La beffa di Baldenich

Nel giugno del 1944 si svolse l’operazione beffa con cui i partigiani liberarono 70 prigionieri politici dal carcere cittadino, in una Belluno occupata dai nazisti.

La beffa di Baldenich è il blitz portato a termine da 12 partigiani nel giugno del ’44. Travestiti da soldati tedeschi entrano nel carcere e liberano 70 prigionieri politici senza sparare alcun colpo. I dettagli dell’operazione sono stati raccontati in passato da uno dei principali protagonisti: “Carlo”, il Comandante della Piazza di Belluno durante la guerra di liberazione, ovvero il partigiano Mariano Mandolesi nato a Gaeta il 9 settembre del 1920 ed insignito della cittadinanza onoraria dal Comune di Belluno con cerimonia del 12 aprile 1976.

La mattina del 16 giugno 1944 alle ore 7 e mezza del mattino, otto soldati in uniforme tedesca si presentano all’ingresso delle carceri di Baldenich con quattro prigionieri al seguito. I 12 uomini in realtà sono tutti partigiani italiani e russi della Brigata Pisacane, Divisione Nino Nannetti, travestiti per penetrare nelle carceri e liberare i prigionieri politici.

“A Baldenich ci sono 16 carabinieri – spiega “De Luca” (ovvero Giuseppe Landi, detto anche “Zini”) a “Carlo” (Mariano Mandolesi) – 14 della gendarmeria e 2 di guardia sopra i camminamenti. Nei bracci ci sono 10 secondini, spesso aiutati dai prigionieri comuni. Prima di giungere al piazzale del carcere troveremo Lino che ci informerà sui movimenti di stamane. E all’uscita, liberati tutti i prigionieri politici, troveremo Nasi ad aspettarci con i camion”.

“De Luca” chiama poi gli otto partigiani russi, Miscia, Kuznetsov, Tim, Mik, Vasilij, Aljoska, Timofej e Orlov dicendo loro di indossare le uniformi tedesche, per l’ultimo controllo. Miscia, aveva i gradi da maresciallo ed oltre al tascapane portava la pistola d’ordinanza Walther P38 calibro 9 parabellum e la Maschinenpistole, un robusto mitra anch’esso in calibro 9 parabellum.

Sembrava tutto in regola, anche nei minimi particolari: berretti, nastrini, mostrine e scarpe. Solo Orlov aveva con sé un fucile mitragliatore russo DP 1928 in calibro 7.62, caratterizzato dal caricatore a padella contenente 47 colpi . Che Orlov chiamava familiarmente “Moj Degtjarëv” ossia “nonno Degtjarëv”, dal nome del tecnico Vasilij Alekseevič Degtjarëv progettista dell’arma, rimasta poi in dotazione negli eserciti dei paesi satelliti dell’ex Unione Sovietica fino ai giorni nostri.

“Quel fucile mitragliatore non puoi portarlo, sarebbe un pericolo per tutti” osserva “De Luca”. “Lui pericoloso per tedeschi non per noi” ribatte Orlov. Interviene allora “Carlo” assicurando che la faccenda sarebbe stata sistemata prima della partenza. Alle 6 e mezzo del mattino, “De Luca” sale su una balla di paglia e prende la parola: “Compagni, è venuto il momento di spiegarvi in che cosa consiste l’operazione.

