E per intercessione…

E’ autunno e l’approssimarsi della festività di Tutti i Santi mi porta a riflettere su quanto il mondo agricolo descritto in queste pagine fosse fortemente intriso di religiosità popolare, una sorta di mescolanza positiva che univa fede e tradizione, devozione e scaramanzia.

Ogni azione, operazione colturale, pratica di allevamento, ecc. era sempre legata al movimento delle stagioni e scandita dal susseguirsi dei Santi sul calendario.

Così, ad esempio, S. Marco (25 Aprile) segnava le semine del mais e delle patate, S. Giovanni (24 Maggio) il momento di raccogliere le noci acerbe per produrre il nocino, S. Antonio da Padova (13 Giugno) l’inizio degli alpeggi, S. Matteo (21 Settembre) la smonticazione…

Al di là delle consuetudini più o meno in bilico tra il sacro e il profano, esisteva, in ogni caso, una sincera  convinzione, secondo la quale l’esito di qualsiasi accadimento, solo marginalmente poteva dipendere dall’operato  degli uomini, in quanto al di sopra di tutto prevaleva la Superiore volontà, alla quale spettavano le lodi e i  ringraziamenti, ma alla quale anche potevano rivolgersi richieste e suppliche.

Nell’ampio e variegato panorama dei Santi “a disposizione”, due mirabili figure si potrebbero definire, per così dire, più vicini alla categoria: Sant’Antonio abate e San Isidoro agricoltore.

Sant’Antonio abate (17 Gennaio)

Da sempre, nelle campagne, l’immagine del Santo è presente nei luoghi dove vivono e riposano gli animali  domestici. A volte, a far bella mostra sul retro dell’ingresso della stalla, è una formella in ceramica finemente  dipinta, il più delle volte, un quadretto di legno o una stampa incorniciata, o ancora, un santino lordo e spiegazzato di nessun valore artistico appoggiato in qualche modo alla mensola assieme a brusca, striglia e un portacandele.

Qualunque sia la forma, la sostanza non cambia. Il famoso abate egiziano è sempre stato lì, con le vesti da eremita, la lunga barba bianca, il bastone a Tau, il porcellino e una vivida fiamma ai piedi.

Ma vediamo in breve chi era questo Santo, e perché è diventato il principale patrono degli animali. Antonio abate (così chiamato per distinguerlo dall’altrettanto famoso Antonio da Padova), nacque a Coma, in Egitto, nel 251,  nazione dove morì a 105 anni, dopo una vita spesa a vagare nel deserto.

Considerato il patriarca di tutti i monaci, a vent’anni si spogliò dei suoi beni e si dedicò all’ascetismo. Per quattro lustri visse di solo pane e acqua nella meditazione e nella preghiera. Di grande saggezza spirituale, Antonio raccolse intorno a se un gran numero di discepoli.

Gran parte del culto popolare di Antonio deriva dalla fama di guaritore dall’herpes zoster, detto appunto “fogo de Sant’Antoni” (fuoco di Sant’Antonio). Si narra che i seguaci del Santo, per meglio soccorrere i malati che si recavano ormai senza speranza alla chiesa francese di Saint-Antoine de Viennois, luogo dov’erano conservate le reliquie, decisero di costruire un ospedale e dei ricoveri. Ebbe così origine l’Ordine Ospedaliero degli Antoniani.

Per assicurare la sussistenza ai malati e ai religiosi, e ottenere il grasso con cui preparare unguenti sanificatori delle piaghe, si narra che venissero allevati dei maiali destinati alla macellazione, lasciati liberi di vagabondare per il paese e mantenuti dalla carità pubblica.

Necessità sopraggiunte vietarono la libera circolazione degli animali nella città, fatta eccezione per i maiali degli Antoniani che, da allora, dovettero portare come riconoscimento la celebre campanellina al collo. Nasce  probabilmente da qui il modo di dire, ancora presente nel linguaggio popolare, “l’è come an porzel de Sant’Antoni”, perdefinire chi trae sostentamento rivolgendosi, di volta in volta, a tavole o mense diverse, confidando della benevolenza del prossimo.

I contadini del luogo, inoltre, si assunsero l’onere di allevare sempre un capo bovino o suino in più per donarlo ai frati, ricevendo in cambio la benedizione, per intercessione del Santo, sul resto del bestiame e sulla propria famiglia.

Nel calendario cosiddetto moderno, il giorno dedicato a questo Santo è il 17 Gennaio.

In questa ricorrenza era, e in qualche luogo lo è ancora, usanza benedire gli animali domestici sui sagrati per preservarli dalle malattie, nelle stalle venivano accuratamente ripulite le immagini del Santo e davanti ad esse si accendeva un piccolo cero a scopo propiziatorio.

