L’uccisione di “Varzi” e di Aldo Carli

60 ANNI FA, IL 21 APRILE 1945, I TEDESCHI UCCIDONO IL PARTIGIANO “VARZI” (MARIO BENVENUTO GUGLIELMO) A GIAMOSA.
LO STESSO REPARTO PROSEGUE VERSO BETTIN ED UCCIDE ALDO CARLI

Siamo nella primavera del 1945, alle ultime battute della Seconda guerra mondiale. Vincitori e vinti oramai sono chiari a tutti e con loro si delinea anche il futuro spartiacque convenzionale tra buoni e cattivi. Le formazioni partigiane sono sempre più impegnate in azioni di sabotaggio, con deragliamento dei treni, l’uccisione delle spie e puniscono con la rasatura dei capelli quelle donne ritenute “allegre amiche” dei tedeschi.

Il 10 marzo, nel Bosco delle castagne, sono impiccati 10 partigiani, ed altri 4 vengono appesi ai lampioni centrali di piazza Campitello (oggi piazza dei Martiri in memoria del triste episodio) il 17 marzo. All’inizio di aprile, il Comando partigiano della piazza, venuto a conoscenza della presenza di un deposito d’armi a Giamosa, dà l’incarico a Varzi, Sgiufa, Aquila e Nemo (Bisa) di effettuare un sopralluogo nella zona.

Alle 8 di mattina del 21 aprile del ‘45 i quattro giovani partigiani, armati di pistola, si dirigono verso villa Tattara a Giamosa. Quella stessa mattina, però, c’è un plotone di trenta tedeschi impegnato in una manovra di rastrellamento, almeno secondo quanto riportato nel libro “I patrioti della città del Piave”, scritto dal maestro Giuseppe Fontana nell’immediato dopoguerra (Tipografia Silvio Benetta – Belluno; non è precisato l’anno di pubblicazione né l’editore).

Dalle ricerche condotte del nostro storico Armando Dal Pont, tuttavia, risulta che non si trattava di un rastrellamento finalizzato alla cattura di partigiani, bensì di una precisa operazione tecnica per localizzare e neutralizzare una stazione radio partigiana che trasmetteva dalla destra Piave.

A sostegno di quest’ultima ricostruzione, infatti, c’è la testimonianza fornita da un autorevole testimone oculare, la signora Rosanna Vedana (vedova del Senatore Arnaldo Colleselli), già staffetta partigiana col nome di Paola, addetta al collegamento con la Missione Aztec, comandata dal maggiore italo americano Benucci con base a Giamosa. “Ogni giorno dalla mia casa di Praloran di Limana attraversavo il Piave scrive la Vedana negli appunti consegnati a Dal Pont – per raggiungere Villa Tattara di Giamosa a portare e ricevere la corrispondenza. Nella villa c’era un bunker molto sicuro, che nascondeva i membri in divisa della Missione Aztec. Un giorno il nostro informatore Rodolfo Dalvit (Sette) mi avvertì tramite suo fratello che i tedeschi disponevano di un radiogoniometro per localizzare le radio clandestine. Disse inoltre, che c’era stata qualche segnalazione al comando tedesco della Gestapo sulla presenza di una radio sul versante della destra Piave verso Feltre. Allora mi precipitai in bicicletta per avvisare i soldati della Missione del pericolo e, strada facendo, sorpassai un grosso veicolo munito di un’antenna che avanzava lentamente”.

Ritorniamo alla cronaca del Fontana. I quattro giovani partigiani incaricati di raggiungere il deposito di armi a Giamosa, vedono dei soldati tedeschi che dalla strada principale avanzano in direzione Belluno, quindi attraversano la campagna e si avvicinano a Villa Tattara. I quattro partigiani si nascondono dietro una siepe che costeggia una stradina. Sgiufa ed Aquila si allontanano subito senza essere notati, mentre Varzi e Nemo rimangono nascosti.

Probabilmente ce l’avrebbero fatta anche loro, se in quell’istante non fosse sopraggiunta una ragazza, che nota la presenza dei due e con il suo atteggiamento di stupore fa insospettire i soldati. Per Varzi e Nemo, dunque, diventa troppo rischioso fuggire e non rimane loro che buttare via le armi ed aspettare l’arrivo dei soldati senza opporre resistenza.

Fermati da un sottufficiale tedesco, i due rispondono all’interrogatorio tramite un soldato bolzanino che fa da interprete. Affermano innanzitutto di non conoscersi. Varzi dichiara semplicemente che stava andando alla villa in cerca di uova. Nemo sostiene che era lì per effettuare dei controlli ai libretti assicurativi dell’Inps del personale in servizio alla villa.

