Fien, dork e terzadin

E già! si fa presto a dire fieno, in realtà dietro a questa parola dal significato apparentemente scontato e banale esiste un enorme bagaglio culturale costituito da tradizioni popolari, terminologie, emozioni, suoni, colori e profumi, del quale ben poco resta se non nella memoria dei più fortunati.

Un conto è falciare un prato con finalità diverse da quelle produttive e agricole in senso stretto, per svolgere cioè quello che oggi si definisce manutenzione del territorio ( termine assai inflazionato e molto spesso privo di qualsiasi significato se non demagogico) e un conto è “far fien”, cioè produrre foraggio destinato all’alimentazione dei propri animali domestici, ottenuto mediante coltivazione specifica del prato, raccolto e conservato con determinate tecniche.

Come ho già potuto dire, la diffusione capillare e la dimensione familiare che caratterizzavano l’allevamento bovino delle nostre zone fino a qualche decennio fa, erano estremamente correlate con l’esigenza di sfruttare al meglio tutte le superfici prative a disposizione. La stretta contiguità tra gli appezzamenti coltivati da famiglie diverse, mentre favoriva in tante occasioni il senso di collaborazione tra gli addetti, stimolava anche goliardiche e pacifiche competizioni, quando non era addirittura motivo di contese per il rispetto dei confini.

Oggi restiamo stupiti leggendo come certe popolazioni del Nord conoscano e utilizzino decine di termini diversi per definire la neve, ma in fondo, per molti di noi è la stessa cosa se pensiamo, per esempio, ai molti modi che potevano essere utilizzati per descrivere l’erba:  vecia, fresca, dura, tendra, trista, marza, arsa, magra, simpia, grassa, ciara, fissa, mora, suta, moia, bona, cattiva.

batte falce

La fienagione è comunemente intesa come l’operazione agronomica estiva, manuale o meccanica, effettuata per la raccolta del foraggio a destinazione zootecnica, ma “far fien” significa molto altro e molto di più.

Vuol dire aver impresso in noi stessi, senza saperli descrivere a chi non li conosce, odori e profumi che evocano intimi sentimenti di gioia e soddisfazione o di estrema amarezza, come l’inebriante aroma serale del fieno che termina la fermentazione nei fienili adiacenti le camere da letto, o il pungente odore di marcio emanato dai covoni quasi secchi sul prato dopo giorni di pioggia ininterrotta.

Significa l’illusione di sentire ancora il tec,tec, tec  ritmato del  “mai” che percuote con precisione sulla “pianta”  per affilare la lama del “faldin”, oppure la melodia delle note, prodotte dalla “pria” sulla falce, suono che veniva ostentato come un virtuosismo musicale oltre che di tecnica .

E’ il fastidio del “fiorin” che brucia appiccicato alla schiena sudata, ma anche il gusto di stare a guardare la pioggia che scende, seduti sotto il portico, felici di esser riusciti a portare a casa il fieno appena in tempo. Vuol dire alzarsi di notte perché sta tuonando, per andare a coprire i “marot”. Significa farsi il Segno della Croce all’inizio della falciatura così come dopo aver riposto nel fienile l’ultimo carico della stagione.

Già dall’autunno precedente era norma fondamentale  provvedere alla  distribuzione del letame prima delle nevicate. Sul prato si impiegava il letame primaverile-estivo , cioè quello con alle spalle alcuni mesi di fermentazione anaerobica frutto di sapiente e metodica prassi di gestione del letamaio ( se deve impilarlo, balegarlo e , se serve , anca bianarlo).

In primavera il prato veniva ripulito dai residui indecomposti della concimazione, strigliato e arieggiato grazie al  passaggio in superficie della “stroza” e liberato di tutto il materiale vegetale secco rimasto dopo l’ultimo sfalcio autunnale. Tutta questa serie di operazioni era in una sola parola, definita “curar” e il termine stesso indica molto bene l’attenzione che veniva riservata a questa coltura. Naturalmente il prodotto della pulizia dei prati veniva raccolto e utilizzato in stalla come lettiera per gli animali per tener fede ad un antico dogma , purtroppo ormai in disuso, secondo il quale nulla deve essere  buttato.

Ai primi di maggio tutto era pronto, da diversi giorni il cuculo faceva sentire il suo richiamo e i fiori del tarassaco terminavano il loro ciclo affidando al vento il loro contributo alla vita, mancava solo “il segnale”. Non una data precisa o una rilevazione di temperatura, non l’altezza dell’erba o il suo stadio vegetativo ma qualcosa di non definibile costringeva tutti all’attesa. Poi, un bel giorno, Toni o Bepi o Jaco  decidevano che era il momento di iniziare e quello era il segnale per tutti che si poteva cominciare il “primo tai”.

Normalmente nelle aree di fondo valle venivano eseguiti tre sfalci produttivi a cominciare dai primi giorni di Maggio fino ad Ottobre.

Il primo, detto fien o fien gras o, più banalmente primo tai,  era ritenuto, giustamente, la principale e più importante fonte di approvigionamento di foraggio in quanto ne derivava e ne deriva circa il 50% della produzione complessiva della stagione, si soleva dire, infatti, che “l’è col fien che se impienis al fienil e se guarna le vache!” ( è con il primo sfalcio che si riempie il fienile e si mantengono le vacche ). Il maggengo, così si chiama il primo sfalcio in italiano, è caratterizzato da una composizione floristica quasi esclusivamente rappresentata da graminacee in fase di fioritura più o meno avanzata a seconda del periodo nel quale viene raccolto. Purtroppo, però, la qualità del prodotto è inversamente proporzionale rispetto alla quantità, nel senso che man mano che si ritarda lo sfalcio, gli steli e le foglie si allungano aumentando, conseguentemente,  la massa ottenibile, ma proporzionalmente, diminuiscono le proteine e gli zuccheri semplici a favore della lignina e della fibra . Si sa  però, che fino a non molto tempo fa,  era molto più apprezzata la capacità di saziare piuttosto che di nutrire, per qualsiasi alimento si trattasse, fieno per gli animali o polenta per i cristiani!

