Con la camicia rossa e i pantalon turchin…

Seimila degli ottomila comuni italiani gli hanno intitolato una strada o una piazza. Un recente sondaggio
ha constatato che per la maggioranza degli Italiani è il personaggio storico più famoso del nostro paese. Eppure Garibaldi fu un personaggio molto controverso. Intransigente in pubblico, ma non altrettanto integerrimo nella vita
privata. Lunatico e per questo spesso inavvicinabile. Pronto a battersi per l’indipendenza dei popoli, ma schiavista se le sue necessità lo richiedevano. Simbolo dell’eroe e del comandante, ma nella realtà pratica sempre sconfitto in battaglia ed incapace di governare le sue truppe.

Con questo articolo voglio raccontare alcuni episodi che hanno dei risvolti diversi da come li abbiamo metabolizzati fin dai tempi delle scuole elementari e chi vorrà approfondire la faccenda, scoprirà che la maggioranza degli scritti, di oggi come del passato, tendono a ridimensionare sensibilmente lo spessore
di questo personaggio ed il valore politico e militare delle sue imprese.

Cominciamo con la famosa ferita alla gamba. Tutti sanno che “Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba”, ma molti credono che siano stati i nemici stranieri a colpirlo, invece furono i Bersaglieri.

A Garibaldi (che per risparmiare spazio d’ora in poi chiamerò GG) era rimasto il “pallino” di conquistare Roma. Nell’estate del 1862, due anni dopo l’impresa dei Mille, “il nostro eroe” radunò in Aspromonte (Calabria) una sorta di “armata Brancaleone” ed alla sua testa iniziò a marciare verso la futura capitale. Al governo italiano non restò scelta che mandargli incontro un battaglione di Bersaglieri per fermarlo.

Nello scontro a fuoco che ne seguì, alcune decine di garibaldini restarono sul terreno. Tra i feriti c’era lo stesso GG. A ferirlo al malleolo destro con una fucilata fu il  tenente Luigi Ferrari, comandante di una delle compagnie di Bersaglieri.

Il tenente Ferrari, classe 1826, era un  soldato valoroso: aveva partecipato come volontario alle guerre d’indipendenza del 1848 e del ‘59, conquistando  sul campo le promozioni di grado e due ricompense al valore. Anche per questo atto Ferrari ricevette una  decorazione, con la stringata motivazione: ”Per aver adempiuto all’amaro compito di fermare il generale Garibaldi in marcia verso Roma”.

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Quella fu comunque una delle giornate più tristi della storia dei Bersaglieri, molti di loro  infatti, per essersi rifiutati di sparare contro altri Italiani, furono accusati di ammutinamento e fucilati. Passiamo  ora all’altrettanto famosa Anita Garibaldi.

Nel febbraio del 1849 a Roma venne proclamata la repubblica ed anche  “il nostro eroe” accorse dall’America Latina per contribuire alla sua difesa. In soccorso del Pontefice arrivarono i  Francesi, che debellano rapidamente la rivolta. GG fuggì dalla città con la moglie Anita e con alcuni uomini  rimastigli fedeli, con l’obiettivo di raggiungere Venezia che ancora resisteva agli Austriaci. I fuggiaschi erano  inseguiti da Austriaci, Francesi e Papalini.

I testi scolastici ci raccontano che Anita, o per gli stenti o perché malata di malaria, spirò tra le braccia dell’amato consorte nelle paludi ravennati. In realtà il gruppo trovò rifugio  presso la fattoria dei Ravaglia, che erano i fattori di un nobile della zona. I Ravaglia prestarono soccorso ad Anita, che a detta di GG cessò di vivere alle 19:45 del 4 agosto.

Così scrive nelle sue memorie: ”Le presi il polso, più non batteva. Avevo davanti il cadavere di colei che tanto amava”. A questo punto “il nostro eroe” chiese ai fattori di dare una degna sepoltura ad Anita e riprese il cammino verso Venezia.

Ed ora attenzione, perché la vicenda si  tinge di “giallo” ed anche con dei risvolti macabri.

