Guarnàr par le spese

L’art. 2170 del Codice Civile definisce come soccida quell’attività in cui il soccidante (proprietario dei capi) ed il soccidario (allevatore dei capi) si associano per l’allevamento e lo sfruttamento del bestiame al fine di ripartire l’accrescimento del bestiame e gli altri prodotti e utili che ne derivano.

E’, quindi un contratto in cui entrambi i contraenti si assumono i rischi dell’allevamento in proporzione alle quote conferite. Nel tempo al quale ci riferiamo in queste nostre cronache, la forma di accordo sopra descritta era abbastanza diffusa, pur nella inconsapevolezza giuridica e probabilmente ignorando il termine esatto, era meglio conosciuta come guarnàr par le spese.

Il periodo preferenziale in cui avvenivano i trasferimenti temporanei del bestiame era quello autunno-invernale, ma potevano sussistere anche delle eccezioni alla regola, legate sostanzialmente alle motivazioni per le quali l’accordo stesso era sancito.

Stesso discorso per la tipologia di bestiame oggetto degli accordi. Molto spesso si trattava di animali poco produttivi, vacche anziane o sterpe (sterili), ma potevano essere concesse anche bovine fresche di latte o in asciutta e prossime al parto.

Gli scopi perseguiti dall’accordo erano, ovviamente, diversi partendo dai punti di vista rispettivamente del proprietario e dell’allevatore. Il primo si garantiva il mantenimento del capitale pur non disponendo di stalle, foraggi e senza dedicare ore di lavoro. Il secondo reimpiegava le risorse prodotte sul suo terreno durante l’estate e l’autunno come fieno e strame per la lettiera, e, investendo la propria manodopera, sfruttava le produzioni degli animali a lui affidati sottoforma di latte, letame ed energia.

Allora esistevano le latterie turnarie che prevedevano anche la partecipazione mediante conferimento stagionale proveniente da soci non proprietari di animali, i quali mungevano solamente nel periodo in cui possedevano le vacche par le spese.

In tal modo, durante l’inverno poteva essere costituita la scorta di formaggio per la famiglia.

Di tutt’altro che trascurabile importanza, era la possibilità di sfruttare la produzione di letame. Indispensabile risorsa per la coltivazione dell’orto, del campèt di patate o di fagioli e dei prati da fieno, la tasèta de ledàn costituiva il vero e spesso unico, “fondo di cassa” a disposizione per perpetuare l’attività di coltivazione dei fondi agricoli.

Non dimentichiamo, inoltre, che le vacche di un tempo rappresentavano una delle principali forme di riscaldamento domestico da energia rinnovabile, quindi poter disporre di uno o due “termosifoni” in più faceva senz’altro comodo, sia agli altri inquilini della stalla, che ai frequentatori dei tiepidi filò invernali.

Al termine del periodo concordato gli animali tornavano al legittimo proprietario e molto spesso venivano trasferiti direttamente alla malga per il pascolo estivo. Come in molte altre occasioni, si trattava di accordi puramente verbali, una circolazione di bestiame continua priva di qualsiasi certificazione sanitaria, spesso gestita da commercianti senza tanti scrupoli nel nascondere vizi o tare.

Questo contribuiva al verificarsi di frequenti insoddisfazioni o malcontenti tra le parti e a volte rappresentava un vero e proprio veicolo incontrollato di contagio e proliferazione di malattie e zoonosi anche gravi. Nella maggior parte dei casi però i rapporti erano fondati sulla lealtà, sulla reciproca fiducia e conoscenza e si ripetevano nel tempo, stagione dopo stagione, anche per molti anni.

Prima che la previdenza sociale divenisse una realtà, nelle piccole comunità rurali valori fondamentali quali solidarietà e sussidiarietà erano ancora fortemente radicati. Perciò accadeva anche che ci fossero trasferimenti temporanei di bestiame da o verso famiglie costrette in difficoltà di varia natura.

Così per esempio, per sostenere una vedova con dei figli da crescere, i vicini concedevano uno o due capi per il tempo necessario a garantire una minima sussistenza. Oppure per evitare che una famiglia momentaneamente impedita al governo del proprio bestiame, magari a causa di una malattia, fosse costretta a dilapidare il capitale, i suoi animali venivano affidati ad altri che li avrebbero mantenuti in attesa di restituirli in tempi migliori.

Come ho detto più volte, la vita e i destini di animali e persone erano spesso simili e percorrevano strade comuni. Risulta facile, infatti, collegare questo tipo di accordo per l’allevamento del bestiame con l’affido temporaneo di giovani e fanciulli, fatto che accadeva altrettanto frequentemente negli stessi periodi e con analoghe motivazioni. Vitto e alloggio in cambio di manodopera.

Ancora oggi nella parlata popolare è presente il modo di dire: “Sarìa (o no sarìa) da ciorte par le spese” esattamente per indicare la relazione esistente tra i consumi e la produttività di un lavoratore, o di una persona in genere, al quale ci si è rivolti per chiedere una qualsiasi prestazione.

 

 

(Da “QUANDO TUTI SE AVEA ‘NA VACHETA – Ricordi di una ruralità perduta, o quasi” del Col Maòr n. 4 del 2009)

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