L’Armata s’Agapò

Quando la politica piega la giustizia – Storia di un arresto per un articolo che raccontava la verità sulla Campagna di Grecia.

Il 10 settembre del 1953 un comunicato dell’agenzia Ansa informa che per ordine della Procura militare Renzo Renzi e Guido Aristarco sono stati rinchiusi nel carcere militare di Peschiera del Garda con l’accusa di vilipendio all’esercito. Il capo d’accusa è l’articolo dal titolo “L’armata s’agapò” scritto da Renzi e pubblicato sul numero 4 del febbraio del 1953 del quindicinale di cultura “Cinema Nuovo” diretta da Aristarco.

S’agapò in greco significa “ti amo”, un nomignolo sfottò coniato dagli inglesi per indicare la principale occupazione delle truppe italiane, ossia quella di sedurre le donne del luogo prese per fame. S’agapò fu anche una canzone molto popolare in Grecia, interpretata da Sofia Loren che la portò alla notorietà internazionale.

Ma prima di raccontare questo episodio eclatante di censura di stato e di una giustizia (militare) al servizio della politica, occorre fare un passo indietro, riportandoci al clima che si respirava in quegli anni. Per descrivere la strategia del silenzio del dopoguerra, useremo le parole dell’allora ambasciatore a Mosca Pietro Quaroni.

Avviare un’ondata di processi contro i criminali tedeschi, responsabili delle stragi compiute in Italia – sostiene Quaroni – scatenerebbe un effetto boomerang. Perché Jugoslavia e Grecia avvierebbero analoghe iniziative contro i criminali italiani responsabili di stragi nei loro territori.

“Il giorno in cui il primo tedesco verrà estradato in Italia – scrive Quaroni in una nota indirizzata ai vertici di Palazzo Chigi – si solleveranno le proteste di tutti coloro che accusano i nostri soldati”. Così il silenzio con il baratto delle colpe suggerito dall’ambasciatore, diventa la strategia della politica estera del governo De Gasperi.

Che “dimentica” nell’armadio della vergogna 695 fascicoli processuali in uno sgabuzzino al pianterreno di Palazzo Cesi, dove riappariranno solo nel 1994. Un quadro generale della situazione, insomma, che prelude ad una condanna già scritta per Renzi e Aristarco, che sono andati a rovistare, sia pur in chiave ironica, nella condotta dell’esercito italiano durante la Campagna di Grecia.

L’articolo, come disse lo stesso Renzi, “Voleva essere un attacco al modo convenzionale e retorico con cui, in un paese malato di retorica risorgimentale, veniva rappresentata la guerra”. In antitesi alla pellicola di Francesco De Robertis Carica eroica dove si celebrava il mito dell’eroismo militare, piuttosto che constatare l’inutile sacrificio del Reggimento Savoia Cavalleria nella famosa carica di Isbušenskij del 24 agosto 1942, dove cavalli e soldati vennero mandati a morire contro i carri armati sovietici.

Il soggetto di Renzi, che nella Campagna di Grecia era sottotenente di complemento, inizia dal tragico attacco dell’ottobre 1940 in Albania alla conquista di Atene grazie all’intervento della Wehrmacht. E descrive ciò di cui egli stesso era stato testimone “Soldati e ufficiali andavano di giorno e di notte, in maniera clamorosa, con le donne greche, per conquistare le quali bastava una pagnotta. Una passione amorosa che toccava gli stessi alti Comandi. E quando uno di essi si spostò dal Peloponneso all’Epiro, la casa di tolleranza lo seguì al completo, perché la direttrice era l’amante del comandante. I greci sfruttavano la situazione e se avevano bisogno di un permesso, mandavano le mogli o le sorelle a far sorrisi. E lo spionaggio avversario aveva trovato in un intero popolo di donne le sue mille Mata Hari, al punto che gli inglesi conoscevano di noi persino le potenzialità più segrete. L’operetta sarebbe stata felice e allegra – scrive Renzi nel suo pezzo incriminato – se non avesse nascosto la sopraffazione e i molti dolori della guerra. Benché non avessimo quasi mai seguito l’esempio barbaramente terroristico dei tedeschi, ogni tanto fucilavamo qualche ostaggio per rappresaglia ad attentati contro di noi da parte degli antardes (i partigiani greci).”

In un’intervista a Repubblica del 12.9.2003, Rienzi ricorda come all´improvviso si rovesciarono i ruoli nel carcere di Peschiera tra lui, “umile collaboratore del giornale”, che aveva da ufficiale certi piccoli privilegi, e il suo direttore, Guido Aristarco, sottufficiale, tenuto a svolgere una serie di corvée. Come la pulizia delle camerate e il compito di portare il caffè al mattino al suo superiore Renzo Renzi.

Dopo quarantacinque giorni di carcere militare, il processo si celebra a Milano tra dramma e commedia. A difendere Renzi e Aristarco sono gli avvocati Giacomo Delitala ed Ettore Gallo. Quest’ultimo, che diventerà presidente della Corte Costituzionale, definirà quel processo, durato una settimana, non molto diverso da “un plotone d´esecuzione”.

“Ma almeno il pubblico faceva il tifo per gli imputati”, commentò Renzo Renzi. A nulla servono le testimonianze a favore rese dai commilitoni che confermano ciò che aveva scritto Rienzi sull’articolo.

L’8 ottobre 1953 il procuratore militare, generale Solinas afferma in aula: “Più che il fatto, a noi sta a cuore il principio: bisogna finirla di offendere, di denigrare l’esercito”. Dopo quattro ore di camera di consiglio la Corte presieduta dal generale Calabrò condanna a 7 mesi e tre giorni e alla rimozione del grado Renzo Rienzi; e a sei mesi di reclusione Guido Aristarco.

Ad entrambi verrà concesso il beneficio della condizionale.

(Articolo di Roberto De Nart, per il Col Maòr n. 3 del 2007)

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