La mutua dei bistian

Il 14 Luglio 1960 nasce ufficialmente, con l’approvazione di un proprio Statuto, la Società Mutua di Assicurazione sugli infortuni e malattie degli animali, che meglio ricordiamo come la  mutua dei bistian.

L’idea prende avvio un paio di anni prima, nell’ambito di un corso di zootecnia promosso localmente dall’allora Ispettorato Agricoltura. Le cattedre ambulanti, così si chiamavano quei primi esempi di formazione professionale, avevano come finalità il tentativo di infondere un minimo di coscienza imprenditoriale in una categoria che emergeva a fatica dalle ceneri della sudditanza imposta dal sistema mezzadrile.

Lo scopo sociale della Mutua, espresso al primo punto dello Statuto: …  indennizzare i Soci che subiranno perdite di capi bovini per infortunio o malattia, conteneva, nella sua estrema semplicità, un concetto di straordinaria modernità, se consideriamo il fatto che la Previdenza Sociale in agricoltura, con la costituzione del Servizio Contributi Agricoli Unificati  SCAU, era appena nata, sia a livello nazionale (1957) che in provincia di Belluno (1958).

Il primo Consiglio Direttivo era composto da: Silvio Toffoli, Giuseppe Carlin, Sperandio Dell’Eva, Cesare Colbertaldo, Paolo Bortot, Costante Bortot, Ugo Dallo, Angelo Roni e Giacomo Dal Pont, quest’ultimo fu anche il primo Presidente eletto.

La Mutua rimase attiva fino ai primi anni ’80, ma conobbe la sua maggiore diffusione attorno al 1970 quando annoverava tra i suoi iscritti ben 79 famiglie di Salce, Col di Salce, Giamosa , Bettin, Casarine, Bes, Sois, Col del Vin, con un  patrimonio zootecnico rappresentato da 226 bovini adulti e 175 capi di giovane bestiame. Sono numeri che fanno pensare, soprattutto se paragonati alla realtà attuale.

Tutta la storia della mutua, raccolta nello Statuto, nei verbali delle Assemblee o delle riunioni di Consiglio, bilanci, rendiconti, giaceva da circa vent’anni dentro un’ impolverata cassa di legno, ma che,  una volta aperta, si è rivelata uno scrigno colmo di ricchezze e preziosità. Leggendo attentamente quelle numerose pagine manoscritte e ancora di più osservando, ad occhi socchiusi, tra le righe si materializza davanti a noi uno spaccato di vita rurale che non esiste più, ma che nel cuore di molti di coloro che leggono queste cronache ( e di chi le scrive ) è ancora fortemente presente. Tutto il materiale, già oggetto di studio, verrà valorizzato e reso fruibile in un prossimo futuro, ma già in questa sede possono essere condivise alcune considerazioni o flash.

Un primo motivo di riflessione proviene dai numeri accennati poc’anzi. La diffusione così capillare dell’allevamento bovino di tipo familiare era strettamente correlata con l’esigenza di approvvigionamento di foraggio, soddisfatta da un’altrettanto capillare e meticolosa coltivazione di tutte le superfici prative a disposizione sul territorio locale.

Un’altra importante indicazione ci viene offerta dall’esame dei pesi  degli animali macellati. Sicuramente si trattava di soggetti di piccola taglia, probabilmente di razza Bigia o meticci derivanti dall’incrocio con la Bruna Alpina o la Pezzata nera Olandese.

L’analisi dei pesi, sovrapposta alla casistica delle cause determinanti l’abbattimento forzoso, fornisce inoltre una chiara descrizione dei cosiddetti punti critici dell’allevamento zootecnico di allora. La grossolana e scorretta assistenza ai parti determinava, senza dubbio , il maggior numero di “vittime”. Banali distocie, ma anche decorsi di parto normale, venivano trattati in maniera così innaturale da provocare spesso casi di emorragie , disarticolazioni del bacino, prolassi uterini, mortalità neonatale, ecc.

Le condizioni , a volte pessime, di stabulazione degli animali, conducevano a gravi forme artrosiche nei soggetti più vecchi e a episodi di soffocamento da catena o fratture agli arti negli animali giovani e quindi naturalmente più inquieti e dinamici.

E come non commuoversi  di fronte a tutti quei verbali di Consiglio o alle contabilità scritte a mano con una evidente quanto ammirevole difficoltà a descrivere in italiano corretto il resoconto di discussioni e ragionamenti fatti certamente in dialetto. I numerosi errori di ortografia, dunque, non appaiono in senso negativo ma incutono tenerezza e rispetto pensando alle mani di chi li ha commessi, certamente più avvezze al manego del restel o della forca piuttosto che alla penna stilografica.

Come già detto, la storia e l’attività della Mutua dei bistian termina ufficiosamente ( non è mai stata sciolta ) verso la metà degli anni ’80 in seguito al graduale ma inesorabile affermarsi di due fenomeni importanti in concorso tra loro: l’abbandono quasi completo di ogni forma di attività zootecnica e la venuta del tanto sospirato benessere economico che invadeva tutte le famiglie della zona, facendo precipitare l’interesse per i cosiddetti prodotti di  “bassa macelleria” , economici, ma così poco tollerati dalle nuove tendenze di consumo.

 

Articolo di Paolo Tormen sul Col Maòr n. 1 del 2005

 

 

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