L’Aviere Vincenzo Tavi

Da Salce alla Libia e ritorno… …con l’ameba

È una lunga storia, molto dettagliata, quella che ci ha raccontato Vincenzo, classe 1920, Primo Aviere “autista” della Regia Aeronautica durante la 2^ Guerra Mondiale.

Storia da lui definita, con ironia, “Le avventure di Pinocchio”, perché si sentiva un burattino, vestito da soldato, come tanti altri burattini che venivano sbattuti qua e là nei vari teatri di guerra. Il racconto meriterebbe di essere riportato integralmente, ma per ragioni di spazio dobbiamo ridurlo all’essenziale.

L’avventura cominciò il 2 settembre 1940. Frequentò il corso Avieri Autisti all’aeroporto militare di Capua (Caserta). Il lunedì di Pasqua 1941 s’imbarcò a Napoli, con altri commilitoni, sulla motonave Esperia per un viaggio con destinazione Libia, che durò 17 giorni anziché 4 come di norma. I motivi di questo ritardo furono due. Il primo perché la motonave venne speronata da un cacciatorpediniere di scorta che la danneggiò e dovette fermarsi, per riparazioni, al porto di Palermo, dove fecero scendere gli avieri.

Da questa località raggiunsero in treno Marsala, dove dormirono tre notti in un capannone. Il letto era costituito da un pavimento in battuto di cemento bocciardato; mettevano la coperta in dotazione “mezza sotto e mezza sopra” e al mattino si alzavano con i “quadrati” stampati sulla pelle. Ritornarono a Palermo e s’imbarcarono su un’altra nave.

Il secondo motivo del ritardo fu che, per ragioni di sicurezza, la nave per alcuni giorni girovagò vicino alle coste al nord della Sicilia, in attesa che lungo la rotta prestabilita nel Mediterraneo non ci fossero navi da guerra inglesi in agguato.

Finalmente sbarcarono a Tripoli e, dopo essere stati tre giorni a Zauia, raggiunsero l’aeroporto di Mellaha (a 8 km. da Tripoli) dov’era il deposito del 163° Avieri Autisti. A
Vincenzo (Cencio per gli amici) consegnarono un camion FIAT 634; caricava materiali al porto e li trasportava in punti prestabiliti nel deserto. Quando di notte gli inglesi bombardavano Tripoli, egli assisteva a questo “spettacolo pirotecnico” appoggiato al camion; una notte una palma da datteri, divelta da una bomba, andò a finire nel cassone del camion, alle sue spalle.

Ammalatosi di ameba (amebiasi, malattia che colpisce l’intestino), venne ricoverato, dopo più di un mese di infermeria, all’ospedale Regina Margherita di Tripoli, dove rimase per 22 giorni, senza vestiti, con solo braghette, canottiera e sandali.

Ai primi di dicembre 1941, dopo questa dolorosa esperienza ma anche fortunata perché gli permise di tornare in patria, s’imbarcò su una nave ospedale destinazione Napoli. Venne ricoverato all’ospedale di Pozzuoli, dove ricevette la visita dei suoi genitori. Il 21 dicembre, dimesso dall’ospedale, venne fornito finalmente del vestiario d’ordinanza, non di denaro, potendo così andare in licenza per malattia. Prese il treno alla volta di Belluno, dove giunse, dopo un viaggio rocambolesco, alla vigilia di Natale.

Seguì una visita medica di controllo a Ferrara ricevendo 4 mesi di licenza per convalescenza.
Guarito, venne chiamato ad Orvieto alla caserma “Centro Smistamento Reduci d’Oltremare”, dove rimase per 45 giorni. Venne poi inviato all’aeroporto di Gorizia, dove gli assegnarono un FIAT 666 (autobotte con rimorchio).

Lavorò giorno e notte per rifornire gli aerei di benzina. Questo fino al fatidico 8 settembre 1943, quando se la squagliò col suo automezzo, per poi abbandonarlo a Sacile e proseguire in bicicletta. Abbandonata anche quest’ultima, salì su un treno e giunse a casa tre giorni dopo.

Si conclusero così dopo tre anni di peripezie, le vicende dell’aviere Vincenzo Tavi.

La Guerra dalle nostre parti continuò fino al 1° Maggio 1945 e in quel frangente egli collaborò con la Resistenza. Col nome di battaglia “Ghibli” fece parte della Brigata “Leo De Biasi”.

Sposò, nel 1953, Maria Collazuol ed ebbero due figli: Luciana e Stefano. Ora soggiorna nella casa di riposo “A. Santin” di Forno di Zoldo.

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