Alcuni giorni dopo, una ragazzina del luogo scoprì con gran  raccapriccio una mano mezza scarnificata dai cani randagi, che usciva dal terreno. Intervennero le autorità  competenti. Il cadavere venne dissotterrato e portato all’ospedale di Ravenna per l’autopsia. Il rapporto del  funzionario di polizia, basato sul referto dell’autopsia eseguita dal medico legale, cita: ”Trattasi del cadavere di  Anita Garibaldi, incinta e moglie del bandito Giuseppe Garibaldi. Il cadavere presenta segni non equivoci di sofferto strangolamento”.

Strangolamento? Chi soffocò Anita? E perché? Ci sono varie versioni.

La prima: non è escluso che sia una montatura delle autorità asburgiche per screditare un avversario.

Seconda: Anita raggiunse il marito a Roma dopo  alcuni mesi che non si vedevano. Anita era incinta ed a GG i conti non tornavano. In grembo ad Anita non c’era un “garibaldino”! GG avrebbe quindi strangolato la moglie per vendicare il suo onore oltraggiato. Trent’anni fa andai a vedere il cippo di Anita nella pineta vicino a Ravenna.

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Passò un signore anziano a passeggio  con il cane e mi disse con uno spiccatissimo accento romagnolo :”Non credere a quello che raccontano. Anita fu  uccisa da Garibaldi perché lei gli faceva le corna”. E’ da quel giorno che penso di scrivere questo articolo!

Terza versione: una sera mi trovavo con una bellissima compagnia di amici romagnoli ed uno di loro mi raccontò  che un suo lontano parente aveva aiutato GG nella fuga verso Venezia. Ne approfittai per chiedergli cosa pensava di questa faccenda ed egli mi rispose che Anita fu pietosamente soffocata dai suoi compagni di fuga per porre fine  ai suoi patimenti e consentire al gruppo di riprendere il cammino prima dell’arrivo degli inseguitori.

In questa storia  a rimetterci ci furono anche i poveri fattori Ravaglia. Prima furono accusati dalle autorità di aver dato  ospitalità ad un ricercato e di esserne stati complici nell’omicidio della moglie, poi i loro guai continuarono con il più famoso brigante romagnolo di tutti i tempi, Stefano Pelloni detto il Passator Cortese. Questi, convinto che i  Ravaglia nascondessero un tesoro lasciatogli in custodia da GG, cercò con modi davvero “poco cortesi” di farselo  consegnare. Non so dirvi come sia andata a finire.

L’impresa dei Mille.

Da sempre ci viene raccontato che  fu GG ad organizzare e guidare la spedizione dei Mille. In realtà l’impresa fu progettata da Cavour e da suoi  fedelissimi collaboratori siciliani.

Garibaldi accettò di guidarla dopo tante insistenze del governo e solo dopo aver ricevuto la garanzia che tutto era già stato sistemato e che l’invasione militare del sud sarebbe stata una  formalità.

Lo sbarco a Marsala fu “fantozziano”. Le due navi si arenarono a causa della bassa marea ed i garibaldini sbarcarono con le scialuppe di salvataggio e con le barche dei pescatori. Se la guarnigione borbonica  del porto non fosse stata “comprata” dagli uomini di Cavour, con poche cannonate l’impresa sarebbe finita ancora  prima di cominciare.

Corrotti furono anche la maggior parte degli ufficiali nemici, molti dei quali furono in seguito inquadrati nell’esercito sabaudo. Per questo motivo i garibaldini non trovarono grossi ostacoli nella loro avanzata. L’unico scontro di rilievo fu la battaglia finale di Volturno, nella quale l’esercito borbonico fu guidato dal suo re  Francesco II. In questo scontro “il nostro eroe” si trovò a mal partito e fu costretto a chiedere rinforzi.

Furono  inviati i Bersaglieri del generale Cialdini, il quale nei suoi rapporti scrisse senza mezzi termini di “talento militare  molto modesto del Garibaldi” e di “sgangherate divisioni garibaldine”. Del resto, ci sarà un motivo se ancor oggi  quando una cosa viene fatta in fretta e con approssimazione si dice che è fatta “alla garibaldina”.

Pochi giorni  dopo l’incontro di Teano, il re Vittorio Emanuele II andò a Napoli dove tenne un lungo discorso di saluto alla  popolazione. In quel discorso il re non citò nemmeno una volta GG.

