L’albero dei seci

Nell’allevamento di bovini da latte, la mungitura rappresenta senz’altro il momento centrale dell’attività economica stessa. Essa sta alla zootecnia, come la raccolta sta alla frutticoltura oppure come la mietitura sta alla coltivazione dei cereali, con la differenza che non avviene in un breve periodo nell’ambito della stagione, non è un episodio isolato, bensì di un rito quotidiano, celebrato più volte nel giorno,  consecutivamente per circa 300 giorni ogni anno. E’ il momento in cui si concretizzano tutti gli sforzi profusi in materia di scelte selettive, alimentazione, ecc. e le cure in generale si traducono in produzione e, quindi, in reddito.

Naturalmente si poteva definire un rito solamente fino a un po’ di tempo fa, fino a quando cioè era compiuto in collegamento diretto tra  operatore e animale e il contatto fisico tra le parti interessate era tutt’altro che virtuale.

Oggi, per fortuna, non è più così, molti aspetti sono cambiati radicalmente, ma… …andiamo con ordine.

La mungitura manuale avveniva due volte al dì, a distanza di circa dodici ore, unica attrezzatura indispensabile: secia e scagn (secchio e  sgabello).

Le sole eccezioni alla doppia mungitura quotidiana erano rappresentate dall’inizio della lattazione (primi 8/10 giorni) e dalla fine della lattazione stessa, in concomitanza della messa in asciutta. Nel primo caso si trattava di assecondare, con tre o quattro mungiture
giornaliere, le esigenze di allattamento del vitello neonato (tetàr), nel secondo invece lo scopo perseguito era la riduzione e l’inibizione della secrezione lattea ottenuta mediante la sospensione, prima temporanea (una volta al giorno) e successivamente definitiva delle mungiture (sugàr).

Si mungeva stando seduti, posti generalmente sul fianco sinistro dell’animale, con il capo solitamente a contatto con il fianco stesso della  vacca, tenendo il secchio tra le gambe e evitando, se possibile, di appoggiarlo a terra sulla lettiera. Questo accorgimento, non così facile da realizzare specialmente a secchio pieno, era in parte dovuto a ragioni di pulizia, ma, principalmente, consentiva di evitare rovesciamenti causati da repentini movimenti degli arti posteriori o calci prodotti dalle vacche volontariamente, per vizio o difesa, o involontariamente, nel tentativo di liberarsi dall’ossessivo e snervante disturbo arrecato dalle mosche.

Questi fastidiosi insetti con la loro presenza numerosa e molestante, assieme al caldo e alla fatica, soprattutto nei pomeriggi estivi, condizionavano pesantemente le operazioni di mungitura, determinando spesso situazioni di nervosa conflittualità tra i protagonisti della scena.

La mungitura in senso lato si componeva di tre fasi ben distinte: venàr, molder e s’cipàr.

La prima fase, di preparazione, detta venàr o invenàr con un chiaro ed esplicito, anche se probabilmente inconsapevole, riferimento al flusso ematico, serviva per indurre l’ipofisi, mediante la stimolazione tattile, alla produzione dell’oxitocina, ormone responsabile del “rilascio” del latte in mammella. Durante questa fase, inoltre, si procedeva ad una sommaria pulizia dei capezzoli e a un controllo dei primi getti di latte per individuare l’eventuale presenza di grumi o coaguli (pòtoi), inequivocabile sintomo di mastite.

Seguiva la mungitura vera e propria, eseguita a due mani, stringendo e spremendo con il pugno alternativamente i capezzoli di due quarti mammari alla volta.

Il rumore prodotto dal getto del latte, alternato, ritmico, inizialmente più sonoro si faceva poi via, via sempre più greve, man mano che il secchio si riempiva formando una spessa schiuma in superficie. Un suono che diventava armonia, esaltando nel contempo le caratteristiche di mungibilità dell’animale e l’abilità del mungitore. Il virtuosismo musicale era nella maggior parte dei casi un assolo ma poteva essere eseguito anche a più voci ed era particolarmente apprezzabile nei governi mattutini, in quanto più silenziosi e tranquilli.

L’ultima fase definita s’cipàr (oggi si direbbe “sgocciolatura”) serviva per completare lo svuotamento dei quarti mammari dal latte residuale e si operava mediante la strizzatura di un capezzolo per volta accompagnato ad un massaggio del corrispondente quarto.

Quest’ultima era una fase particolarmente importante e da eseguire con cura per evitare pericolosi ristagni in mammella e possibili  conseguenti infezioni.

Il latte ottenuto dalla mungitura veniva travasato dal secchio ad altri recipienti o vasi di diversa capienza per essere avviato ai successivi utilizzi. Ogni travaso avveniva attraverso un colino di alluminio munito di uno o più vagli ai quali veniva spesso aggiunto un ulteriore telo di garza per aumentare il potere filtrante ed eliminare il più possibile ogni impurità.

Al termine di ogni operazione tutte le impreste (secchi, colini, vasi ecc.) venivano accuratamente lavati, risciacquati e posti a sgocciolare su un particolare tipo di trespolo di legno piantato a terra vicino all’immancabile fontana.

L’albero dei seci era una particolare creatura molto diffusa, a metà tra il naturale e l’artificiale, e che la fantasiosa immaginazione di un  bambino poteva facilmente collocare tra il reale e il fantastico. Realizzato quasi sempre partendo da una cima d’albero particolarmente ramificata, possedeva una chioma lucente di grigio alluminio molto varia per forma e dimensioni, presente tutto l’anno, notte e giorno.

Qua e là tra i suoi rami fiorivano corolle di saggina o argentea paièta e, osservandolo, si potevano ottenere precise informazioni in merito alle dimensioni dell’allevamento, il numero di mungitori, la cura riservata alla pulizia delle attrezzature ecc.

Oggigiorno tutto questo non esiste più, il computer è entrato anche nelle stalle sostituendosi quasi completamente all’uomo, le vacche non hanno più un nome e le loro mammelle sono tutte identiche e perfettamente strutturate per una mungitura tecnologica.

La salubrità del latte è notevolmente migliorata come la qualità del lavoro, ma, intanto i vasi del lat fungono da portaombrelli, le fontane sono diventate quasi tutte rustiche fioriere e l’albero dei seci… non regna più dalle nostre parti.

 

(Articolo per “Quando tuti se avèa na vacheta…” per il Col Maòr n. 2 del 2008)

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