Giovanni Roni: 12 giorni di naja e 2 anni di prigionia

Prima di raccontare la storia di Giovanni Roni, c’è un’annotazione a margine che vorrei videnziare.

La circostanza mi è stata suggerita da Armando Dal Pont, il nostro storico, che per anni ha avuto la pazienza di leggere nel dettaglio i fogli matricolari dei reduci. Ebbene, c’è una frase standard ricorrente usata per coloro che, catturati dai tedeschi, come Giovanni Roni, hanno preferito non collaborare con i nazifascisti, scegliendo il lavoro duro e, a volte, la morte.

La questione non è di poco conto, perché scegliendo di non collaborare significava venire meno al giuramento di fedeltà fatto al re e al duce (eravamo pur sempre alleati ai tedeschi in quel momento).

E d’altra parte era una scelta che aveva una sua ragione d’essere. Perché erano stati proprio loro, re e duce, ad abbandonare l’Italia e gl’italiani al loro tragico destino dopo averli trascinati in una guerra cui non eravamo preparati.

Ecco la frase riportata nei fogli matricolari di coloro che non collaborarono con i nazi-fascisti: «Nessun addebito può essere elevato in merito alle circostanze della cattura ed al comportamento tenuto durante la prigionia di guerra, come da “nulla osta” rilasciato dal Distretto Militare di Belluno in data…»

* * *

Giovanni Roni, detto “dal Bosch”, classe 1924, matricola 18.866 doveva ancora compiere 19 anni quando indossa per la prima volta la divisa di soldato. E’ chiamato alle armi il 28 agosto del 1943 nel Quinto Reggimento d’Artiglieria d’Armata.

Dodici giorni dopo, l’8 settembre del ’43, si trova nella caserma di Riva del Garda. Alle ore 19. 45 la radio trasmette il discorso ambiguo di Badoglio: «Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza.»

Giovanni Roni durante una passeggiata sul greto del Piave

Il voltafaccia italiano all’alleato tedesco provoca l’immediato arresto dei nostri soldati. Nel campo sportivo di Rovereto dove vengono ammassati, Roni tenta la fuga cercando di passare sotto la rete di recinzione. Ma il tentativo fallisce e un suo compagno viene colpito da una raffica che lo uccide.
Giovanni riesce a salvarsi senza essere identificato, rifiuta di collaborare e viene internato in Germania.

“Ci fanno salire su un treno merci – racconta Giovanni – eravamo una cinquantina, e dopo 4-5 giorni di viaggio siamo arrivati a Neubrandenburg, una città del nord della Germania. Dopo un mese di permanenza ci portarono a Güstrow, dove lavoravamo per ripristinare i binari della ferrovia dopo i continui bombardamenti degli angloamericani. Dopo circa tre mesi ci trasferirono ad una decina di chilometri da Rostock, città della Germania nordorientale, capoluogo del distretto omonimo, nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, vicino al mar Baltico, sull’estuario del fiume Warnow, in un paesino di nome Partentin.
Eravamo in 70 prigionieri controllati da due sole guardie. Ma che io sappia non vi furono tentativi di fuga.
Il 25 aprile del 1945 arrivarono i russi a liberarci dai tedeschi. In realtà successe che ci ritrovammo prigionieri dei russi per altri 5 mesi. In un primo momento i russi ci diedero carta bianca. E noi rientrammo tranquillamente nelle nostre baracche. Ci fecero salire in treno, eravamo convinti che ci lasciassero rientrare in Italia, ma in una fermata incrociammo dei soldati francesi su un altro treno che ci fecero notare che stavamo andando in direzione opposta all’Italia. Infatti ci ritrovammo a Güstrow. Città che conoscevamo, dove tra l’altro ero riuscito a trovare la mia foto nell’archivio dei prigionieri abbandonato dai tedeschi che poi ho dimenticato con la giacca e il portafogli nella fretta di andarmene via.
Con i russi c’era meno disciplina. Potevamo scavalcare le recinzioni della caserma per uscire in cerca di cibo.
Perché loro ci preparavano solo un brodo di pecora, che nella calda estate del ’45 era piuttosto repellente.”

Oltre al suo tentativo iniziale di fuga a Rovereto, ci sono stati altri momenti rischiosi?

“Sì, almeno altre due volte, nella primavera del ‘45. Quando mi trovavo a riparare la linea ferroviaria a doppio binario che da Rostock collegava il porto di Vandemunde. Una volta mi
salvai da un bombardamento gettandomi nella profonda cunetta che costeggiava i binari. E l’altra riuscendo a raggiungere il rifugio”.

Chi si salva in guerra? Il soldato più abile o il più fortunato?

“Per la mia esperienza devo dire che è il caso a decidere. L’8 settembre nella caserma di Riva del Garda sono stato arrestato con Angelo Capraro di Bettin e ci siamo fatti 2 anni di prigionia. Mentre Giovanni Roni di Giamosa e Attilio Zandomenego, anche loro a Riva del Garda, quel giorno se la cavarono perché erano a fare i tiri con la Prima batteria cui appartenevano.”

I tedeschi le chiesero mai se voleva continuare a combattere a fianco a loro?

“In un certo senso sì. Dopo il mio arresto e l’internamento in Germania mio padre (Giuseppe Roni classe 1889 caporal maggiore di fanteria, cavaliere di Vittorio Veneto, anche lui prigioniero degli austriaci nella Guerra 1915-18 ndr) chiese a un maresciallo dei carabinieri se poteva fare qualcosa per farmi tornare a casa. Qualcosa fece. Perché mi chiamarono a Berlino chiedendomi se volevo arruolarmi con la Repubblica di Salò. Ma rifiutai”.

Per il soldato Giovanni Roni la guerra finisce solo il 16 ottobre del 1945, quando finalmente può ritornare a casa, ultimo degli internati di Salce, insieme ad Augusto Fant. (A.D.P.)

 

– Giovanni Roni è “andato avanti” nel gennaio 2016 –

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