I fusilâz de Çurçuvint

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Una risposta

  1. Marco ha detto:

    Trovo che questa rappresentazione dei fatti sia piuttosto romanzata e pressapochista, dove i fatti si confondono con i sentito dire che si tramandano nelle popolazioni del posto, oltre a contenere inesattezze ed imprecisioni.

    Cominciamo dallo scopo di questa battaglia, ovvero la “riabilitazione”:
    “…la riabilitazione così come prevista dal codice penale, art. 178, NON è la riapertura del processo. La riabilitazione è l’estinzione degli effetti penali della condanna (interdizione dai pubblici uffici, dalla patria potestà ecc…), che può essere chiesta dal condannato dopo aver scontato la pena principale.
    Poichè qui stiamo parlando di una condanna a morte eseguita, chiedere la riabilitazione è impossibile.”

    Fra le pene accessorie vi sono quelle militari, che colpiscono “l’onore” del condannato ed estendono i loro effetti anche ai suoi familiari, e sono quelle che si mira a rimuovere.
    Ebbene la riabilitazione, sul presupposto di aver scontato la pena principale, NON implica l’innocenza del condannato, anzi, si basa sul presupposto che esso abbia pagato il suo “debito con la giustizia”. Non si entra quindi nel merito dei fatti.
    Lo strumento in questo caso sarebbe la richiesta di revisione del processo, che fu al tempo rigettata “poichè tutta la documentazione predisposta in vista del rifacimento del processo è stata derubricata a un insieme di “pubblicazioni, di carattere storico o letterario, nelle quali viene prospettata una diversa ricostruzione dei fatti”. Le dichiarazioni raccolte a partire dal 1971, provenienti “da persone che potevano fornire informazioni direttamente apprese” sono state considerate “generiche” e prive di valore legale perchè non verbalizzate dalla “autorità giudiziaria o dalla polizia giudiziaria”. Il procuratore generale militare Ferrante ha così potuto argomentare che “non erano state proposte nuove prove, sopravvenute alla condanna, che sole o unite a quelle già valutate dimostrassero che i condannati debbano essere prosciolti.”

    Entriamo ora nel merito, cominciando dagli antefatti:
    “…il battaglione alpino Monte Arvenis era un reparto di nuova costituzione, solo la sua 109esima compagnia era già esperta, in quanto proveniente dal B.ne Tolmezzo, già schierato su quelle cime. l’8 giugno la compagnia sale sul Cellon, a presidiare la cima occidentale (la montagna è un picco con due cime, di 2228 e 2238 metri, separate da una valletta larga alcune decine di metri).”

    “C’è da dire che accaddero, in quei giorni, alcuni fatti che non giovarono ai poveracci, aumentando la severità dei giudici: in particolare, una decina di giorni prima dell’ammutinamento del Monte Arvenis era avvenuto sul Freikofel (a 2-3 km dal Cellon) una diserzione di massa di un’intera squadra di 13 alpini del Val Tagliamento, che abbandonarono la loro posizione e passarono in una trincea avanzata austriaca. la compagnia interessata non venne sciolta perchè si riscattò pochi giorni dopo, assaltando la trincea austriaca. I giudici, probabilmente, vollero dare una punizione esemplare”

    I fatti:
    “Il 24 giugno avviene il fattaccio: la compagnia si rifiuta di effettuare l’attacco alla cima orientale presidiata da truppe rumene, e viene immediatamente fatta scendere a valle, sostituita da una compagnia del Val Pellice e da una di un reggimento della Caltanissetta. I 4 alpini dell’Arvenis condannati a morte furono quelli considerati (a torto o a ragione) i maggiori responsabili del rifiuto di obbedienza di fronte al nemico “con grida e clamori”.”

    “I poveri condannati vennero ritenuti i maggiori responsabili della rivolta della compagnia e del suo rifiuto di uscire dai ricoveri: oltre a questi 4 poveracci diversi altri soldati ebbero condanne a pene detentive. Non venne condannata tutta la compagnia, e questo fa pensare che la rivolta comunque non coinvolgesse tutto il reparto.”

    “…pare inoltre che il progetto di assalto al Cellon fosse meno folle di quanto sembrava: il 29 giugno la nuova compagnia del Val Pellice, assieme a quella del Caltanissetta (4 giorni dopo la loro salita in linea)conquistarono senza difficoltà la cima austriaca, senza nemmeno un ferito!”

    “Il fatto è che in Carnia spesso c’è l’insistente convinzione che i “nostri” alpini carnici fossero infallibili e insuperabili. Badiamo al fatto che la memorialistica su questi episodi è TUTTA di provenienza locale, spesso delle famiglie di origine dei poveretti o della gente dei loro paesi, e non è -praticamente mai- basata su documenti storici affidabili, ma su “si racconta” e “si dice”, che, a furia di essere ripetuti, diventano prove. Scusatemi, ma come fa uno dei discendenti a dire che suo prozio 100 anni prima al momento dell’ammutinamento non era nella baracca interessata? Era lì a vedere? Come si fa a dire che i 4 proposero a Ciofi una diverso piano di attacco ( e che questo venne poi adottato nell’attacco riuscito)? e come si fa a dire che Ciofi “era uno che pare di solito se ne stava ben nascosto in trincea (sottointeso: chiaro, era napoletano…)? Sarà anche stato vero, ma alla Busa dell’Orco, poco dopo, ci lasciò la pelle anche lui; ucciso dai nostri? Può essere, ma chi lo dice? Abbiam pensato al fatto che la 109esima dopo quel che era successo avrà avuto addosso gli occhi di tutti gli ufficiali e i carabinieri del settore? Si dicono sempre queste cose “secondo le testimonianze”, ma spiegatemi un po’, dove sono queste testimonianze? Io non le ho mai trovate! Di più, non so da dove risulti (a parte dai “si dice” e “si narra”) che la compagnia voleva semplicemente attaccare di notte: anche se ciò fosse vero (e francamente mi sembrerebbe difficoltoso muovere un’intera compagnia all’assato di quella posizione di notte, con visibilità zero: provare a far un’escursione sul luogo per giudicare), non è assolutamente vero che il successivo attacco dei fanti della Caltanissetta e degli alpini del Val Pellice ebbe successo perchè seguì le indicazioni dei poveri fucilati (ma tra l’altro: ma vi sembra veramente possibile una cosa del genere?), visto che è storicamente provato ed accertato che l’operazione venne condotta al mattino e con cielo sereno. Insisto: la storia non si fa con i “si racconta”, bisogna leggere ANCHE la documentazione.”

    Aggiungo inoltre che nel post viene ripreso un luogo comune oltremodo diffuso e duro morire quanto superficiale: “Niente da fare. Quel capitano, Armando Cioffi, voleva eseguire la famigerata ‘Circolare Cadorna’, il generale che portò alla disfatta di Caporetto.”
    Cadorna ebbe le sue responsabilità, ma la storiografia moderna ha decisamente sconfessato la vulgata che lo vuole come unico responsabile nella sua totale incompetenza.

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