La Grande Guerra di un fante


Brani tratti dal libro “Trincee. Confidenze di un fante” del tenente Carlo Salsa

“Mi ricordo la prima strage. Eravamo ancora di là dell’Isonzo, dinanzi a Sagrado, in attesa. Una notte arriva l’ordine di tentare il passaggio del fiume. Approfittando dell’oscurità, su una passerella improvvisata, tutto un battaglione al completo riesce a sfilare alla chetichella. Gli austriaci, nemmeno un segno di vita: pareva che non ci fosse nessuno laggiù. Un portaordini ritorna, comunica che il reparto sta prendendo posizione, infiltrandosi attraverso la boscaglia. Tutto è facile, semplice, primitivo. Scaglionati lungo la riva destra, nella notte, aspettavamo di passare anche noi. D’improvviso scoppia una sparatoria, serrata, rabbiosa, che si propaga nel buio come un fuoco di paglia: l’artiglieria nemica si sveglia di soprassalto, sbuca con vampe subitanee da ogni dove. L’Isonzo zampilla di cannonate. Corre l’ordine di passare anche noi sull’altra riva, in soccorso. Non si può. La passerella è saltata, viene trascinata via dalla corrente. Abbiamo dovuto assistere, senza poter far nulla, alla tragedia che si svolgeva di là. La fucileria durò parecchio: poi, a poco a poco, si diradò; giungevano fino a noi urla, invocazioni disperate, clamori, lamenti laceranti di feriti. Che si poteva fare? Sparare? E dove? Nella mischia, a casaccio? Furono massacrati, tutti”

“Passato l’Isonzo, i reggimenti furono scagliati contro questa barriera del Carso. Falangi di giovani entusiasti, ignari, generosi, contro questa muraglia di pietre e fango. Dopo le bassure dell’Isonzo, cominciarono ad arginarci. Imboscate, trincee provvisorie, trappole, nidi di mitragliatrici che cominciarono a seminarci sul terreno scoperto. Man mano che si saliva su, verso il bordo del Carso, la resistenza si faceva più tenace: urtammo contro le prime trincee protette da reticolati”.

“Il coraggio nulla può contro questa misera e terribile cosa: la massa non può nulla. Eravamo sprovvisti di tutto: e le ondate si impigliavano in queste ragnatele di ferro…Dovunque, sul San Michele, a San Martino, al monte Sei Busi, all’altopiano di Doberdò, lungo le alture di Selz, questa marea di uomini fu avventata ciecamente contro la ferocia del nemico e delle sue difese, su per la pietraia ostile…e dovunque l’urlo dell’assalto fu soverchiato dal freddo balbettamento delle mitragliatrici. Si giunse fin sotto l’orlo del Carso…il terreno conquistato era stato coperto di morti; quasi tutti i reggimenti vennero pressoché annientati: non si poteva andare più oltre, senza artiglieria sufficiente, senza bombarde, senza nulla”.

“Ma i comandi sembravano impazziti. Avanti! Non si può! Che importa? Avanti lo stesso. Ma ci sono i reticolati intatti! Che ragione! I reticolati si sfondano coi petti o coi denti o con le vanghette. Avanti! Era un’ubriacatura. Coloro che confezionavano gli ordini li spedivano da lontano; e lo spettacolo della fanteria che avanzava, visto al binocolo, doveva essere esaltante. Non erano con noi, i generali; il reticolato non l’avevano mai veduto se non negli angoli dei loro uffici territoriali, e non si capacitavano che potesse essere un ostacolo. Arrangiatevi, ma andate avanti, perdio! Che si fa, si scherza?”

“Imbottivamo alla meglio i vuoti che ogni azione apriva, giorno per giorno, spaventosi, nei reggimenti. E su, fanteria pelandrona, all’attacco. I nostri soldati si fecero ammazzare così a migliaia, eroicamente, in questi attacchi assurdi che si ripetevano ogni giorno, ogni ora, contro le stesse posizioni “.

“Il fango impasta uomini e cose assieme. Nel camminamento basso i soldati devono rimanere accovacciati nel fango per non offrire bersaglio: i bordi ineguali del riparo radono appena le teste. Non ci si può muovere. questa fossa in cui siamo è ingombra di corpi pigiati, di gambe ritratte, di fucili, di cassette di munizioni che s’affastellano, di immondizie dilaganti.- tutto è conflitto nel fango tenace come un vischio rosso”.

Il tenente Carlo Salsa

Carlo Salsa (Alessandria, 1893 – Milano, 4 marzo 1962) è stato un giornalista, scrittore e sceneggiatore italiano.

Iniziò a scrivere sin da giovanissimo: sue novelle e poesie apparvero sulla rivista letteraria L’Oceano nel 1908 e sulla Gazzetta del Popolo nel 1910.

Arruolato nel 1914 come tenente di complemento in fanteria, fu inviato al fronte all’inizio della prima guerra mondiale, combatté sul Carso in prima linea con il 68* Reggimento della Brigata Legnano, impiegato sul San Michele, nella conca di Tolmino e poi sull’Hermada, rimanendo poi ferito e cadendo prigioniero nel maggio 1917.

Dopo il conflitto ritornò all’attività letteraria; fu vicedirettore della Società Italiana degli Autori ed Editori e nel 1929 fondò con Leonida Répaci ed Alberto Colantuoni il Premio Viareggio.

Tra le due guerre collaborò, fra le altre, con la rivista letteraria Le Grandi Firme, diretta da Pitigrilli, e scrisse per la radio e il teatro leggero.

Partecipò alla sceneggiatura di due film: La sonnambula e Il re si diverte; come consulente lavorò alla sceneggiatura de La grande guerra, di Mario Monicelli.

Dall’esperienza bellica trasse, secondo le sue stesse parole, un «libretto», pubblicato per la prima volta da Sonzogno nel 1924 ed intitolato Trincee – Confidenze di un fante, la sua opera oggi più nota.[2] Condensato di atti, pensieri e parole comuni a milioni di combattenti delle due parti, il libro non ebbe vita facile durante il periodo fascista per l’aspra critica alla guerra e alle codarde gerarchie militari che ne traspare sin dall’introduzione, e venne ristampato solo trent’anni dopo.

Fu un grande appassionato di cinofilia, e fondò nel 1950 a Roma la Lega nazionale per la difesa del cane di cui fu per svariati anni presidente.

Biografia tratta da Wikipedia

 

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