Per la festa del loro protettore, poi, le bestie venivano trattate amorevolmente, strigliate, ben nutrite, esentate dal lavoro e, ovviamente, non potevano essere macellate. In occasione dell’annuale visita del parroco per la benedizione delle case, indipendentemente dal periodo nel quale avveniva, era consuetudine chiedere al piovan di estendere il suo esercizio anche all’immancabile adiacente stalla e lì, invocando l’intercessione di Sant’Antonio abate, lo stesso aspergeva benedicendo animali, locali e addetti.

Ogni qual volta, inoltre, che preoccupazioni particolari affliggevano gli allevatori come un parto che si prospettava difficile, una diagnosi dall’esito incerto, il timore per il diffondersi di epidemie, sempre si ricorreva a quella immagine benedicente sulla mensola o “picada” su la porta, recitando in fretta un pater, ave, gloria, o anche solo rivolgendovi un intimo sguardo supplichevole.

San Isidoro agricoltore (15 Maggio)

Nacque nei dintorni di Madrid attorno al 1070 ed esercitò il lavoro dei campi fin da giovinetto. A contatto della natura scoprì il volto di Dio e nel silenzio dei campi apprese a parlare con il Creatore.

Isidoro coltivava un fondo appartenente ad un illustre Cavaliere di Madrid, Giovanni De Vargas, e come ricompensa riceveva parte dei prodotti (una specie di mezzadro ante-litteram). Il Santo aveva l’abitudine di pregare prima di recarsi al campo, perciò iniziava il suo lavoro a giorno inoltrato. Il fatto, ovviamente inusuale, non sfuggì ai vicini invidiosi, che lo accusarono di comportarsi da fannullone e infingardo verso il padrone. Questi volle controllare di persona il modo di fare di Isidoro e un giorno si recò sul fondo, dove, con sua grande meraviglia, vide due angeli che, guidando una coppia di buoi, erano intenti a lavorare il terreno mentre Isidoro era assorto in preghiera.

Commosso da quella visione, Giovanni De Vargas donò il fondo al Santo. Dio stesso più volte premiò la fede di Isidoro e gli manifestò chiaramente la sua predilezione, intervenendo con numerosi miracoli. Durante una prolungata siccità tutte le fonti si erano inaridite, i contadini dei dintorni non potevano più dissetare se stessi e i propri animali e i raccolti andavano perdendosi, così Isidoro, ispirato da Dio, affondò la vanga nel terreno dal quale, miracolosamente zampillò una vivida fonte.

Fu squisito nella carità verso i poveri, per sfamare i quali trovò sempre un pane. Gareggiava in solidarietà con lui la buona Maria Torribia, sua sposa e fedele compagna di fatica, che accoglieva con amorevole senso di ospitalità tutti coloro che bussavano alla porta di casa.

Colpito da un inguaribile male, Isidoro, presentendo la fine, volle ricevere i Sacramenti, regolò i suoi modesti affari e chiuse quindi santamente la sua esistenza terrena. La fama della sua santità si sparse ovunque e, ben presto le popolazioni rurali invocarono la sua intercessione ed eressero numerose chiese in suo onore. Nel 1622 Papa Gregorio XV lo elevava agli onori degli altari; successivamente veniva proclamato Patrono degli agricoltori.

La devozione a San Isidoro è diffusa su tutto il nostro territorio nazionale, da noi era particolarmente sentita in Sinistra Piave anche per la presenza, in comune di Trichiana, di una chiesetta a lui dedicata, posta al centro di un prato coltivato nell’omonima località conosciuta anche come Nate.

La chiesa di S. Isidoro a Nate di Trichiana (BL)

Il luogo era meta di rogaziòn, processioni organizzate in particolare nel periodo estivo per invocare la pioggia. In  occasione della sua festa viene ancora oggi celebrata una messa propiziatoria per il buon andamento dell’annata e durante la quale vengono benedette le persone e le attrezzature addette al lavoro agricolo.

La gente dei campi si rivolge a San Isidoro, anche nel corso della celebrazione del Ringraziamento, giornata autunnale che annualmente viene dedicata non tanto alle invocazioni quanto ai sentimenti di gratitudine per il raccolto ottenuto e per la salute concessa a persone e animali.

La figura immaginifica di Isidoro è particolarmente amata sia per la relativa modernità del contesto sociale nel quale è vissuto, ma anche e soprattutto per l’accostamento frequente, nelle narrazioni e nell’iconografia popolare, del Santo con la moglie in una dimensione domestica molto vicina al concetto rurale di impresa famigliare.

La quotidianità dei fatti e delle gesta che hanno reso l’onore degli altari a Isidoro sono in realtà molto semplici,   umanamente replicabili e quindi, da sempre, un fulgido esempio da seguire per raggiungere una Santità “a portata di tutti”.

 

(Articolo da “Quando tuti se avèa ‘na vacheta…” del Col Maòr n. 3 e 4 del 2008)

 

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