L’aggressione all’Etiopia

Gli Italiani in Africa Orientale. La conquista dell’Impero.

Il 2 novembre 1930 il ras dell’Harrar Tafarì Maconnen fu nominato Negus Neghesti (re dei re) d’Etiopia con il nome di Hayla Sellase I o, come si pronuncia, Hailè Selassiè.
Prima di questa nomina, egli aveva affiancato per molti anni alla guida del paese l’imperatrice Zaitù, figlia del defunto Menelik I e della regina Taitù.

Finchè era stato reggente, Selassiè aveva intrattenuto ottimi rapporti con la nostra nazione e da questa amicizia, lui ed il suo paese ne avevano molto beneficiato.
L’Italia infatti aveva fattivamente appoggiato l’Etiopia per l’ammissione alla Società delle Nazioni (l’attuale ONU), aveva concesso agli Etiopi l’accesso alla baia di Assab e quindi uno sbocco sul Mar Rosso ed aiutava lo sviluppo economico etiope con supporto finanziario e tecnico.
Appena divenuto Negus, il suo atteggiamento di cordialità verso l’Italia cambiò. Iniziò ad ostacolare ed a boicottare gli appalti alle ditte italiane, ridusse le intese commerciali ed industriali con il nostro paese a vantaggio di altre nazioni europee. Iniziò inoltre la riorganizzazione e l’ammodernamento dell’esercito, avvalendosi di consiglieri militari europei.
Gran Bretagna, Francia e Belgio, che si ripartivano il continente africano e non avevano capito con tempestività l’importanza commerciale di Assab, facendosi precedere dagli Italiani (vedasi la prima puntata), ben volentieri intervennero, a sostegno del Negus, per ostacolare l’Italia.

Il “casus belli”.

A causa delle frequenti incursioni e razzie etiopi nei nostri territori, si riaccese anche la tensione lungo i confini. Mussolini (divenuto capo del governo nel 1923) iniziò a meditare l’invasione dell’Etiopia e ben presto ebbe l’occasione per agire.
A Ual-Ual, una località in territorio italiano sulla frontiera tra la Somalia Italiana ed l’Etiopia, c’erano una ventina di pozzi d’acqua, risorsa essenziale in una zona così arida.
Malgrado gli accordi, gli Etiopi ne rivendicavano il possesso. Gli Italiani, per proteggere i pozzi dalle frequenti incursioni, fortificarono la zona ed insediarono un presidio con una cinquantina di Dubat (i nostri Carabinieri indigeni) .
Nel dicembre 1934 una banda di predoni etiopi appoggiata da truppe regolari si avvicinò minacciosamente al nostro possedimento pretendendone l’abbandono. La tensione salì immediatamente ed i contendenti passarono alle vie di fatto: sul terreno restarono molti Abissini ed una ventina di Dubat.
Mussolini non sentì ragioni di chiudere diplomaticamente la questione. Drammatizzò sull’episodio di Ual-Ual per creare indignazione nell’opinione pubblica italiana e quindi consensi alla guerra.
La guerra serviva a Mussolini per dare una spinta alla lenta economia nazionale tramite le consistenti commesse militari e sarebbe stata l’occasione per rafforzare lo spirito di unità nazionale e per lavare la mai dimenticata onta della sconfitta di Adua del 1896.
L’operazione riuscì pienamente, perché in Italia si creò una vera esaltazione collettiva in favore della guerra contro l’Abissinia.
Dal febbraio 1935 le nostre truppe iniziano ad imbarcarsi per Massaua e Mogadiscio (la capitale della Somalia Italiana); al generale Emilio De Bono, ministro delle colonie e quadrumviro della Marcia su Roma, fu affidato il compito di preparare l’impresa.
Quasi tutto il 1935 trascorse nei preparativi. Al porto di Massaua affluirono quantità ingenti di materiali e uomini. Giunsero complessivamente 200.000 soldati e 100.000 operai civili militarizzati che furono impiegati insieme nel potenziamento dei porti e nell’approntamento di strade, ponti, campi d’atterraggio, caserme. I civili saranno poi impegnati, al seguito delle truppe, per tracciare ed allargare le vie di comunicazione.

