Lacrime e soldi: a ruba i muli degli Alpini

BELLUNO – Lara ha tredici anni. Alta, magra, il passo elegante. Sul mantello di un marrone scuro scuro, alcuni ciuffi di peli bianchi. “Ostrega, l’è ‘n bel mul quest” grida Toni, un vecchio alpino coi baffi ispidi come una spazzola.

Dall’altra parte delle transenne, un omino piccolo piccolo, un cappellino verde in testa, alza un bastone di legno chiaro e rilancia. Lara, messa in vendita a 600mila lire, vale già un milione di più. “I macellai, sono i macellai” lanciano l’allarme gli amici di Toni. “Vergognatevi” grida un gruppo di alpini di Ponte nelle Alpi.

Ma Alexander Schwarz, l’omino col cappello, che fa il commerciante di bestiame a Chiusa, vicino a Bolzano, non fa una grinza. E alza di nuovo il bastone. Lui i muli li compra per farne salami. E lo dice. Quanto basta per far arrabbiare i veci alpini che i muli, invece, li vogliono salvare. Costi quel che costi. Sono almeno trecento e ribattono le offerte dei macellai a colpi di diecimila e di bestemmie tonanti.

Alzano il prezzo e gridano: “Per gli alpini!”. “Per la foresta del Cansiglio!”.

Finisce che gli amici dei muli stravincono: 21 a 3. Li hanno venduti tutti, ieri mattina all’asta, nel cortile della caserma “D’Angelo”, gli ultimi 24 muli superstiti del corpo d’armata alpino. Pensionati perché non servono più, perché mantenerli costa troppo, perché possono essere sostituiti da carrelli meccanici e mezzi cingolati. Ventuno sono salvi: non diventeranno salami, né wurstel, né mortadella.

Li hanno comperati vecchi alpini, titolari di aziende boschive e di parchi naturali. Per un pelo. Ieri mattina tra gli alti vertici militari c’era stato un ripensamento, e si era fatta strada la proposta di far sospendere l’asta. Ma ormai era troppo tardi. Solo tre muli, alla fine, sono finiti nelle mani del commerciante di bestiame: Fina eGrata, due femmine di 15 e 16 anni (la prima è costata meno di tutti, 920mila lire) e Laio, un maschio di 13. Sono quelli che rischiano il macello. Ma gli amici dei muli hanno già contattato il commerciante con offerte generose, e Schwarz non ha detto di no. Forse salveranno anche questi.

“Togliere il mulo ad un alpino è come strappargli la penna dal cappello”, piange in un angolo della caserma la mamma di un giovane alpino. Anche i colonnelli e i generali hanno gli occhi lucidi. I muli se ne vanno. Salgono a testa bassa su camioncini colorati. Due di loro ragliano, scalciano e scappano per il cortile. Come se non volessero andar via.

Il maggiore Francesco Simone, che batte l’asta con cipiglio fiero ma col cuore spezzato incassa 33 milioni e 250mila lire. Quasi un milione e mezzo a mulo. Il triplo del prezzo fissato come base d’asta. “Troppi soldi per un mulo, è un capriccio. Non vale la pena, a questi costi, prenderli per macellarli. Con gli stessi soldi compro un cavallo” scuote la testa un altro commerciante altoatesino, Cesare Beccari di Merano, un omone grande e grosso, husky blu e frustino in mano. Beccari si compra Gana, una femmina di 15 anni, per un milione e centonovantamila lire, che paga in biglietti da centomila, che tiene arrotolati dentro una busta tutta spiegazzata.

Poi gli alpini lo contestano, lui si pente e rivende il suo mulo ad un operaio dei telefoni di Mareno di Piave, Antonio Dall’Anese, che se n’era già comperato un altro, per tenerselo a casa e portarlo con sé, tutti gli anni che Dio manda in terra, a sfilare all’adunata degli alpini. Ma la parte del leone la fanno due fratelli di Cappella Maggiore, nel bellunese, che hanno un’azienda boschiva nella foresta del Cansiglio, Antonio ed Elio De Luca. Spendono 11 milioni e mezzo e si comprano ben 7 muli. Tra questi, il più caro del gruppo, aggiudicato per un milione e 970mila lire: un “baio scurissimo” di 14 anni piccolo e forte, con una macchia bianca sul dorso, che si chiama “Iroso” e che a dispetto del nome sembra tranquillissimo.

“Vogliamo salvarli e farli vivere – dicono i due fratelli – porteranno la legna nel bosco”. Cinque muli li compra Angelo Benedetti, titolare del parco faunistico “Le Cornelle” a Valbrembo, vicino a Bergamo, dove vivono già mille animali, mentre due, “Fonso” e “Iletto”, finiscono in Spagna, a Cap de Creus in Costa Brava, dove un imprenditore italiano, Rinaldo Muscolino, sta allestendo un parco naturale.

El senor Rinaldo aveva fatto un’offerta per acquistarli tutti. “L’importante è che non diventino rotundas mortadelas” grida dalla Spagna nel telefonino. La lotta più accesa si è scatenata per le femmine. A vederle, sembrano tutte uguali. Ma non è così. “E’come per le belle ragazze – si lecca i baffi un vecchio alpino con gli scarponi da montagna e il naso rubizzo – la differenza si vede subito. Basta guardarle negli occhi”.

 

(Articolo del Col Maòr n. 4 del 2016, tratto da “Repubblica” del 08 settembre 1993 – Articolo di Roberto Bianchin)

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