Il tempo nuovo

L’autunno è stagione di raccolti e di bilanci, è la fine di un anno, di un ciclo, di una vita.

Gli alberi si rivestono di metallo prezioso, di rame e oro, ma è ricchezza effimera che dura poco, come tinta per capelli serve solo per camuffare un po’ l’inevitabile approssimarsi del crepuscolo, inequivocabile monito della caducità delle cose e della vita stessa.

Il letame sparso sui prati esausti rappresenta al meglio la chiusura del cerchio, il completamento di un percorso naturale avviato mesi fa con il germoglio, la vita che torna alla terra , la stessa terra che l’ha generata.

Solo pochi giorni, però, per celebrare la fine, ben presto infatti, la fredda rigidità della morte, impressa dalle persistenti gelate, sarà scalfita dalle prime abbondanti nevicate che, stendendo una bianca coltre su tutta la terra, copriranno, cancellandola, la tristezza delle brune tonalità e ridonando un minimo tepore, favoriranno il timido ma incontenibile riaffacciarsi della vita, ed è già inverno!

Se l’autunno è la stagione dei bilanci, l’inverno e quella dei programmi e dei propositi. Tutte le azioni, le sensazioni sono proiettate al futuro, gli esseri viventi avvertono istintivamente i segnali e gli umori che la natura emana e si predispongono all’evidenza del “tempo nuovo”.

Contrariamente a quanto si è portati a pensare, infatti, la prima stagione non è la primavera, bensì l’inverno e questo lo sa bene chi possiede un patrimonio genetico e culturale fortemente intriso di ruralità.

Approfittando della pausa concessa nei lavori dei campi, l’inverno è il periodo migliore per sposarsi, per dare concretezza, cioè, alle nuove famiglie, coronando sogni di gioventù sbocciati nelle sere d’estate, vicendevoli promesse scambiate seduti sui muretti delle strade o ai bordi della fontana e, se il Signore ci assiste, il prossimo inverno si coglieranno i primi frutti di queste nuove unioni.

Nella soffusa intimità che questa stagione regala, anche nelle stalle sono avvenute la maggior parte delle nascite, prendono avvio perciò le nuove lattazioni concentrando la produzione e la conseguente lavorazione del latte nei primi mesi dell’anno. In questo modo, inoltre, con l’allungarsi delle ore di luce, saranno facilitati i calori e i concepimenti così da poter tornare agli alpeggi, in Giugno, gravide di 5, 6 mesi e prossime all’asciutta.

In inverno si eseguono le potature delle viti e degli alberi da frutto con lo scopo di indirizzare la quantità e la qualità della produzione futura. Solo marginalmente questa operazione agronomica ha la funzione di eliminazione del vecchio, come detto, infatti, selezionando i tralci e i rami da lasciare in base alla loro posizione, vigore, presenza di gemme da fiore o da legno, ecc. si agisce in funzione propedeutica all’annata che inizia.

Pensare alla primavera come inizio del ciclo vitale è come sostenere che la settimana comincia il Lunedì. Per la gente dei campi, custode prediletta del creato, che trova nella Fede sostegno e stimolo alla propria operosità in stretto contatto con la natura, è forte la convinzione seconda la quale la vita nel nome del Signore inizia con l’ascolto della Parola e quindi già dalla mattina della Domenica, e considerato il fatto che in agricoltura non è prevista la giornata di chiusura, meglio approfittare della “Messa prima”.

In inverno il grano e l’orzo sono già nati, i rigori climatici della stagione impongono loro un’immobilità vegetativa che è solo apparente, in realtà proprio la quantità di freddo che ricevono risulta determinante per l’instaurarsi all’interno dei tessuti dei processi fisiologici e chimici, responsabili della differenziazione delle gemme e, quindi, della quantità e composizione delle spighe.

Il prossimo raccolto perciò è “programmato” ben prima che avvenga la levata e l’allungamento degli steli tipicamente primaverili.

Dalle nostre parti, riferendosi al fenomeno dell’allungamento delle ore di luce, si dice: “a Nadal an pas de gal” (A Natale un passo di gallo), cioè già dal 25 di Dicembre, quando ancora il calendario ci vorrebbe condannare in piena stagione vernina, la tradizione popolare registra un primo modesto ma significativo progresso verso la luce, molte volte non effettivamente apprezzabile, ma tant’è, è la certezza, non solo la speranza, che il domani è già iniziato, che il punto morto inferiore è già stato superato dal conseguente moto di risalita.

Può capitare passeggiando in campagna in un pomeriggio di Gennaio di provare una sensazione strana. Tutto intorno sembra privo di qualsiasi movimento, rumore o profumo, eppure…, le ombre sono ancora molto lunghe e la coperta di neve avvolge pesantemente i prati, i campi, gli alberi ed è ancora ammassata sopra i tetti e in parte alle strade, eppure…, eppure si percepisce chiaramente a livello di narici la presenza di un’aria diversa, nuova e questa sensazione inspiegabile passa velocemente al cuore rallegrandolo, infondendogli fiducia.

Volutamente e a differenza del solito in questa riflessione non ho mai utilizzato il passato e tutto ciò perché sono fermamente convinto dell’attualità di questo messaggio di speranza che, racchiuso tra le righe di una breve cronaca, voglio dedicare, donandolo come augurio personale, a tutti coloro che stanno vivendo il proprio inverno interiore privi delle certezze che altri posseggono, semplicemente grazie al fatto di esser nati contadini.

Buon tempo nuovo!

(Articolo di Paolo Tormen, per “Quando tuti se avèa na vacheta…” del Col MAòr n. 4 del 2006)

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