La guerra.

Il 2 ottobre 1935, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini dichiarò la guerra : “Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni. Ora basta.”.
Il giorno successivo De Bono varcò il confine con tre corpi d’armata ; in pochi giorni furono conquistate le città di Adigrat, Adua (la capitale del Tigrai) ed Axum (la città santa). A novembre il tricolore tornò a sventolare sullo storico forte di Makallè, dopo la resa del maggiore Galliano nel 1895. L’emozione e l’entusiasmo in Italia furono enormi. Qui però, dopo la rapida avanzata, De Bono decise di fermarsi perché il nostro esercito si era troppo allungato in territorio nemico e per tastare l’eventuale reazione avversaria. Questa tattica mandò Mussolini su tutte le furie e lo indusse a sostituire De Bono con un uomo d’armi, il generale Pietro Badoglio.

Il Marescial Badoglio ha scritto a Mussolini
“Per prender l’Abissinia ci vogliono gli Alpini”
(Ritornello degli Alpini della “Pusteria”)

La Divisione Alpina Pusteria.

In considerazione delle caratteristiche del terreno (come abbiamo già detto l’Etiopia è un vasto altipiano), Badoglio volle una divisione alpina. C’erano montagne impegnative da affrontare come l’Amba Alagi e l’Amba Aradam (in aramaico “amba” significa montagna) che gli Abissini utilizzavano come caposaldo e baluardo.
Dopo quarant’anni quindi gli Alpini tornarono in Africa Orientale.

5 Pusteria

Per l’esigenza venne appositamente costituita la 5° Divisione Alpina “Pusteria”, la quale inquadrò :
il Btg Pieve di Teco del 1° Reggimento, il Btg Saluzzo del 2°, il Btg Exilles del 3°, il Btg Intra del 4°, il Btg Trento del 6°, il Btg Feltre del 7°, il 5° Reggimento di Artiglieria da montagna (di nuova costituzione) con i Gruppi Belluno della Julia e Lanzo della Taurinense, il VII e l’ XI Battaglione Complementi (Alpini), la 5° Compagnia mista del Genio e dei Servizi (in quest’occasione nacque ufficialmente il “Genio Alpino”) e la 10° Colonna Salmerie.
La “Pusteria” era comandata dal generale di divisione Luigi Negri Cesi e comprendeva 350 ufficiali, 13.000 soldati e 4.000 quadrupedi.
Il motto della Divisione era “Ubi nos ibi victoria” (dove ci siamo noi, là c’è la vittoria).
La Divisione si imbarcò nei porti di Napoli e di Livorno nel gennaio del ’36 e raggiunse il teatro delle operazioni il mese successivo, entrando subito in azione. Alla partenza l’A.N.A. distribuì ai soldati una medaglia con l’iscrizione “Vendica Davide Menini – Onora la tua penna in terra d’Africa”.

Le sanzioni economiche.

Il 2 novembre ’35 intanto la Società delle Nazioni aveva decretato le sanzioni contro l’Italia per l’aggressione all’Etiopia. In realtà le sanzioni furono molto limitate, dall’embargo erano esclusi petrolio, carbone e ferro, non ci fu vietato di passare il Canale di Suez (perché si pagava il pedaggio agli Inglesi !) ed inoltre Stati Uniti, Germania e Giappone non aderirono. Furono quindi sanzioni ininfluenti per quel che riguarda gli approvvigionamenti di materie prime, ma efficacissime a rafforzare il consenso interno ed a dare un ulteriore impulso all’attività economica nazionale. Fu a seguito di queste sanzioni che il 18 dicembre fu celebrata la giornata dell’ “Oro alla Patria”, in cui milioni di Italiani donarono le loro fedi nuziali.

Badoglio conduce la guerra.

