L’Alpino crea un’atmosfera…

Non è che riporti per plagio la reclame di un noto “cognac” (ohibò, scusate “brandy”) no, vorrei solo dare, se ci riesco, tanto più che quanto sto per dire è stato ampiamente illustrato un po’ da tutti nella letteratura alpina, qualche esempio di quel particolare clima che sempre crea attorno a sè un individuo con in testa un cappello alpino.

Gli estranei molte volte non ci capiscono, altre ci invidiano, altre ancora sorridono con compatimento. Beh, lasciamo stare, siamo fatti così: un miscuglio stranissimo di sentimenti, di pacatezza, di esagerazioni, di altruismo spontaneo, di sarcasmo feroce, di eroismo, di “bale” tremende, di fame e disagi immani. E tutto questo miscuglio affiora nei rapporti coi superiori, fra commilitoni e anche nei confronti dei “borghesi”.

Che strani effetti e reazioni provica il connubio uomo-cappello!

E quanto sto per dire è come un cocktail di tali affetti e sentimenti alpini.

Superstiti

Un gruppo di superstiti di un reparto alpino della Guerra 1915-1918 si era dato convegno da “Barba Cacciatore” per fare il punto su un loro raduno che sarebbe avvenuto pochi mesi dopo.

Alcuni si rivedevano er la primavolta dopo cinquant’anni. La maggior parte di essi erano allora ufficiali ed ora degli onorati professionisti al limite della loro carriera o già a….   …riposo.

Come aperitivo sorseggiammo alcuni bicchieri di prosecco genuino in una fattoria dei colli attorno a S. Maria di Feletto. Poi tavolata animata e allegra. Ricordi, vecchie fotografie, album ingialliti dal tempo, vecchie canzoni che riguardavano il “Belluno” e il “Val Chisone”, la naia apina, donnine allegre nelle retrovie, amici scomparsi, azioni rischiose che ora, lontane nel tempo, sembravano impossibili oltre che assurde, risate da ventenni, tutto ciò fra una quaglia e l’altra, annaffiate da un buon vino rosso nostrano.

Un abbontante digestivo di “moretta”, specialità della casa, ed è già l’ora degli addii.

Ma tutta quella roba ingerita, visto che reni e altri organi funzionavano ancora bene, aveva bisogno di una naturale eliminazione.

– “Aspetta un attimo, che vado alla toilette…”

– “Ma va là…vecio pudico. Non ti ricordi che p…..vi sui sassi delle Tofane? Vien qua! Chi che no p…..a in compagnia, o l’è ‘n ladro, o lè ‘na spia…”

E quattro arzilli vecchietti, signorili nel vestire, in riga contro un vecchio cancello di una casa gentilizia, ridendo come quattro reclute, si erano accomodati per espellere tutti quegli acidi urici che dentro, prepotenti, premevano.

 

Estremo addio

Uno dei nostri cari soci e amici ci aveva lasciati.

Dopo una breve malattia, sopportando i dolori “con cristiana rassegnazione”, ma direi pure con vero stile alpino e cioè stringendo i denti silenziosamente e con un sorriso sempre pronto sulle labbra, Bepi aveva esalato l’ultimo respiro.

Gli erano attorno i figli, per i quali aveva lavorato tutta la vita come un “burich” ed ai quali lasciava due cose: una casetta di tanti e sudati risparmi, l’esempio di tutta una vita dedicata al lavoro, trascorsa in rettitudine, con senso del dovere, nell’amore verso la nostra Terra cara, le rispetto del prossimo, nell’attaccamento agli Alpini a volte, direi, quasi morboso.

Non era mai stato ad un’adunata nazionale, perchè non glielo permettevano le “finanze”, ma sempre era stato presente alle manifestazioni patriottiche locali, a qualche gita di reduci, alla vita sociale del Gruppo ANA. In camera, vicino al crocefisso, teneva un quadro con la fotografia di “papà” Cantore, il suo Generale che cadde a pochi metri da lui e che trasportò a valle assieme ad atri tre alpini.

Ed ora Bepi giaceva immobile in una bara scura, con i figli attorno che piangevano silenziosi. Il sacerdote salmodiava le preghiere dei defunti e noi, immoti, davanti alla Croce astile, guardavamo quel cappello alpino sopra la bara, inseguendo i nostri strani ed intimi pensieri. Qualcosa si rimescolava dentro, tanti sentimenti sovrapposti che si potevano però riassumere in uno solo: il dispiacere di avere perso un amico buono.

La funzione religiosa era finita; incominciava il trapestio della gente per uscir di Chiesa ed incolonnarsi per l’ultimo tratto di strada che porta al Cimitero.

Ad un certo momento sento che mi si accosta qualcuno adagio e furtivo, mi mette non so che nella tasca della giacca. Mi volto.

Quello mi dice sommessamente con gli occhi rossi di pianto: “I è sie mile franchi che me à dat me pare, prima de morir, parchè i so amighi alpini, dopo funeral, i bevesse ‘n ombra a la so salute, come se ‘l fosse lù presente….

 

Per un soccorso alpino

“”L’andirivieni di un Gruppo di Alpini in una notte di fine settembre, nei boschi di Monte Lussari, è stato premiato con un assegno di centomila lire. La somma,con una simpatica lettera, è stata inviata dai coniugi Vittorio e Maria Gasperini di Trieste ai soci del Gruppo A.N.A. di Rauscedo, nel pordenonese.

Si conclude così, con qualche solida bevuta, un episodio di cui sono stati protagonisti gli alpini di Rauscedo, in gita annuale, e una famiglia triestina. I Gasperini, padre, madre, uno zio e tre bambini di tredici, undici e due anni, si erano perduti, mentre, a piedi, csnedvano, al termine di un’escursione, dal monte Lussari nei pressi di Cave del Predil.

Da quelle partiper fortuna si trovavano i nostri alpini in gita annuale al lago di Raibl. Si sono caricati in spalla i bambini, riportandoli a valle, poi sono risaliti e hanno riaccompagnato gli altri tre ormai presi dalla disperazione, prostrati dalla stanchezza e rassegnati a passare una nottataccia al chiar di luna.

La famiglia Gasperini non ha mancato di esprimere profonda riconoscenza per l’aiuto tanto provvidenziale, accompagnando le sue espressioni con un assegno. La letterina di accompagnamento è stata indirizzata a Guido e Luciano D’Andrea e valeva per tutti gli amici di quella notte.

Nessuno se l’aspettava evidentemente ed è stata quindi particolarmente apprezzata.””

(Da Il Gazzettino del 23 ottobre 1967)

 

(Articolo trato dal Col Maòr n. 1 del 1968, a cura del DEM, Mario Dell’Eva)

 

Foto dal sito www.anaroncegno.com

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