La morte misteriosa di Francesco Baracca

Francesco Baracca e la storia del “cavallino rampante”, colore argento su sfondo rosso, simbolo del “Piemonte Reale”, suo Reggimento di Cavalleria

A novant’anni dalla morte, Francesco Baracca è ancora l’aviatore più famoso d’Italia. A lui sono intestate strade e piazze in tutte le nostre città. La sua memoria è tenuta viva dalla sua insegna del “cavallino rampante” che vola sugli intercettori del 9° Stormo dell’Aeronautica Militare e soprattutto dal simbolo delle automobili più sognate al mondo, le Ferrari.

Francesco Baracca morì sul Montello nel giugno 1917 e divenne per il popolo italiano l’immagine dell’eroe : giovane, bello, leale, imbattibile. “Sconfitto dal destino e non dal nemico”.
Non è comunque facile parlare della personalità di questo indiscusso eroe della prima guerra mondiale (1915-18). La letteratura ce lo presenta infatti in modi contrastanti : talvolta come umile, gentile con i subordinati, premuroso verso i nemici sconfitti, in altri come estremamente estroverso, freddo, spietato.
Contrariamente al generale Cantore, di cui abbiamo raccontato in un numero precedente, per Baracca non c’è il sospetto che ci sia stato un complotto dei suoi commilitoni nei suoi confronti, ma le modalità reali della sua morte, anche se sono state certamente appurate al momento dei fatti, non sono mai state presentate con la dovuta chiarezza. Vediamo quindi cos’è successo.

La vita.

Francesco Baracca nacque a Lugo di Romagna (Ravenna) il 9 maggio 1888, figlio unico di una ricca famiglia. Suo padre Enrico era un possidente terriero, sua madre era la contessa Paolina de Biancoli. Dopo gli studi avrebbe potuto scegliere una vita di agi curando le proprietà di famiglia, invece scelse la vita militare e nel 1907 entrò all’Accademia di Modena. Fu un cadetto brillante e nel 1910, con i gradi di sottotenente, venne assegnato al prestigioso reggimento di cavalleria “Piemonte Reale”, allora di stanza a Roma.

1 Piemonte Reale

Nella capitale ebbe modo di farsi apprezzare quale cavaliere in diverse competizioni ippiche. Fu in quel periodo che, riconoscendosi nei valori del Risorgimento, divenne Massone. Nel 1912 presentò domanda per essere assegnato all’aviazione, la nuova arma che iniziava a mostrare il suo potenziale nella guerra di Libia (1911-12). La sua domanda venne accettata e fu inviato insieme ad altri quattro ufficiali a seguire un corso di pilotaggio in Francia, al termine del quale ricevette il brevetto di pilota. Tornò in Italia e con il grado di tenente fu assegnato al Battaglione Aviatori.

Scoppia la guerra.

Quando l’Italia dichiarò guerra all’Austria (24 maggio 1915), Baracca tornò in Francia per addestrarsi sui biplani Nieuport, i primi aeroplani da caccia che la Francia avrebbe fornito al nostro paese.
Scrisse in quei giorni alla madre :”L’apparecchio sul quale volo è un piccolo biplano che fa 140 km all’ora e serve per l’esplorazione e la caccia : è bellissimo. Tanto il pilota che il passeggero possono sparare con la mitragliatrice ed il fucile automatico. I piloti francesi dicono che la più grande soddisfazione è di abbattere un “Taube” a colpi di mitraglia : spero anch’io di provare presto questa soddisfazione.” (“Taube” in tedesco significa “piccione” ed era il modo in cui i piloti inglesi e francesi chiamavano ironicamente i loro colleghi tedeschi.)

