Fausto Coppi: il campionissimo

A oltre 50 anni dalla morte il suo mito continua a vivere

Nacque a Castellania (Alessandria) il 15.09.1919.

Morì il 02.01.1960 in seguito a infezione malarica, contratta nel Burkina Faso (Africa), dove si era recato per una “tournèe” con altri ciclisti.

Un’assurda fine, a soli 40 anni, per un banale e quasi inspiegabile errore dei medici.

Egli era un ciclista con qualità eccezionali.

Passista e scalatore, vinse tutto, dappertutto e in quasi tutte le specialità: a cronometro come in salita (in particolare sulle vette più terribili), nelle classiche come nei grandi giri, nell’inseguimento su pista (due volte campione del mondo) come battere il record dell’ora nel 1942 (primato che resistette 14 anni), forte anche in volata.

Fu campione del mondo su strada nel 1953.

Venne soprannominato “Il Campionissimo” e anche “L’Airone”.

Coppi nel 1946 vinse la sua prima Milano- Sanremo con 14 minuti di vantaggio sul secondo; la radio annunciò: “Primo classificato Coppi Fausto, in attesa del secondo trasmettiamo musica da ballo”.

Nel Giro d’Italia del 1949, firmò quella che rimase la sua impresa più celebre, con 192 chilometri di fuga solitaria nella tappa Cuneo-Pinerolo; il giornalista Mario Ferretti aprì la sua radiocronaca con frasi entrate nella storia del ciclismo: “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”.

Egli vinse 58 volte dopo fughe solitarie, percorrendo in quelle occasioni un totale di 3041 chilometri, vale a dire che metà delle sue vittorie su strada furono  per distacco.

Il nostro celebre conterraneo Dino Buzzati, al seguito del Giro d’Italia del 1949, relativamente alla  tappa Bassano-Bolzano, vinta da Fausto con 7 minuti di vantaggio su Gino Bartali, scrisse tra l’altro: “Egli va tranquillo, ogni tanto sollevato sul manubrio, menando armoniosamente le sue gambe a fuso, massicce all’attaccatura, snelle ai polpacci. Non si volta a guardare, non chiede consigli…Un corridore in bicicletta, d’accordo. E noi di sicuro non siamo tifosi. Però c’è qualcosa di emozionante in quello smilzo giovane che scavalca montagne su montagne niente altro che col battito del cuore.”.

Erano i tempi eroici del ciclismo, durante il difficile dopoguerra, quando gli italiani stavano “incollati “ davanti alla radio per seguire i duelli fra Coppi e Bartali (detto “l’Intramontabile” e anche “Ginettaccio”) e talvolta nascevano accese dispute fra Coppiani e  Bartaliani.

Fausto Coppi viene definito il primo ciclista moderno, per il suo rigore, l’allenamento duro e costante, l’autodisciplina ferrea, sottoponendosi anche a drastiche diete. Paolo Viberti, su “Tuttosport”, scrisse di Fausto: “Forse non è stato il più forte nella storia del pedale – questo titolo spetta a Eddy Merckx, detto “il Cannibale” –  ma senza dubbio il più grande per l’eclatanza delle sue vittorie, per il peso sociale che le sue gesta ebbero su una nazione, come la nostra, che nell’immediato dopoguerra fu aiutata a rinascere anche da lui, protagonista di epici duelli con Gino Bartali che divisero in due il Bel Paese”.

Anche Bartali ebbe un ruolo sociale importante, come nel luglio 1948, quando le sue vittorie al Tour de France contribuirono a calmare gli animi, ad allentare il clima di tensione sorta dopo l’attentato a Palmiro Togliatti.

Dobbiamo aggiungere, a favore di Coppi rispetto a Merckx, che egli non poté gareggiare durante la guerra e che si fermò 13 volte a causa di infortuni, alcuni dei quali gravi. Nel 1951 al Giro del Piemonte morì, in seguito ad una caduta, l’amato fratello Serse, anche lui ciclista.

Coppi, nel 1955, venne processato per adulterio e condannato. La sua relazione con la “Dama Bianca”, anche lei  sposata, suscitò all’epoca grande scandalo. Nonostante gli infortuni, le tragedie e i dispiaceri, che costellarono la sua esistenza, egli continuò a correre, sorretto da un fisico straordinario. Solo la morte lo fece scendere dalla bicicletta definitivamente.

A.D.P.

(Articolo di Armando Dal Pont per il Col Maòr n. 2 del 2010)

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