Il secondo sfalcio, che in italiano si chiama agostano, con ovvio riferimento al periodo di raccolta, è da sempre detto dork. L’origine di questa parola è abbastanza incerta anche se prevale l’ipotesi di una modificazione o storpiatura lessicale riferibile al numero due, secondo, do oppure a successivo, dopo. Questo è lo sfalcio dei profumi e degli aromi, è composto infatti da tutte quelle essenze foraggere  che solo in questo periodo riescono a prevalere sulla prepotente esuberanza delle graminacee in quanto i ricacci estivi di esse sono decisamente meno vigorosi della levata primaverile. E così nel dork si riconoscono le corolle variopinte del ginestrino, del mentastro, del trifoglio bianco e di quello violetto, della veccia e della lupinella e si odora, specie di sera, le fragranze emanate dal mentastro, dalla salvia dei prati, dal cumino e dal timo selvatico.

Per ultimo si raccoglie il terzadin , in italiano terzuolo, in quantità molto variabile e non sempre a seconda dell’andamento climatico della stagione. Fatto praticamente di sole foglie e steli acquosi, è un vero e proprio concentrato di proteine, di cui non abusare nella razione, ma molto delicato da trattare e difficilmente conservabile in condizioni ottimali.

Il rito della fienagione classica, cioè fatta quasi integralmente a mano, si compiva , tempo permettendo, in due giornate piene per ogni appezzamento falciato ed era costituita da operazioni e da gesti la cui sequenza era quasi obbligata.

far su marot

Segàr (falciare l’erba); Lavoro esclusivo da uomini, veniva svolto generalmente nelle prime ore del mattino. L’erba falciata si accumulava in file regolari dette antòi che potevano essere ugnoi o rebatesti , cioè singoli o sovrapposti.

Slargàr antòi (spargere l’erba appena falciata); Ha lo scopo di distribuire in maniera uniforme l’erba per formare uno strato il più sottile possibile facilitando la dispersione dell’acqua. Si eseguiva con la forca, o con il rastrello se l’erba non era molto abbondante.

Oltàr (voltare l’erba appassita); Poco dopo mezzogiorno si deve rivoltare lo strato d’erba che oramai ha perso gran parte dell’acqua, in modo tale che la parte rimasta a contatto con il suolo passi a raccogliere il tepore del sole o la brezza del vento che favoriranno l’essiccazione. L’erba non deve essere calpestata , ma il più possibile sollevata da terra, lasciandola leggera ed aerata. Qui entra in azione il rastrello di legno più leggero, ben rifinito e bilanciato, con incise le iniziali del proprietario, quale dimostrazione di gelosa appartenenza di un così prezioso strumento di lavoro. “L’impresta lidiera fa l’on valènt!” (l’attrezzo leggero rende l’uomo più abile) era un modo di dire assai in uso quando la manualità e la solerzia nel fare i lavori era ancora un motivo di vanto e orgoglio personale.

Restelàr e meter in code (rastrellare e disporre in andane); Verso il tramonto del primo giorno si procedeva all’accumulo dell’erba semi-essiccata in lunghe file regolari, parallele tra loro, curando di pulire meticolosamente tutto il suolo rimasto scoperto. Tutto ciò allo scopo di impedire il più possibile il riassorbimento di umidità durante le ore notturne. “de dì al se seca, ma de not al se revien”.

Far su maròt (disporre il fieno in mucchi); Per migliorare ulteriormente l’efficacia dell’operazione precedente, quasi sempre si ricorreva alla pratica di concentrare il foraggio in cumuli di forma semisferica sovrapponendone, con la forca o con il rastrello, alcune bracciate.

Butar fora o trar fora fien (spargere il fieno); Il mattino del secondo giorno, dopo aver atteso la scomparsa della rugiada , si spargeva nuovamente il fieno ormai quasi secco, con dei movimenti regolari a raggiera della forca. Il foraggio doveva essere disposto in uno strato dallo spessore maggiore del giorno prima senza coprire più tutta la superficie del prato falciato, in una parola era mes in tenda.

Oltar (voltare il fieno); Operazione molto simile al voltare l’erba ma senza dubbio meno faticosa, si svolgeva intorno alle tredici, ostacolata dalla calura e per questo poco accetta.

Restelar e menar entro (rastrellare e portare dentro il fieno); Al termine del secondo giorno si svolgeva l’ultimo atto della fienagione, il conclusivo e più appagante anche se faticoso. Venivano ricomposte  le andane e successivamente il fieno veniva trasportato, a mano con i  stanghet, oppure caricato sui scalar (carri di legno con il pianale costituito da due specie di scale a pioli parallele), presso la sede aziendale. Tirar la troza;  La raccolta andava completata ripulendo meticolosamente tutto il prato rastrellando con cura i residui rimasti sul terreno. Questo compito era quasi sempre affidato ai più giovani con ovvio disappunto degli stessi.

Si concludeva così una delle tantissime giornate laboriose dedicate alla fienagione, non prima, però, di aver dedicato un pensiero di ringraziamento a  Colui al quale si riconosceva gran parte del merito, per aver garantito la clemenza del tempo e la salute di tutti i soggetti in qualche modo coinvolti.

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