Come Folgore dal cielo…

Come Folgore dal cielo… Come Nembo di tempesta

Voglio dedicare questo articolo ai nostri sei paracadutisti della Folgore che hanno perso la vita a Kabul lo scorso settembre. E voglio ricordare il nostro compaesano Davide Casagrande, sergente del Battaglione Alpini Paracadutisti “Monte Cervino”, anch’egli caduto in Afghanistan nel 2005.

Storia del paracadute

Sembra che siano stati i Cinesi, intorno all’anno Mille, i primi a costruire una specie di paracadute, un grande ombrello di carta e di canne di bambù, con il quale i giovani dimostravano il loro coraggio lanciandosi nel vuoto da alte rocce.
In Occidente il primo a progettare un paracadute fu Leonardo Da Vinci nel 1500.
La prima realizzazione del progetto di Leonardo fu eseguita verso il 1600 da un altro “genialoide”, un certo Fausto Veranzio, che si lanciò con successo da una torre a Venezia. L’impresa fu anche immortalata nell’ immagine qui a fianco.

Da allora fino agli inizi del XX° secolo, parallelamente allo sviluppo dell’aereonautica, il paracadute continuò ad essere perfezionato diventando sempre più affidabile.

Durante la Prima Guerra Mondiale però il suo impiego fu molto limitato. Gli abitacoli degli aerei erano stretti ed i piloti avevano bisogno di muoversi; pilotando l’aereo i piloti si giravano per seguire i movimenti dell’avversario, a volte dove-vano alzarsi per azionare la mitragliatrice o per gettare nel vuoto esplosivi.

Inoltre dovevano essere ben “imbacuccati” a causa delle basse temperature in altitudine.
I piloti preferivano quindi la libertà di movimento durante l’azione, all’utilizzo di uno strumento che li potesse salvare in caso di abbattimento o guasto del velivolo.
L’aviazione italiana comunque ne era totalmente sprovvista.

Durante l’ultimo anno di guerra (dopo Caporetto), alcuni Arditi italiani furono paracadutati dietro le linee nemiche nella zona tra Vittorio Veneto e Conegliano.
Tra l’equipaggiamento avevano una gabbietta con dei piccioni per poter inviare messaggi.
Dietro le linee nemiche questi “commandos” cercavano di sabotare ponti e ferrovie, cambiavano le segnaletiche stradali per creare confusione e raccoglievano notizie sugli schieramenti avversari.

I paracadutisti militari

Dopo la fine della Grande Guerra, gli eserciti iniziarono a creare reparti di paracadutisti.
In Italia, chi volle con determinazione la costituzione di un reparto di paracadutisti fu un Alpino: la nostra vecchia conoscenza Italo Balbo (ar-ticolo di luglio 2007).

Nel 1938 Balbo, allora Governatore della Libia, fece nascere una Scuola di Paracadutismo Militare a Castel Benito presso Tripoli. Il reparto di paracadutisti fu chiamato “fanti dell’aria” ed inquadrava truppe libiche, severamente selezionate, con ufficiali, sottufficiali ed istruttori nazionali. Il problema principale non fu quello di convincere i nostri Ascari libici a lanciarsi nel vuoto, ma di convincerli a salire su un aereo.

All’inizio del 1940 fu inaugurata una nuova Scuola a Tarquinia, dove si formarono i primi tre battaglioni di truppe italiane ed il primo battaglione di Carabinieri paracadutisti.

Con l’entrata in guerra dell’Italia i “fanti dell’aria“ libici ed i paracadutisti nazionali furono inviati in Africa Settentrionale ed impiegati come normale fanteria per rallentare le prime avanzate delle truppe britanniche.

Alla fine di aprile del 1941, al termine della campagna di Grecia, un battaglione fu inviato a conquistare l’isola di Cefalonia. Il 30 aprile i parà furono lanciati sull’isola, che conquistarono senza sparare un colpo. Il giorno successivo gli stessi parà requisirono le barche ai pescatori locali e sbarcarono nelle isole di Zante ed Itaca, evitando che cadessero sotto il controllo tedesco. Le barche furono poi restituite ai legittimi proprietari.

Il primo lancio di guerra dei nostri paracadutisti si era quindi concluso con un pieno successo.
Presso le Scuole intanto continuava l’addestramento e la costituzione di nuovi battaglioni. Il 1 settembre 1941 fu costituita la Divisione Paracadutisti Folgore.
“Folgore” dal motto latino “Ex Alto Fulgor”, che più o meno significa “come folgore dal cielo”.

Il primo impiego della nuova divisione prevedeva l’occupazione dell’isola di Malta.

Nel frattempo in Africa Settentrionale le truppe dell’Asse (Italia e Germania), comandate da Rommel, avevano conquistato Tobruk e sta-vano avanzando rapidamente verso l’Egitto. I comandi italiani decisero di sfruttare quella situazione favorevole: i paracadutisti della Folgore furono inviati su quel fronte e l’azione su Malta fu rinviata. Ma l’avanzata italo-tedesca fu fermata a 120 km da Alessandria d’Egitto, in una località chiamata El Alamein.

Concentrazione prima del lancio. Il primo della fila è il nostro nuovo socio Renzo Colombo

Ad El Alamein il “Soldato Italiano” scrisse una delle pagine più glorio-se della storia del nostro esercito.