Tornato nel nostro paese, venne assegnato alla “1^ Squadriglia da caccia” sul fronte giuliano. Compì la sua prima missione di guerra il 25 agosto 1915. Con un biplano disarmato (senza mitraglia), Baracca si alzò in volo per intercettare un aereo nemico, portando con sé un soldato armato di fucile. Durante l’azione entrò in vite, riuscendo a riprendere il comando dell’aereo e ad atterrare dietro le linee amiche.
Il 7 settembre ebbe il suo primo combattimento aereo. Baracca intercettò un aereo nemico sul cielo di Udine, ma la sua mitragliatrice si inceppò. Scrisse sul suo rapporto: ”… sparo due, tre colpi: la mitragliatrice non funziona bene. Sparo ancora; due, tre colpi partono, poi la mitragliatrice s’incanta. Tiro l’otturatore, sparo, s’incanta di nuovo. Che bile! Sparo altri colpi, ma s’inceppa definitivamente. Ritorno al campo su tutte le furie. Però l’emozione della caccia è stata sublime.”

Tra il settembre del ’15 e l’aprile del ’16 le occasioni di scontro per i nostri piloti con i velivoli nemici furono rare e sempre penalizzate dal pessimo funzionamento dell’armamento.

Le prime vittorie.

Il giorno fatidico fu il 7 aprile 1916. Baracca su un Nieuport XI attaccò e colpì un aereo nemico diretto su Gorizia, costringendolo all’atterraggio. Scrisse sul suo diario: ”…ho puntato e sono partiti 45 colpi di mitragliatrice. Il nemico si è piegato pesantemente ed è precipitato quasi a picco ed io dietro, giù, urlando di gioia. E’ atterrato in un prato vicino a Medea, mentre una folla di persone accorreva da ogni parte. Sono sceso anch’io e mi son visto precipitare addosso una massa di soldati che gridavano “Viva l’Italia” e mi hanno preso, baciato, portato in trionfo fino all’aereo nemico.”
Per questa, che fu considerata la prima vittoria dell’aviazione italiana, Baracca ebbe la medaglia d’argento al valor militare.
Nei mesi successivi Baracca ottenne altre due vittorie e conseguentemente ad agosto fu promosso capitano.
Il nome di Baracca iniziò a diventare popolare grazie alla stampa che ne esaltava le imprese.
L’11 febbraio 1917 ottenne la sua quinta vittoria. Il combattimento si svolse sotto gli occhi della popolazione di Udine e dello stesso re Vittorio Emanuele III in visita alla città. Con la quinta vittoria ebbe il titolo di “Asso”.
Nella primavera 1917 venne trasferito, insieme ai migliori piloti italiani, alla nuova 91^ Squadriglia, che presto venne chiamata “La Squadriglia degli Assi”.

Il “cavallino”.

Fu presso questa squadriglia che Baracca adottò come insegna personale un “cavallino rampante nero”, che fu dipinto sul fianco sinistro della fusoliera del suo aereo, mentre sull’altro fianco spiccava il “grifone rampante” emblema della 91^. Sicuramente la scelta del “cavallino” fu in onore del “Piemonte Reale”, che ne aveva uno d’argento in campo rosso sul suo stemma (vedi la cartolina reggimentale).

baracca

L’Asso degli assi.

Seguirono mesi di attività frenetica. In maggio divenne “Doppio asso” conquistando la sua decima vittoria ed assunse il comando della 91^ Squadriglia. La sua mitraglia non s’inceppa (quasi) più, anzi la battezza “senza perdono”. In ottobre colse la ventesima vittoria e fu promosso maggiore per merito di guerra.
Il 24 ottobre 1917 il nemico sferrò l’attacco a Caporetto. L’offensiva fu così rapida e determinata che l’intero fronte italiano si frantumò, abbandonando prima la linea dell’Isonzo e poi quella del Tagliamento.
Baracca fece dar fuoco agli hangar ed agli aerei, che non era possibile mettere in salvo, per non lasciarli al nemico e con la sua squadriglia si spostò presso Treviso, oltre il Piave che diventava la nuova linea di difesa dell’esercito italiano.

A dicembre Baracca conseguì la sua trentesima vittoria e gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare. La motivazione fu esaltante :”Primo pilota da caccia d’Italia, indiscusso campione di abilità e di coraggio, sublime conferma delle virtù italiane di slancio e audacia, temperate in sessantatre combattimenti, ha già abbattuto trenta apparecchi nemici, undici di loro nel corso delle recenti operazioni. Negli ultimi combattimenti è tornato due volte col suo aeroplano gravemente colpito e danneggiato da colpi di mitragliatrice.”

