L’esercito dei dannati

Quando l’isola dell’Asinara non era uno dei luoghi più belli del Mediterraneo, ma un campo di prigionia.

Per arrivare all’isola dell’Asinara bisogna usare un traghetto che parte da Porto Torres o da Stintino. Grazie all’isolamento prolungato a cui è stata costretta, le sue spiagge sono incontaminate, immerse nel verde della macchia
mediterranea e frequentate dai caratteristici asinelli bianchi.

Insomma un vero paradiso per il turista, giustamente eletto a Parco Nazionale e Area Marina Protetta. Quel turista non immagina nemmeno che quelle spiagge e quegli scogli, siano stati testimoni, cent’anni fa, di una delle peggiori
tragedie umane della Grande Guerra.

Questa storia comincia il 18 dicembre del 1915, con il freddo e il maestrale padroni assoluti della rada davanti a Cala Reale, dove gettarono la fonda due piroscafi, il Dante Alighieri e l’America, con cinquemila prigionieri a bordo.

Dalle navi, con i barconi a remi, iniziò il lento e faticoso sbarco di centinaia di disperati, che di uomini, forse,  non avevano neppure più le sembianze.

Era solo la prima ondata di migliaia di soldati dell’esercito austroungarico che da lì ai primi di gennaio si sarebbero riversati sull’Asinara, arrivando da Valona, in Albania, con un gigantesco ponte navale messo in atto dalla Marina Militare italiana.

Ma perchè da Valona? La campagna di Serbia si svolse, sul fronte orientale della Grande Guerra, tra l’agosto del 1914  e il novembre del 1915. Dopo altalenanti invasioni e ritirate da entrambe le parti, il 6 ottobre 1915 truppe austro-ungariche e tedesche, agli ordini del generale August von Mackensen, invasero la Serbia da nord mentre le forze bulgare mossero da est, occupando la regione della Macedonia e tagliando i collegamenti tra i Serbi e le forze della Triplice Intesa.

Zona di TUMBARINO
Interno dell’infermeria per malattie comuni.
Album di foto acquarellate.

All’esercito serbo non restò che ritirarsi verso il mare e l’Albania, trasportando con sè i circa 70.000 prigionieri fatti durante i primi mesi di guerra. L’Austria aveva mandato contro la Serbia le sue truppe migliori, cercando però di includere tra esse in particolare i triestini, i trentini, ed i bosniaci perché temeva, specialmente per gli irredenti italiani, che questi, portati su altri fronti, potessero facilmente disertare.

L’esercito bosniaco in rotta, con i suoi quarantamila prigionieri, venne ben presto accompagnato da due orrende piaghe: il colera e la fame. Migliaia e migliaia d’esseri umani furono deportati in quella che fu definita la “marcia della morte”, si trascinarono per 77 giorni tra la neve e chilometri di sentieri tortuosi, ridotti in uno stato bestiale,  arrivando addirittura al cannibalismo.

Finalmente questa torma umana giunse al mare. Essi non avevano più nulla di umano: nè abiti, nè scarpe, nè armi. Erano ridotti allo stato di scheletri ed i loro volti avevano assunto un uniforme colore grigio terra. Presso la costa venne fatta la cernita: l’esercito serbo fu portato a Corfù, nel tentativo di riorganizzarlo. I prigionieri, invece, furono affidati alla Marina Mercantile Italiana, perché fossero trasportati all’isola dell’Asinara.

Arrivarono così affamati, ridotti a scheletri, seminudi e scalzi, la maggior parte di loro stremata da ogni genere di malattie. A centinaia, colpiti dal colera, morirono sulle navi ancor prima di essere sbarcati (i cadaveri venivano gettati in mare), gli altri finirono nel campo-lazzaretto che fu costruito in pochi giorni nell’area di Fornelli, tra la riva e il supercarcere dove sino agli anni Novanta furono rinchiusi i boss mafiosi e i terroristi.

Per otto mesi l’Asinara si ritrovò sommersa da oltre trentamila prigionieri, anche se fu impossibile stabilirne la cifra esatta.

I prigionieri avrebbero dovuto essere consegnati alla Francia, ma la notizia dell’epidemia consigliò i governi alleati di frenare il contagio chiedendo aiuto all’Italia. Così si decise di trasportarli all’Asinara considerata il Lazzaretto del Mediterraneo.

L’esercito austro-ungarico era formato da tanti “eserciti etnici” e l’Asinara si trasformò in un’autentica Babele linguistica. Su 30 mila deportati ben 10 mila, infatti, erano croati. Gli slavi erano sicuramente il gruppo più  numeroso.

Poi gli ungheresi, circa 8-9 mila di cui almeno la metà morti di colera e malattia nell’isola sarda. Il resto era composto da Romeni, Bulgari, Russi, Ruteni e Polacchi. Dei trentamila prigionieri imbarcati a Valona seimila soli si  salvarono e passarono, a contagio placato, in Francia. Quindicimila circa trovarono la fine nell’isola dell’Asinara.

A noi, oggi, non rimane che il dovere del ricordo di questi “caduti invisibili”. Non dimenticare è l’unico modo perché gli errori del passato non debbano ripetersi.

Michele Sacchet

 

(Articolo per il Col Maòr n. 4 del 2017)

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