Dopo la sostituzione di De Bono, Badoglio riprese le operazioni nel gennaio 1936.
Nel frattempo il Negus era passato al contrattacco. A fronteggiare l’aggressione italiana erano stati mobilitati almeno 300.000 uomini ; erano truppe motivate che conoscevano alla perfezione il territorio e disponevano anche di molti moderni armamenti europei. Erano certamente svantaggiati di fronte agli ingenti mezzi messi in campo dagli Italiani, ma la grossa minaccia per il nostro esercito era, come in passato, di scontrarsi con un avversario numericamente sempre molto superiore e perfetto conoscitore del territorio. Avere le linee difensive sfondate o dover combattere corpo a corpo significava essere massacrati.
Ed infatti Badoglio rischiò di perdere in questo modo la sua prima battaglia.
Dal 20 al 24 gennaio la divisione camice nere “28 Ottobre” ed il XII Battaglione Ascari Eritrei si scontrarono contro l’armata di Sejum, il ras del Tembien, al Passo Uarieu.
La battaglia di Passo Uarieu fu senz’altro la più cruenta ed epica combattuta dalle nostre truppe in Etiopia. Qui gli Abissini attaccarono con la loro tecnica: una massa enorme di uomini urlanti si lanciarono ripetutamente contro le nostre linee difensive dando sfogo a tutto il loro istinto sanguinario e guerriero. Fu un corpo a corpo colossale sotto un sole cocente: come in una gigantesca rissa i colpi giungevano da ogni parte, baionette e scimitarre aprivano i ventri ed amputavano gli arti, i calci dei fucili e le mazze sfondavano le teste e spezzavano le ossa.
La marea abissina era immensa, ma le camice nere (cc.nn.) e gli Ascari seppero contenere gli assalti ed alla fine contrattaccarono ed espugnarono il passo.
L’impresa delle cc.nn. a Passo Uarieu fu esaltata in Patria, ma fu anche duramente criticato l’aver mandato allo sbaraglio degli uomini che erano dei volontari, spinti da entusiasmo politico e patriottico, ma con una preparazione militare non adeguata.

Intanto, per costringere il Negus ad impegnare forze anche nel sud del paese, il generale Rodolfo Graziani era entrato dalla Somalia Italiana su due direttrici.

Appena Badoglio ebbe a disposizione gli Alpini, decise di lanciare l’offensiva all’Amba Aradam (m 2986), la montagna che costituisce la “porta dell’Abissinia” e sbarra la strada per l’Amba Alagi.
Il 12 febbraio gli Italiani attaccarono l’Amba Aradam. L’attacco fu condotto in simultanea dalla divisione camice nere “3 Gennaio” e dalla 16ma Divisione di fanteria Sila, che si scontrarono con l’armata del Ras Mulughietà, ministro della guerra del Negus. Gli Etiopi, conoscendo l’importanza strategica dell’amba, lanciarono ripetuti rabbiosi e violenti contrattacchi, ma gli Italiani resisterono.
Il 14 la Pusteria, che era di rincalzo, scavalcò le cc.nn. e si preparò per l’attacco finale.
Il 15 un reparto del “Pieve di Teco” ed una legione cc.nn. della “23 Marzo” raggiunsero la vetta, conquistando con attacchi alla baionetta una posizione importantissima nei piani di Badoglio.
I nemici in fuga per poco non caddero nella morsa attuata da reparti della “Sila” a sinistra e dal Btg. Trento della Pusteria a destra, che nel frattempo avevano aggirato la montagna.
L’avanzata italiana proseguì immediatamente e puntò verso l’Amba Alagi (m 3415) dove si erano arroccati i ras Cassà e Sejum dopo la sconfitta al Passo Uarieu e le truppe in ritirata dall’Amba Aradam.
Agli Alpini fu dato l’incarico di accerchiare le forze nemiche, tramite l’occupazione di una posizione strategica e sulla carta inespugnabile: l’Amba Uork.
La notte del 27 febbraio, un plotone del VII Btg. Complementi comandato dal tenete Rambaldi, dopo un’ardua scalata, giunse in cima all’Amba Uork (montagna d’oro in aramaico) e dopo aspri scontri e gravi perdite la conquistò.
Grazie a questa azione, il 28 febbraio gli Italiani riconquistarono l’Amba Alagi, dove nel 1895 aveva trovato la morte il maggiore Toselli (vedi la prima puntata).
A seguito di questa azione il VII Btg. Complementi prese ufficialmente il nome di Btg. Uork Amba (come da cartografia inglese) e gli venne concessa la medaglia d’argento al valor militare (oggi sulla bandiera di guerra del Btg. Feltre). Il motto di questo nuovo battaglione non poteva essere più esplicito e reale: “Le aquile rapirono l’oro alla montagna”.

