L’uomo di Mondeval

7.000 anni fa, sul Giau…

I due amici di Selva di Cadore Vittorino e Corrado avevano una grande passione in comune, l’archeologia. Insieme perlustravano gli anfratti e le rocce della Val Fiorentina e delle valli vicine
alla ricerca di fossili e di tracce della presenza umana nelle epoche passate.

Un giorno d’estate del 1985 stavano effettuando le loro ricerche nella conca di Mondeval, vicino al passo Giau, quando improvviso scoppiò un temporale. Si ripararono sotto la sporgenza di un grosso masso di Dolomia. Lì Vittorino iniziò a curiosare tra la terra dello scavo di una marmotta.

Mostrando un frammento di selce di color rosso che teneva sul palmo della mano, disse trionfante all’amico: ”Li abbiamo trovati. Gli uomini preistorici sono stati qui.”.

Sulla base di quella segnalazione, i paleontologi dell’ Università di Ferrara iniziarono gli scavi e nel 1987, sotto alcuni decimetri di terra, affiorò la sepoltura di un cacciatore vissuto 7500 anni fa.

Facciamo allora un salto nel passato e raccontiamo quello che accadeva sulle nostre montagne più di 70 secoli fa. Iniziamo descrivendo come doveva essere l’ambiente naturale. La conca di Mondeval si trova alla base delle pareti meridionali dei Lastoni di Formin, a circa 2150 metri di quota (immagine di testa).

A sud-ovest è delimitata dai versanti settentrionali del Corvo Alto, mentre verso ovest prosegue sotto forma di ampio vallone in direzione di forcella Giau. A sud si affaccia con un brusco gradino sulla valle del Rio Cordon, affluente di destra del Torrente Fiorentina. Attraverso i valichi di Forcella Ambrizzola e di Forcella Rossa è in collegamento con la valle del Boite.

Un ruolo fondamentale nel modellamento della conca di Mondeval è stato svolto dai ghiacciai. L’ultima glaciazione ebbe il suo massimo sviluppo circa 20mila anni fa. Allora l’area dolomitica era occupata da ghiacciai molto estesi, che si insinuavano nelle valli alpine con spessori di centinaia di metri.

Mondeval si trovava alla confluenza tra il ghiacciaio che scendeva da Forcella Rossa e quello che occupava il vallone di Forcella Giau. Circa 17 mila anni fa i ghiacciai cominciarono velocemente a ritirarsi. Nell’arco di alcune migliaia di anni le condizioni ambientali nell’area alpina diventarono simili a quelle attuali.

I sedimenti lasciati dai ghiacciai ricoprono ancor oggi buona parte della conca. Si tratta di materiali detritici di dimensioni molto varie, che variano dai grandi blocchi di roccia fino alla sabbia. Anche il grande masso sotto cui si trova il sito archeologico è stato trasportato fin lì dai ghiacciai, si tratta infatti di un così detto masso erratico (immagine nella pagina successiva).

La superficie del terreno della conca è generalmente ondulata, a causa dell’azione dei ghiacci. Sopra il salto di roccia che collega Mondeval con la sottosante valle del Rio Cordon, un avvallamento portò alla formazione di un piccolo lago, che successivamente scomparve.

L’analisi dei depositi di quel lago, localizzati sotto la superficie del terreno, ha riscontrato la presenza di carboni. Ciò può essere dovuto ad incendi spontanei causati da ulmini o altre cause naturali, oppure da fuochi accesi dall’uomo. In quest’ultimo caso è robabile che quando Mondeval era frequentato dagli uomini preistorici, il fondo della conca osse ancora occupato dal piccolo lago alpino.

La presenza di questo piccolo bacino idrico, che quasi lambiva il piccolo insediamento preistorico, contribuiva ad arricchire un contesto ambientale già molto vario, posto al limite tra le foreste che risalivano i versanti delle valli e le praterie di alta quota.

Le aree montane, libere dai ghiacci e ricoperte di boschi e verdi praterie, videro la comparsa i gruppi di cacciatori, che in estate si spingevano a queste quote per seguire i branchi di animali.

Questo accadeva nel Mesolitico, uno dei tre periodi dell’ “età della pietra”. Questo periodo bbe inizio 10mila anni fa, quando le condizioni climatiche si stabilirono sui valori attuali e si concluse circa 6,5mila anni fa con la nascita delle prime comunità di agricoltori ed llevatori.

Nel Mesolitico i nostri antenati iniziarono ad elaborare tecniche più accurate nella lavorazione della pietra, specialmente la selce, che veniva fissata a manici di legno e di osso per costruire utensili per la caccia e la raccolta dei vegetali. In questo periodo l’alimentazione umana era ancora prevalentemente carnivora.

Durante il Mesolitico, nell’ambiente alpino e prealpino, i cacciatori con le loro famiglie trascorrevano gran parte dell’anno negli accampamenti a fondo valle, per poi spostarsi in estate nei siti d’alta quota dove potevano cacciare gli animali che vivevano nei boschi (cinghiali e caprioli) e quelli che popolavano le praterie (cervi, stambecchi e marmotte).

Gli insediamenti nelle praterie alpine erano generalmente in zone pianeggianti, molto ricche d’acqua e vicino a passi e forcelle dov’era maggiore il transito degli animali e dove si poteva praticare una proficua caccia d’agguato.