Mariano_Mandolesi_-_Carlo

Mariano Mandolesi, “Carlo”, comandante della 105a brigata Garibaldi “Carlo Pisacane”

Dopo che vi avrò parlato, nessuno potrà uscire dalla caserma, né potrà allontanarsi durante il trasferimento a Belluno. Una precauzione a cui da molto tempo non si può più rinunciare – sottolinea “De Luca” – Il vostro compito è quello di liberare i prigionieri politici che si trovano nel carcere (presso l’archivio delle carceri di Baldenich sono registrati ancora i nomi dei detenuti politici contrassegnati dalla sigla M.A.S. ossia incarcerati per Motivi di Sicurezza). Non solo “Milo” (Francesco Pesce, giovane ufficiale bellunese, divenuto poi comandante della Divisione “Nannetti”), ma tutti! Abbiamo esaminato attentamente tutte le possibilità ed i mezzi necessari al successo dell’azione. E sono state scartate tutte le ipotesi che prevedono l’uso della forza. Baldenich, infatti, è un carcere che può essere difeso anche da poche guardie; senza contare che ai primi spari comincerebbero ad arrivare i rinforzi nemici dalle caserme della città. I nostri 12 uomini dovranno agire con astuzia, senza colpo ferire. Si tratta indubbiamente di un’operazione estremamente pericolosa ma è l’unico sistema che possiamo seguire. Conosciamo le dislocazioni dei vari locali del carcere, sappiamo il numero delle unità di guardia. Le recinzioni sono difese da circuiti elettrici ma non siamo riusciti a sapere come disattivarli. Diciotto compagni resteranno fuori delle mura, per coprire le spalle alla pattuglia che penetrerà nel carcere. Nella zona non si dovrà avere il minimo sospetto della presenza di partigiani. Se tutto andrà bene potrete allontanarvi sui camion che Nasi farà dislocare nei punti stabiliti. Vi prego soltanto di ricordare che questa azione non ci deve costare un solo uomo – concluse “De Luca” – né una sola cartuccia. Ma deve riportare alla libertà e alla vita 70 compagni”.

16 giugno 1944 ore 7 del mattino.

Mandolesi prima di avviarsi raccomanda a tutti di controllare che nessuno abbia l’arma con il colpo in canna: “Perché prima di sparare dovete essere assolutamente certi che quella è l’ultima possibilità di salvezza”. Un attimo prima di lasciare la caserma Orlov trattiene per la manica “Carlo” per dirgli “Comandier io portare Degtjarëv, arma di voi prigionieri”. “D’accordo – rispose “Carlo” – diremo che quell’arma era nostra”.

Nel tragitto fino a Baldenich fila tutto liscio. C’era il rischio che i partigiani travestiti da tedeschi con i prigionieri al seguito incrociassero un’autentica pattuglia di tedeschi e venissero smascherati. Anche perché sulla testa del comandante “Carlo” c’era una taglia di alcuni milioni di lire. Il primo punto del programma però va a vuoto. Lino Piazza, infatti, che doveva trovarsi insieme alla fidanzata per riferire eventuali novità delle ultime ore nel carcere (turni di guardia ecc.), non c’è. Si decide comunque di proseguire. Raggiunte le carceri Miscia, in divisa da maresciallo bussa con decisione. Il carabiniere dallo spioncino, alla vista del maresciallo cede il posto ad un sottufficiale, che apre il portone e li fa entrare. Nel cortile rimangono tre partigiani con 16 carabinieri. Miscia entra nell’ufficio matricole seguito da “Carlo”, Marat, Mink, Aljoska e Orlov. E Nicolotto si ferma appena dentro della porta, vicino al telefono. Hermes e Kuznetsov chiudevano il gruppo. L’impiegato chiede a Miscia i documenti di carcerazione. “Io niet capire” risponde Miscia in un tedesco che tradisce la sua vera nazionalità d’origine. “Camerata – insiste l’impiegato – io per imprigionare questi uomini ho bisogno di carte, documenti. Dove li hai?” E Miscia “Niet capire”. Interviene allora il maresciallo delle guardie “Papir, papir”! E Miscia “Soldati grande reich afere fucili prigionieri” indicando il fucile mitragliatore di fabbricazione sovietica imbracciato da Orlov. Ma non c’è verso, Miscia finge di non capire ed insiste in quel “niet” tutto russo che per fortuna sfugge ai carcerieri.