Conquistata l’Amba Alagi, la Pusteria si schierò sulle alture del Passo Mecan predisponendo un’accurata linea difensiva. Era necessario creare una forte barriera difensiva perché il Negus stava avanzando con oltre 50.000 uomini. Hailè Selassiè era personalmente al comando della sua Guardia Imperiale, 6.000 soldati perfettamente armati ed addestrati dai sopra citati consiglieri militari europei.

Pso Mecan

Scrisse nel suo diario il S.Ten. (sottotenente) Pierluigi Caccia Dominioni della 65ma Compagnia del Feltre: “Lo spiegamento del nemico è provabilmente: contro l’11°Alpini ras Cassà (15 mila uomini); sul Feltre, Pieve e II Ascari il Negus (quale onore !! 30 mila uomini) e degiacc Gabriet (10 mila uomini), L’Exilles è in profondità per prendere d’infilata il Passo Mecan orientale. Cinquantamila contro diecimila, ma noi siamo fortissimi.”.
Il 31 marzo il Negus lanciò l’attacco frontale e per spiegare quel che successe citiamo ancora alcuni passaggi del diario del S.Ten. Caccia Dominioni: “Alle 06:30 ecco il loro attacco. Attacco frontale dall’11° agli Ascari. Sparatoria fantastica.Putiferio incredibile. Alle 12:30 attacco violentissimo contro gli Ascari che respingono 4, 5, 6 attacchi. Poi gli Ascari si buttano al contrattacco. Si battono corpo a corpo. E’ una lotta feroce: gli ascari sono mussulmani, gli Etiopi copti, quindi c’è fanatismo religioso nel loro odio. Loro contrattaccano noi (il Feltre) ed il Pieve (di Teco), ma vengono fracassati dalla nostra batteria che spara a zero (significa ad altezza d’uomo). L’attacco è violentissimo. Anche le loro artiglierie sono precise. Coi binocoli vediamo diverse facce bianche tra di loro : sono ufficiali europei che dirigono il loro tiro ; il nostro fuoco si concentra su di loro. Alle 16 il solito acquazzone che non rallenta il combattimento. Le batterie continuano a sparare, la nostra a fine giornata avrà sparato 815 colpi. Da questa mattina un cecchino spara munizioni su munizioni con tiro preciso su ogni penna nera che si erge dalla trincea : abbiamo impiegato ogni arma contro di lui, ma inutilmente. Alle 20 la battaglia si smorza ed alle 20:30 è silenzio assoluto. Quattordici ore consecutive di fuoco sono molte e che genere di fuoco ! Siamo ubriachi di fame, sete, stanchezza e rumore. Ci si scrolla di dosso il fango e l’acqua.
1 Aprile – il fuoco ha inizio alle 06 : inizia bene il mese! Attaccano ancora il Pieve e gli Ascari. Alle 08 inizia a piovere e con il sole di prima dà una nebbia fittissima che rende ridicola quella della pianura padana. Alle 09:45 la nebbia finisce. Pattuglie nemiche fuori tiro recuperano morti, feriti ed armi.”. Nei tre giorni successivi gli Abissini si ritirarono, ostacolando con la retroguardia l’avanzata della Pusteria e degli Ascari verso il lago Ascianghi e la città di Quorum e difendendo la fuga di Selassiè verso Addis Abeba. Scrisse il S.Ten. medico Krainer dell’ XI Battaglione Complementi Alpini: “Non appena abbiamo raggiunto la zona dove si è combattuto i giorni scorsi, il villaggio di Mai Ceu e la piana del Passo Mecan, ci si è parato davanti uno spettacolo raccapricciante. Il numero di cadaveri di abissini sul terreno sorpassa la fantasia e le esalazioni sono tali da rendere difficile il superamento di alcuni chilometri.”.
E pensare che c’è ancora chi considera la guerra in Etiopia come “una serie di scaramucce”.
Con questa battaglia il Negus aveva definitivamente perso la guerra ; il 2 maggio abbandonò la capitale etiope e fuggì in esilio a Londra.