Dedichiamo qualche riga anche ai Mille. Nelle  sue memorie così li ricorda il “nostro eroe”: ”Belli ! Eran quei miei giovani veterani della libertà italiana; ed io superbo della loro fiducia mi sentivo capace di vincere ogni cosa”. Definizione un po’ in contrasto con quella che  aveva usato il 5 dicembre 1861, quindi un anno dopo l’impresa dei Mille, in un discorso al neonato parlamento di  Torino: ”Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici  genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”.

Al di là della retorica patriottica, le armate garibaldine  furono sempre formate prevalentemente da uomini che non combattevano per la libertà della Patria, ma per  sottrarsi alla fame. Sbandati di ogni genere che, come fanno tutti gli “irregolari” del mondo, effettuavano violenze e  razzie verso la popolazione civile ed era pressoché impossibile farli collaborare con le truppe regolari. Nelle  prime righe ho accennato a GG schiavista.

Dopo la resa della repubblica romana, “il nostro eroe” si auto-esiliò nuovamente nelle Americhe. Si adattò a fare vari lavoretti per sbarcare il lunario, poi fu assunto da un armatore di  origine ligure come capitano di una nave mercantile, per trasportare del guano (escrementi di uccelli usati come  fertilizzante) dal Perù alla Cina. La merce che veniva caricata nei viaggi di ritorno era di tutt’altra “categoria  merceologica”. Si trattava di Cinesi imbarcati a forza e deportati nelle miniere di guano del Sud America.

Così  annotava l’armatore: ”Mi ha sempre portato i Cinesi nel numero imbarcato, ben alimentati e in buona salute poiché li trattava come uomini e non come bestie”. Insomma, il nostro “paladino della libertà” era uno schiavista, ma dall’animo buono. Un po’ di rimorso per questa disumana attività deve poi averlo avuto.

Nei primi anni ‘60 un  diplomatico americano gli propose di partecipare alla guerra di secessione tra le file dell’esercito nordista. Il  “grande condottiero” dettò le sue condizioni: comandante in capo dell’esercito nordista ed abolizione totale della schiavitù negli Stati del Nord. I Nordisti riuscirono a vincere quella guerra anche senza il contributo di GG.

E cosa  dire dell’eroe dei due mondi? Le poche notizie che si hanno di quell’avventura sud-americana non gli fanno  di certo onore e per gli storici brasiliani “il nostro eroe” è praticamente uno sconosciuto.

Ma allora perché è  famoso anche in America Latina? Per questa domanda gli storici hanno la risposta: tra la fine dell’800 e l’inizio  del ‘900 l’immigrazione italiana in quelle terre assunse dimensioni massicce ed i nostri emigranti portarono con  loro anche il ricordo del più popolare eroe dell’unificazione italiana. Ecco perché anche oltre oceano gli sono state  dedicate vie e piazze.

Vi starete chiedendo com’è possibile che un personaggio del genere abbia avuto e  continui avere così tanta fama e gloria.

Scrisse Indro Montanelli: ”Fra i protagonisti del Risorgimento, Garibaldi fu l’unico che seppe suscitare qualche entusiasmo popolare, anche se dovuto più ai lati spettacolari e buffoneschi  del suo modo di essere che non a delle vere qualità di capo. Ma questo è da attribuire al carattere del popolo  italiano, che ama più le apparenze della sostanza e si lascia impressionare dalla teatralità dei gesti e delle  parole.

Le persone serie come Cavour, Mazzini e Cattaneo non ebbero nessun seguito popolare, appunto perché  erano serie. Garibaldi ne ebbe; ma come plaudente platea. Quando la sollecitava a seguirlo sul campo di  battaglia non trovava mai più di mille volenterosi”.

Io invece mi chiedo quando inizieremo a sentir raccontare la storia d’Italia in maniera imparziale e libera da inquinamenti ideologici. Mi rispondo da solo: mai!

(Articolo di Daniele Luciani per il Col Maòr n. 3 del 2012)

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Una risposta

  1. Daniele ha detto:

    Davvero bravo questo Luciani !! Articolo interessantissimo e ben scritto. Se ne ha scritto altri, pubblicateli. Grazie. DL

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