Nel corso della battaglia (23 otto-bre – 4 novembre 1942) i 3500 paracadutisti della Folgore resisterono all’attacco di un intero corpo d’armata (quattro divisioni), suscitando il rispetto e l’ammirazione anche dei nemici britannici.
Nei mesi successivi, con l’inarrestabile avanzata delle sove-chianti forze alleate, i soldati dell’“Asse” si ritirarono gradualmente in direzione di Tunisi, dove si ar-resero definitivamente nel maggio del 1943.

Intanto in Italia era nata una seconda Scuola a Viterbo ed una nuova divisione, la Nembo.
Durante l’estate del 1943, i sopravvissuti della Folgore furono assegnati alla Nembo e la nuova divisione fu inviata in Sardegna per difendere l’isola da un eventuale sbarco alleato.
Qui l’8 settembre i parà ascoltarono l’annuncio dell’armistizio.

Molti paracadutisti, che avevano combattuto ad El Alamein, non accettarono di passare dalla parte di chi era stato loro nemico e contro il quale molti loro compagni avevano perso la vita.

La Nembo divenne uno dei reparti dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. Combatté ad Anzio e Nettuno fronteggiando lo sbarco alleato e combatté in Friuli a fianco della Decima Flottiglia Mas per difendere quella terra dalle mire di annessione di Tito.

Un reparto della Nembo fu dislocato a Pedavena presso le scuole elementari (oggi sede del municipio). Fu probabilmente l’unico reparto della RSI nella nostra provincia. Quel reparto fu impiegato per controllare la zona di Quero che costituiva il confine tra la zona annessa al Reich e l’Italia.

Anche nell’ambito della Decima Flottiglia Mas fu costituito un battaglione di “nuotatori e paracadutisti”: gli “N.P.”. Se non ricordo male, il papà della nostra amica Simona era un “EnnePi”.

Il dopo guerra

Avendo perso la guerra, all’Italia fu vietato di costituire ed addestrare unità di paracadutisti.
Questa limitazione fu tolta nel 1949 con l’ingresso dell’Italia nella NATO.

Nel 1967 alla Brigata Paracadutisti fu concessa l’autorizzazione di adottare il nome “Folgore”, precedentemente vietato perché ritenuto “nostalgico”. Ai Parà fu assegnato il basco di colore amaranto, in base ad una tradizione internazionale, che vuole le truppe d’elite dotate di baschi dai colori immediatamente identificabili.

Nel 1992 venne ricostituito anche il Battaglione Paracadutisti Nembo.
I paracadutisti sono l’unico corpo delle nostre forze armate ad aver partecipato a tutte le missioni di pace all’estero in cui è stata coinvolta l’Italia.

Gli Alpini Paracadutisti

Nell’ambito della NATO, fu chiesta la costituzione di unità adatte ad effettuare ricognizioni e colpi di mano oltre le linee avversarie anche in ambiente montano. Nacquero così gli Alpini Paracadutisti (Alpipar).
Il primo plotone fu costituito nel 1952 in seno alla Brigata Tridentina. L’anno successivo vennero costituiti i plotoni delle Brigate Julia e Taurinense. Nel 1956 fu la volta di quelli della Cadore e dell’Orobica. Questi Alpini, tutti ragazzi di leva, seguivano un corso di paracadutismo alla Scuola di Viterbo e dal 1957 alla Scuola di Pisa.

Il nostro socio Giuseppe (Bepi) Savaris fu assegnato al plotone della Brigata Orobica di stanza alla caserma Rossi di Merano. Ai ragazzi di quel plotone fu chiesto di ristrutturare una palazzina all’interno della caserma, che divenne la loro casermetta. Quando giunse il momento di assegnarle un nome, non ebbero dubbi; la casermetta fu chiamata “El Alamein”.

Nel 1964 i cinque plotoni vennero uniti per costituire la Compagnia Alpini Paracadutisti che venne dislocata presso la caserma Vittorio Veneto di Bolzano e messa alle dirette dipendenze del IV Corpo d’Armata Alpino.
Ovviamente anche gli Alpipar portavano (e portano) il cappello alpino, con la nappina blu ed un paracadute dorato sotto gli artigli dell’aquila del fregio.

Nel 1990 alla Compagnia fu assegnato il nome di “Compagnia Alpini Paracadutisti Monte Cervino”, ereditando le tradizioni del leggendario Battaglione “Monte Cervino”.

Il Battaglione Monte Cervino, durante la Grande Guerra, combatté sul Pasubio e sul monte Grappa e fu decorato di Medaglia d’Argento. Sciolto alla fine della guerra, fu ricostituito ad Aosta nell’inverno del 1940 per essere impegnato nella guerra di Grecia. Anche in quell’occasione fu decorato di Medaglia d’Argento. Prese successivamente parte alla campagna di Russia “dando ininterrotte prove di eccezionale valore e spirito di sacrificio”, come cita la motivazione della Medaglia d’Oro che gli fu conferita.

Nel 1996 l’unità fu incrementata a Battaglione ed infine nel 2004 divenne 4° Reggimento Alpini Paracadutisti (Ranger) “Monte Cervino”, ricevendo la Bandiera di Guerra del glorioso 4° Reggimento Alpini.

Costituito esclusivamente da personale volontario, i suoi componenti hanno tutti il brevetto internazionale di “Ranger”, che li qualifica come forze speciali da impegnare in operazioni altamente impegnative e pericolose.

Il motto storico degli Alpini Paracadutisti è ”Mai strack!”.

“Aggancia la fune di vincolo,
spalanca nel vento la botola,
assumi la forma di un angelo
e via pel tuo nuovo destin.”

(Articolo “Curiosità Alpine” di Daniele Luciani tratto dal Col Maòr n. 4 del 2009)

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