L’Impero.

Il 5 maggio 1936 il maresciallo Badoglio entrò in Addis Abeba.
Mussolini pronunciò il seguente discorso alla nazione :
“ Il maresciallo Badoglio mi telegrafa: “Oggi 5 maggio alle ore 16:00, alla testa delle truppe vittoriose sono entrato in Addis Abeba”.
Durante i trenta secoli della sua storia, l’Italia ha vissuto molte ore memorabili, ma questa di oggi è certamente una delle più solenni”.
La conquista dell’Etiopia segnò il punto di maggior consenso popolare al fascismo ed al suo capo.
Il 9 maggio il re d’Italia Vittorio Emanuele III assunse ufficialmente il titolo di Imperatore d’Etiopia. Badoglio venne nominato Governatore Generale e Viceré d’Etiopia.
La conquista italiana fu riconosciuta anche dalla Società delle Nazioni che sciolse le sanzioni economiche.

Pusteria

Per la campagna d’Etiopia alle unità della Pusteria vennero concesse le seguenti onorificenze al valore militare: al 7° ed all’ 11° Reggimento Alpini la croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia ; al Btg Pieve di Teco ed al Btg Intra la medaglia d’argento ed al Gruppo Belluno la medaglia di bronzo., tutti per la battaglia di Passo Mecan ; al Btg. Trento la medaglia di bronzo per le operazioni svolte durante tutta la campagna ed al VII Btg. Complementi, come già detto, la medaglia d’argento per la conquista dell’Uork Amba. A titolo individuale furono inoltre concesse 4 O.M. di Savoia, 5 medaglie d’oro, 72 d’argento, 93 di bronzo e 321 croci di guerra.

Il dopo guerra.

Subito dopo la fine della guerra gli Italiani iniziarono le costruzioni di grandi opere civili: ospedali, scuole, strade, dighe, acquedotti, fognature. In 5 anni fu costruita una rete di 6.000 km di strade e collegamenti ferroviari. Fu abolita la schiavitù ed iniziarono i processi di scolarizzazione e di interventi sanitari su vasta scala (vaccinazioni). Si avviò l’opera di riorganizzazione economica del paese sia nell’ambito industriale che agricolo. Tantissimi ex-combattenti ed operai militarizzati si fermarono a lavorare nella nuova colonia e furono raggiunti da moltissimi connazionali.

La fine dell’Africa Orientale Italiana.

Nel 1940 con lo scoppio della II guerra mondiale e la chiusura del Canale di Suez alle nostre navi, il principe Amedeo d’Aosta ed il suo esercito, tra cui gli Alpini del “Uork Amba”, si trovarono completamente isolati dalla madrepatria. Dopo un’iniziale avanzata, le nostre truppe, senza nessun tipo di rifornimento, furono costrette via via ad indietreggiare. Nel maggio del ’41, malgrado lo strenuo valore dei nostri soldati e degli Ascari, i resti del nostro esercito si arrese agli Inglesi, con l’onore delle armi, sull’Amba Alagi.
Immediatamente dopo la resa italiana, Hailè Selassiè tornò in Etiopia e volle rientrare in Addis Abeba il 5 maggio, il giorno in cui cinque anni prima era entrato Badoglio. Nel 1936 aveva lasciato una nazione priva di tutto ed ora ne trovava una completamente trasformata. Il Negus non potè non constatare che gli Italiani non avevano trattato il suo paese come “colonialisti”, secondo lo stile di altre nazioni europee, ma da “colonizzatori” per compiervi opere di lavoro e di civiltà.
La stessa opinione la ebbe evidentemente anche la popolazione etiope, che spontaneamente non attuò nessuna ritorsione e violenza verso i molti civili italiani insediatisi nella colonia.

Gli “Ascari fedeli”.

L’ultimo pensiero vada agli Ascari eritrei, che si rivelarono ottimi soldati per coraggio, disciplina e fedeltà alla nostra Bandiera.

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