Gli insediamenti erano sotto ripari rocciosi chiusi da pali e pelli o in anfratti (caverne) della roccia. L’immagine sotto dà un’idea molto chiara di come doveva essere l’ accampamento nella conca di Mondeval. La sepoltura del cacciatore fu localizzata nella parte più interna del riparo del masso di Dolomia; questo fa supporre che egli sia stato sepolto alla fine dell’estate, subito prima che il gruppo lasciasse l’insediamento per tornare a valle.

Il defunto era deposto supino, con gli arti ben distesi lungo il corpo. La mano destra aveva il palmo appoggiato al terreno e le dita distese, mentre la sinistra era appoggiata su un fianco con le dita leggermente chiuse, come se impugnasse qualcosa al momento della sepoltura. I piedi erano appoggiati su una pietra e la parte inferiore del corpo era coperta da sassi di natura volutamente diversa da quelli che abbondavano nelle vicinanze.

I reperti che sono stati trovati all’interno della sepoltura ne fanno la più importante del Mesolitico rinvenuta in Italia ed alcuni di essi danno informazioni sul rito funerario. Non vi sono reperti di legno, pelle e tessuto, perché i materiali di natura organica si sono decomposti con il passare del tempo.

Sullo sterno e tra le ginocchia sono stati trovati due punteruoli di corno d’alce e di cervo, che fanno pensare che il corpo fosse avvolto in un sudario, probabilmente in pelle, e gli spilloni servissero a tenerlo chiuso. Ci sono poi tre lame di selce gialla ben lavorate, localizzate sopra le spalle e sotto la testa. La loro posizione poteva avere un significato di tipo rituale, o più semplicemente potevano essere cucite alla giubba come oggetti ornamentali.

Intorno al collo sono stati localizzati sette canini di cervo forati, segno che il cacciatore portava una collana. Sul lato sinistro del corpo erano stati posti gli oggetti d’uso quotidiano del defunto; erano probabilmente contenuti in tre sacchetti di pelle.

Tra questi oggetti ci sono lame in selce lisce e denticolate utilizzate per la lavorazione del legno, dell’osso e della pelle e pezzi di selce non lavorati. Dei manufatti in osso e corno di cervo, tra cui un bellissimo arpone a denti alterni, un vero capolavoro per l’epoca. Questo strumento veniva montato su una lancia ed usato per la caccia.

Poi un agglomerato di resina che doveva servire da mastice per fissare le lame ai manici ed un agglomerato di propoli, segno che già nella preistoria ne erano conosciute le proprietà antibiotiche e cicatrizzanti. La selce non è una pietra tipica delle Dolomiti. Possiamo quindi ipotizzare che quei cacciatori effettuassero lunghi percorsi per reperire quel materiale o che venissero forniti da individui provenienti da altre zone. La selce venne utilizzata per la produzione di utensili fino a 5mila anni fa. Ecco quindi il motivo dell’euforia di Vittorino per aver trovato la scheggia e l’immediato interesse dei ricercatori universitari.

Lo scheletro dà delle informazioni importanti sul cacciatore. In base alla morfologia del cranio è possibile attribuirne l’ appartenenza ai Cro-Magnon.

Era un uomo robusto ed alto 167 centimetri. Al momento della morte aveva circa 40 anni, molti per quell’epoca. Non si conoscono né le cause della morte, né le patologie di cui soffriva. Aveva però un’osteopatia deformante all’emitorace sinistro, ovvero aveva le costole di sinistra atrofizzate.

Aveva i denti davanti molto consumati, segno che venivano usati per lavorare la pelle ed altri materiali. Aveva inoltre un premolare superiore spaccato, che doveva fare molto male ed un incisivo laterale mal cresciuto. Le radiografie hanno evidenziato alcune carie e dei granulomi.

Non è quindi vero che gli uomini preistorici avessero i denti più sani dei nostri. La cura con la quale quell’uomo fu sepolto mi fa pensare che quei nostri antenati potevano essere per tanti aspetti dei primitivi, ma non lo erano nei sentimenti.

Approfittando della bella stagione e delle imminenti ferie estive, consiglio di dedicare una giornata per andare a visitare i luoghi di questa storia. Partenza in auto di buon ora per raggiungere Passo Giau (m 2236); là si prende (a piedi) il sentiero 436. Si costeggiano le pendici di Col Piombin e si sale a Forcella Giau (m 2360), in leggera discesa si passa sotto i bellissimi Lastoni di Formin, si attraversa la conca di Mondeval dove, poco dopo la malga (m 2158), c’è il masso con il sito archeologico. Si prosegue poi per Forcella Ambrizzola (m 2277), che offre uno scenario di grande bellezza dominato da sua maestà il Pelmo (come lo chiamava il pittore Masi Simonetti). Il tempo di percorrenza è di due ore più il ritorno. La camminata non è impegnativa, ma non dimentichiamo che la montagna richiede sempre prudenza.

D’obbligo è poi la visita al Museo di Selva di Cadore, dov’è possibile ammirare lo scheletro del cacciatore con tutti i reperti rinvenuti nella sepoltura e moltissime altre testimonianze della frequentazione dell’uomo in queste zone, fin dai tempi più antichi.

Bibliografia : Libro + DVD del Museo di Selva

 

(Articolo di Deniele Luciani per il Col Maòr n. 2 del giugno 2012)

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