Lo spettacolo della vita che viene

Quanto tutti se avea na vacheta…

Oggi in moltissimi allevamenti zootecnici, specie in quelli di grandi dimensioni, il parto delle bovine è diventato solo il presupposto fondamentale e irrinunciabile per l’avvio della lattazione, privo di qualsiasi residuo di coinvolgimento emotivo; fino a non molto tempo fa, non era proprio così.

L’età del primo parto variava a seconda delle zone di allevamento, nel senso che dove era forte il legame e la connessione con la pratica dell’alpeggio, ad esempio nella parte alta della nostra Provincia, avveniva a circa tre anni (nascita in autunno, ingravidamento nell’inverno del secondo anno per andar “piene” in montagna e quindi primo parto in autunno al compimento del terzo anno).

Nelle aree di fondovalle, invece, negli allevamenti stanziali che pian piano si organizzavano per una consegna ai caseifici cooperativi del latte prodotto lungo tutto il corso dell’anno, la tendenza era ad anticipare il più possibile la carriera produttiva, ingravidando le manze tra i 18 e i 20 mesi e ottenere, conseguentemente, il primo parto prima del 30° mese di età.

Circa al settimo mese di gravidanza le vacche e le manze erano definite “pronte” e le prime venivano messe in asciutta cioè si interrompeva la lattazione.

Quando la vacca “avea compì”, cioè erano trascorsi nove mesi dalla data del probabile concepimento, iniziava un’attesa praticamente quotidiana da parte dell’allevatore, il quale, oltre ad osservare spesso l’animale per cogliere i segnali dell’imminente parto, consultava il lunario, riferimento da secoli per chiunque abbia avuto a che fare con esseri viventi, animali o vegetali che fossero e il secondo “moto” di luna dopo che “l’avea compì” veniva segnato per tempo sull’immancabile calendario appeso alla porta della stalla. (anche per i bovini, infatti, il ciclo riproduttivo è di circa 28 – 30 giorni con l’ovulazione posta attorno al 14°).

I segnali sopra citati erano in particolare il progressivo riempimento e inturgidimento della mammella e, per le manze, la formazione dell’edema mammario allora definito “dur” e, ancora più inequivocabile, il rilassamento dei legamenti ileo-ischiali posti ai lati dell’attaccatura della coda (“l’à smolà le corde”, “la e smolàda del tut”).
Il vero e proprio inizio del parto era annunciato dalla comparsa delle doglie notabili da un tipico movimento di scalpitìo irrequieto e, via via, sempre più frequente (“balegar” o “scarpedar”); era questo il momento di accelerare le operazioni di governo del resto del bestiame , per consentire alla partoriente un travaglio tranquillo, spiandone in modo riservato gli sviluppi.

Questa fase poteva durare anche diverse ore ,oppure concludersi in breve tempo, terminava, comunque, quasi sempre all’imbrunire o nelle ore che precedono l’aurora, nei momenti cioè che la natura si è scelta per compiere i passaggi fondamentali della vita, in ingresso e in uscita.

L’atto centrale del parto, cioè l’espulsione del vitello, coincideva con il massimo della tensione emotiva e un notevole livello d’ansia, da parte dei non direttamente interessati, ovvero le persone presenti. Principalmente la causa era legata al modello culturale che considerava tutti gli aspetti della sfera riproduttiva quali faccende non di pertinenza maschile, da trattare pertanto con frettolosità e mascolina decisione. Si aggiungevano, poi, il forte timore di una perdita economica fondamentale in caso di esito funesto e una scarsissima conoscenza teorica. Il tutto portava spesso a degli atteggiamenti comportamentali scorretti e pericolosi per la salute della partoriente e del nascituro.

L’errore principale che veniva commesso era quello di voler sbrigare in fretta la “questione” estraendo a forza il vitello alla primissima presentazione all’esterno degli arti anteriori, senza assecondare o attendere minimamente il naturale procedere delle fasi del parto, preoccupandosi, piuttosto, di non dover trattenere troppo a lungo la “manodopera esterna” convocata numerosa per l’occasione.

Fortunatamente, in tempi più recenti, il concetto di assistenza al parto ha assunto il significato proprio della parola stessa, ossia sorveglianza attiva delle fasi preliminari per accertare l’assenza di condizioni anomale o distocie e limitazione degli interventi diretti sull’animale, solo in caso di reale necessità, con approccio meno invasivo possibile.

In questo modo, rassicurato dalla consapevolezza del conoscere esattamente ciò che sta accadendo, l’allevatore poteva godersi appieno il ruolo di privilegiato spettatore e partecipare “da comparsa” al meraviglioso ed emozionante spettacolo del miracolo della vita che viene!

(Articolo di Paolo Tormen per il Col Maòr n° 2 del 2006)

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