Nei primi mesi del 1918 ottenne altri quattro successi, raggiungendo la cifra definitiva di trentaquattro vittorie riconosciute.

La morte.
Il 19 giugno, mentre con altri aerei della sua Squadriglia era impegnato in azione di mitragliamento a volo radente sul Montello, il suo Spad XIII venne colpito.

2 Spad 13

Un famoso pilota austriaco ne rivendicò subito l’abbattimento. Invece la versione ufficiale italiana sostenne che fu abbattuto da colpi di fucileria sparati da uno sconosciuto fante nemico, mentre stava mitragliando i reparti nemici in movimento sulle passerelle del Piave e sul Montello.
Con questa versione, passata alla storia, i comandi italiani vollero probabilmente preservare la leggenda dell’ “asso” mai vinto in combattimento.
L’apparecchio fu trovato parzialmente bruciato, con il muso conficcato nel terreno e due fori nel serbatoio.
Il particolare tenuto nascosto, o per meglio dire poco pubblicizzato, è che il corpo dell’aviatore fu trovato ad alcuni metri dal velivolo, con una ferita d’arma da fuoco alla tempia destra e la pistola nelle immediate vicinanze del cadavere.
E’ quindi probabile che il Maggiore si sia tirato un colpo di pistola per non rimanere prigioniero del nemico.
Sembra inoltre che il “rigor mortis” (l’irrigidimento del corpo dopo la morte) abbia presentato una situazione inequivocabile a coloro che il 23 giugno trovarono il cadavere. Si presume inoltre che fu lo stesso Baracca ad incendiare il suo velivolo. La scena reale potrebbe quindi essere questa : l’aereo di Baracca viene colpito o da un aereo nemico o dagli spari dei fanti nemici. Baracca riesce ad atterrare su un terreno impervio e controllato dal nemico. Per non lasciare il suo apparecchio “preda” del nemico gli appicca fuoco e per non cadere prigioniero si suicida.
Spesso Baracca aveva dichiarato :”Piuttosto che cadere nelle mani del nemico mi ucciderò”.
Sembra quindi che abbia avuto la forza di volontà di mantenere questa promessa.
Il recupero del cadavere fu accolto con grande dolore alla 91^ Squadriglia, dove i suoi commilitoni speravano che fosse caduto prigioniero.
Le esequie si svolsero il 26 giugno a Quinto di Treviso ed il discorso funebre fu pronunciato da Gabriele D’Annunzio. Fu successivamente sepolto nella cappella di famiglia ed il suo sarcofago fu fuso col bronzo dei cannoni austriaci. La sua casa natale è stata trasformata in un museo ricco di cimeli e di “trofei” degli aerei nemici abbattuti.
Nel 1936 nella piazza centrale di Lugo fu inaugurato un imponente monumento (alto 27 metri) dedicato al valoroso aviatore. Mia madre Adua, anch’essa originaria di Lugo e coscritta del monumento, ricorda negli anni della seconda guerra quel monumento completamente coperto da sacchetti di sabbia per proteggerlo dai bombardamenti.
Nel 1944 una bomba, sganciata da un aereo alleato, manco di qualche decina di metri il monumento, centrando in pieno la Chiesa.

3 Mon Lugo

 

Il Cavallino a Ferrari.

ferrari-logo_0Fu lo stesso Enzo Ferrari a raccontare la storia del cavallino, emblema della sua scuderia.
All’inizio degli anni venti, dopo una gara automobilistica sulle strade della Romagna, Ferrari conobbe i genitori di Francesco Baracca. Fu la Contessa Paolina, madre dell’aviatore a dire (leggere con cadenza romagnola) :” Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna”.
E Ferrari mise quel “cavallino rampante nero” su uno scudo con sfondo giallo canarino, il colore della città di Modena.

 

(Articolo di Daniele Luciani per il Col Maòr n. 3 del 2006)

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