arrivate in cima: in questo preciso ordine.
(Giusto Gervasutti)

Salire in montagna è desiderio di conquistare un punto di vista più “alto”, superando la nebbia e l’afa del fondovalle che ci opprimono l’animo, impedendoci di vedere oltre la quotidiana coltre di foschia dei nostri pensieri ed affanni, apparentemente posti al di sopra di qualsiasi altra cosa. È un percorso necessariamente in salita, sempre e comunque faticoso, anche se ripetuto molte volte. L’unico vantaggio delle esperienze successive alla prima consiste nella consapevolezza di quanto si potrà provare una volta giunti e ciò contribuisce a mitigare lo sforzo necessario, riempiendolo piuttosto di motivazione e aspettativa.
Parafrasando un po’ la Preghiera dell’Alpino potremmo dire: purificati dalla fatica gioiosamente profusa… Il sudore della fronte e i crampi alle gambe distillano le grasse preoccupazioni, liberando lo spirito dagli umani orpelli. L’aria rarefatta apparentemente confonde e disorienta i sensi, in realtà ossigena il cervello ripulendolo dai falsi
equilibri e dagli effimeri riferimenti che, soggiornando troppo a lungo alle basse quote, erroneamente consideriamo fondamentali ed irrinunciabili. L’ambiente montano può risultare difficile o addirittura ostile, sia dal punto di vista climatico che per le
scarse risorse disponibili sul posto, oppure perché sussistono frequentemente i rischi di perdersi o di incorrere in incidenti o pericoli. Tutto ciò però favorisce l’espressione di nobili sentimenti e dei valori più sinceri come la solidarietà, la condivisione,
il senso di protezione e di ospitalità.
Fame, freddo, paura sono bisogni primari e il loro soddisfacimento si
ottiene a titolo non oneroso, procurando godimento “bidirezionale” ovvero ad entrambi i soggetti coinvolti: un pezzo di pane o una fetta di polenta, un focolare premurosamente acceso, una parola di conforto o ancora una carezza rassicurante o un abbraccio gratificante non si possono acquistare, ne tantomeno si può esigere
qualsiasi compenso per averle erogate o elargite.
La differenza tra il silenzio di fondovalle e quello che compenetra le valli alpine sorvolando gli altopiani erbosi, è che il primo consiste in un’assenza di rumori mentre il secondo è un’armonia di suoni talmente equilibrati da non tradire alcuna vibrazione scomposta. Il primo si può ricreare anche artificialmente interponendo barriere fisiche alla naturale percezione dell’udito, mentre il secondo, al contrario, deve invaderci completamente e richiede pertanto che il nostro spirito si spalanchi per far posto e formare una ideale cassa armonica in grado di scomporre analiticamente l’apparente senso di vuoto, riconoscendo e riordinando ogni singola nota. Fare silenzio, quindi, è un’azione attiva che necessita partecipazione e non passiva accettazione. Il silenzio di pianura è buio, nero perché è assenza di colore, mentre quello che si vive in montagna è luminoso e completamente bianco, sommando in sè tutte le espressioni  cromatiche che la vita esprime.
Poter godere del benefico effetto derivante dal salire sul monte non può essere auto bastante, non ci si può limitare al riduttivo autocompiacimento, ma è indispensabile affinché la magia si compia e la soddisfazione sia piena, ridiscendere a valle per trasferire
e condividere con quanti non hanno sperimentato la medesima esperienza per scelta, costrizione o qualsiasi altro impedimento. Può sembrare stupido raccontare quanto visto, provato o compreso ad altri apparentemente disinteressati e distratti, ma questo non
può e non deve inibire il nostro entusiasmo comunicativo, la
nostra espressione consapevolmente soddisfatta, il nostro
sorriso specchio di un animo che è stato rallegrato, solamente
per il timore di apparire stolti o disincantati. Molto peggio sarebbe che venissimo meno ad una richiesta inespressa, a un bisogno non manifestato, magari per pudore o qualsiasi altra forma di introversione, nei confronti di chi trovandosi anonimamente abbandonati nella condizione di ricerca senza trovare la forza o il coraggio di intraprendere il sentiero in salita che porta alla montagna, aspetta però di cogliere almeno un segnale di speranza
da parte di qualcuno, un indizio di provocante curiosità per decidersi ad incamminarsi o anche solo per rivolgere il proprio sguardo verso l’alto.

(Articolo di fondo a cura di Paolo Tormen)

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