Doveva guadagnare tempo in attesa che arrivasse un secondino con le chiavi. La situazione si fa tesa, con Miscia che alterna momenti di calma a scatti d’ira, interpretati dalle guardie come manifestazioni d’autorità. Ma non c’è soluzione, la burocrazia pretende le carte con i nomi per poter rinchiudere quei prigionieri. Carte che i partigiani non avevano.

Esasperata, una delle guardie chiede: “Possibile che tra voi nessuno parli italiano?” In quel momento entra un secondino col mazzo di chiavi in mano. Kuznetsov lo scaraventa al centro dell’ufficio, “Carlo” punta la pistola verso l’impiegato e il maresciallo dicendo “Tutti parliamo l’italiano”! Nicolotto intanto aveva afferrato il telefono ed era pronto a strappare i cavi. “Non fate scherzi o vi brucio le cervella – dice “Carlo” ai due carcerieri e chiede loro – c’è qualche allarme collegato al telefono”? “No, non c’è” gli rispondono.

Nicolotto strappa la linea telefonica e scosta le tendine, come segnale convenuto per avvisare i compagni che aspettavano di sotto. Tim fa un cenno a Vasilij e quelli rimasti in cortile puntano i fucili contro una sentinella del camminamento. Timofej spalanca il portone e fa entrare altri 5 partigiani. Tim ordina alle sentinelle di scendere in cortile con le braccia alzate e tenendo il mitra sopra la testa. “Carlo”, Nicolotto e Kuznestov vanno a liberare “Milo”. Mentre Vasilij e Timofej avevano già disarmato tutti e controllavano che i carabinieri finissero di spogliarsi. Ma questi non si erano ancora resi conto di ciò che stava succedendo e continuavano a dichiarare la loro fedeltà ad Hitler e Mussolini, protestando per l’incomprensibile atteggiamento dei tre camerati tedeschi.

Ermes per farli tacere li rinchiude nella cella di Milo minacciandoli con la pistola col silenziatore. I partigiani, divisi in quattro gruppi, aprono tutte le celle. “Venivano fuori in mutandine, chi con i calzoni del pigiama, chi con la giubba militare” racconta “Carlo”, che viene abbracciato da Bianchi. Nella quarta cella Banchieri era già vestito, pettinato e con un paio di scarpe bianche estive ai piedi.

Banchieri era un uomo che aveva trascorso i due terzi della sua vita all’estero, fuggiasco, esule o incarcerato. Era nato in una ricca famiglia di Feltre. Laureatosi in legge si era dedicato ad una intensa attività politica contro il fascismo, dovendo per questo emigrare in Francia. Richiamato in Italia dal partito comunista, fu tra i primi a conoscere il carcere fascista. Nelle celle lasciate libere dai prigionieri vennero rinchiusi i carabinieri ed i secondini.

Il portone principale era chiuso. “Milo” doveva avere le chiavi, ma nella confusione generale non si riusciva a trovare. Mandolesi libera i ferri che fermano il portone e con una spallata riesce ad aprirlo: i 70 prigionieri politici sono liberi. Un anno dopo, il 28 aprile del 1945 il comandante “Carlo” coordina e mette a segno una seconda operazione alle carceri di Baldenich. I particolari nel prossimo numero di Col Maòr.

(Articolo a cura di Roberto De Nart per il Col Maòr n° 4 del 2005)

Nella foto l’opera di Ericailcane, in Via San Giuseppe a Belluno, dipinta in occasione della rassegna Clorofilla 2015, organizzata da Casa dei Beni Comuni.

 

Condividi:

Potrebbero interessarti anche...

2 risposte

  1. Stefano Manolli ha detto:

    Buongiorno signori, una precisazione: l’evento nel quale è stato dipinta la torretta sottostante il carcere di Baldenich, si chiama “Clorofilla – Arti pubbliche condivise” e si terrà anche questo anno, dal 18 giugno al 3 luglio.
    Saluti
    Stefano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.