La borraccia

Il lettore che pazientemente abbia letto, nel numero precedente, la “storia della gavetta” (o che almeno ne abbia letto le prime righe) sa che tale oggetto entrò a far parte del corredo del soldato solo nel 1822 quando l’esercito piemontese cominciò ad emanare tutta una serie di disposizioni intese a rendere la struttura militare quanto più omogenea ed organizzata possibile: solo allora, con l’istituzione delle prime caserme, fu consentito al soldato di prepararsi autonomamente il pasto, senza dover più ricorrere a locande, o ad altre situazioni sostitutive, con la paga ricevuta o con requisizioni.

Borraccia mod. 1835

Anche la borraccia compare nella lista degli oggetti personali del soldato dell’esercito piemontese solo nel 1822 (G.M. 1822 Regio Editto Penale Militare): ma veniva ancora chiamata “fiasco” e in quella occasione non venne specificato altro se non che era di legno e che doveva essere consegnato al soldato solo in tempo di guerra (vedasi “Gli oggetti di equipaggiamento dell’Esercito” di Carlo Rampioni – Ed. 1986).

In precedenza, ma solo per dotazioni di gruppo, erano stati usati, nelle varie epoche storiche, contenitori realizzati in pelli di animali, terracotta, legno, vetro e metalli; ma per una dotazione individuale il problema si presentava più complesso (il pellegrino e il viandante portavano allora la famosa “zucca” o un contenitore floscio in pelle o cuoio che aveva notevoli caratteristiche di leggerezza, resistenza e possibilità di ridurre il proprio volume una volta vuoto a una forma tale da essere portato agevolmente al fianco senza impacciare eccessivamente la persona nel procedere: la cosiddetta “borraccia”).

Nel 1832 il modello in legno del suddetto “fiasco” fu realizzato e inviato ai Corpi perchè si provvedesse alla fabbricazione e se ne dotassero i soldati ma sempre e soltanto in tempo di guerra. Nel 1839 venne abbandonato il termine “fiasco” per quello di “borraccia”, l’unico che in seguito venne usato (il termine deriva dallo spagnolo “borracha” che significa contenitore in cuoio; fiasco deriva dal latino medioevale “flasco”, derivato a sua volta dal gotico “flasko”).

La borraccia dell’esercito piemontese prima, e italiano poi, rimane per tutto il 19° secolo di legno: infatti i primi modelli di “latta” sperimentati producevano alcuni inconvenienti relativi all’igiene e al gusto del contenuto (in una nota del 19 febbraio 1849 venivano comunicate le disposizioni per lavare le borracce con lisciva di cenere in modo da impedire che il vino, permanendo a lungo nei recipienti, acquisisse un sapore sgradevole, cosa per la quale si erano registrate varie lamentele).

Si sperimentarono in seguito due modelli di borraccia, uno in vetro rivestito di vimini, l’altro in pelle, come quello in dotazione all’esercito spagnolo.

Nel 1853 fu adottata la borraccia di legno mod. 1835 (vedasi figura in alto a destra), con specifica dei tipi da usare: salice, pioppo, betulla, acero, ciliegio e noce; legni adatti per la loro durezza, per l’inattaccabilità ai tarli e per la facile reperibilità nei boschi alpini e appenninici. La forma, a botte, è a sezione pressochè semiellittica, ricalcando così lo schema della gavetta, per farla aderire meglio al fianco della persona, senza ruotare, e perchè la superficie esterna curva la rendesse più resistente agli urti. La capacità era di circa ¾ di litro, l’altezza cm. 16, il diametro maggiore cm. 11, il minore cm. 6.

Recente modello di borraccia in plastica

La borraccia in dotazione alla Cavalleria era (chissà perchè) più capiente ed era dotata di una correggia di cuoio per portarla ad armacollo (quella della fanteria invece aveva un cordoncino verde). Tale modello di borraccia presentava alcuni inconvenienti, fra cui quello dovuto al ritiro del legno nei periodi di assenza dei liquidi con conseguente difetto di tenuta, che portarono alla riprogettazione dell’oggetto.

Nel 1876 fu approvato il nuovo modello, sempre di legno, realizzato in un unico elemento su cui si incastravano i due fondi; aveva il tappo a vite con sopra il tappo di chiusura (lo “zìpolo”) e una correggia in cuoio. Questa borraccia rimase al fianco del soldato italiano fino a dopo la prima guerra mondiale; poi, nell’intervallo tra le due guerre, fu sostituita da quella più moderna in alluminio, rivestita di feltro grigio, progettata già dal 1909 e costruita a partire dal 1912 dalla ditta dei fratelli Guglielminetti di Torino, fornitori perfino dell’esercito inglese. Essa offriva evidenti vantaggi relativi alla tenuta, all’ingombro, al peso ed all’igiene; aumentata la capacità (un litro); inoltre, mantenendo bagnato il feltro di rivestimento, si otteneva, com’è noto, che il liquido contenuto si conservasse sufficientemente fresco per un lungo periodo di tempo.

Nel 1933 venne adottato un ulteriore modello, con varie nervature in rilievo per rendere la borraccia più resistente agli urti e allo schiacciamento, e con la base resa piana per mantenerla verticale una volta appoggiata. Tale modello rimase in dotazione fino agli anni ottanta. Poi, come avvenne per la gavetta, anche la borraccia fu più volte modificata sia nella forma sia nelle dimensioni per adeguarla alle accresciute e mutate esigenze operative.

Negli anni ’90 fu distribuita la borraccia in alluminio da un litro con gavettino e con la fodera in tessuto ma con l’interno in panno per mantenere meglio la temperatura; ma anch’essa è stata recentemente sostituita dalla borraccia in plastica stampata (vedasi figura), anch’essa da un litro, più leggera e certamente più igienica, applicabile anche alla maschera anti NBC.

 

(Articolo di Antonio Zanetti per il Col Maòr n. 2 del 2012)

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