I militari passano quindi al controllo dei documenti. Quelli di Nemo sono in regola, mentre sorgono dei sospetti su quelli del Varzi che, di conseguenza, viene perquisito. “Bandito porco” gli urla l’interprete bolzanino, quando gli trova in tasca una copia del giornale clandestino “Avanti popolo”. Ma il giovane partigiano mantiene il controllo e dichiara prontamente che tutti i bellunesi possiedono copie di quel giornalino.

Subito dopo, però, la situazione si aggrava perché dallo stivale escono delle cartucce di pistola che non era riuscito a buttare via in tempo. Il bolzanino prende allora a schiaffeggiarlo. In un primo momento, Varzi subisce senza reagire. Poi perde il controllo, lo colpisce e lo getta a terra.

Tra i soldati tedeschi c’è un momento di scompiglio, Varzi ne approfitta e fugge giù per il sentiero. Nessuno dei soldati però lo rincorre e dunque, questo comportamento avvalorerebbe la tesi sostenuta da Armando Dal Pont. Secondo la quale i soldati tedeschi avevano l’ordine di neutralizzare la stazione radio e non quello di catturare partigiani come avveniva nei rastrellamenti.

Varzi, quindi, scompare e tutti i soldati rimangono immobili, limitandosi a puntare il fucile nell’attesa di scorgere il fuggiasco. Ce l’aveva quasi fatta – racconta il Fontana nel suo libro – e probabilmente credeva d’esser fuori tiro. Anziché rimanere nascosto scendendo lungo il letto del ruscello, Varzi decide di uscire allo scoperto ed attraversare il ponticello. E’ la fine.

Una raffica di mitra lo colpisce alla schiena uccidendolo. Non aveva ancora compiuto 22 anni Varzi, ovvero Guglielmo Benvenuto Mario, autista, nato a Belluno il 26 luglio del 1923, partigiano appartenente al Primo settore del Comando della Piazza.

Varzi

Guglielmo Benvenuto Mario “Varzi”

I soldati tedeschi proseguono in direzione Belluno. Raggiunto un bosco tra Giamosa e Bettin vedono un uomo, gli intimano di fermarsi, ma è un “povero mutolo, che nella sua infelice mania pregava vicino ad un albero” scrive il Fontana. Si tratta di Aldo Carli di Bettin, un disabile immaturo, che al sopraggiungere dei soldati fugge e viene freddato.

Secondo la versione di Aldo Sirena (La memoria delle Pietre – Pilotto editrice 1995), invece, Carli non riesce a spiegarsi a causa del suo handicap ed i tedeschi, che non credono alla sua infermità, lo uccidono. In sua memoria, la madre disporrà un lascito alla Parrocchia di Salce, con il quale verrà eretta la Scuola materna di Col di Salce, che porta appunto il suo nome Luigi Aldo Carli (Luigi era il nome del padre di Aldo).

L’episodio di Aldo Carli merita una parentesi. Egli, infatti, faceva parte di quei bellunesi che si erano recati a Voltago Agordino per le apparizioni della Madonna. Una storia iniziata nel 1937 sulla quale interverrà nientemeno che il Vaticano, e che si concluderà nel maggio del ’43 con la scomunica dei due principali protagonisti: Antonio Basso di Lovadina (Treviso) e Maria Miana di Voltago.

Ebbene, queste presunte apparizioni coinvolsero fortemente Aldo Carli, tant’è che tutti i giorni egli si recava a pregare la Madonna nel bosco nei pressi della sua abitazione di Bettin dove perderà la vita.

Non abbiamo detto di Nemo, il partigiano in regola con i documenti fermato dai tedeschi a Villa Tattara. Ebbene, egli resiste senza contraddirsi per tre giorni di duri interrogatori in cella, confermando sempre la prima versione data, ossia quella di essere un ispettore dell’Inps incaricato alla verifica della situazione contributiva del personale della villa. Ed anche la verifica fatta dai tedeschi presso la sede dell’Inps combaciava perfettamente con la dichiarazione resa dal prigioniero. Il direttore dell’istituto, infatti, che nel frattempo era stato informato dal controspionaggio partigiano della circostanza, non ebbe alcun dubbio nel confermare la versione resa dal partigiano. Anche perché quel direttore era il padre di Nemo.

Articolo di Roberto De Nart per il Col Maòr n. 1 del 2005

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