Mi presento: sono Annamaria…

Le nostre storie dal passato.

Mi presento: sono Annamaria.
Eccomi con mio fratello Natale in una foto del 1933.

Annamaria e Natalino Trevissoi

Abitavo a Giamosa lungo lo “stradone”.

Mio padre faceva il fabbro, per cui eravamo una famiglia benestante. Ricordo quando a novembre, dopo la vendita dei raccolti, veniva il “castaldo”, che era il contabile e l’uomo di fiducia dei proprietari terrieri del luogo e pagava a mio padre i lavori svolti durante l’anno.

Un foglio da mille lire faceva sgranare gli occhi. Era grande come un foglio di quaderno e ci si potevano acquistare tante cose, ma a quei tempi si faceva economia, si risparmiava, anche perché non c’era la pensione.

Durante l’inverno i vetri all’interno della casa erano ricamati di ghiaccio. A casa non c’era il termosifone, avevamo solo la cucina a legna e a letto, per scaldarsi, si andava con la “monega” e la borsa dell’acqua calda.

La mattina presto passava il “fendi neve” trainato dai cavalli. Mi sembra ancora di sentire il suono dei loro  campanelli. Cadeva tanta neve, ma per noi ragazzi era uno dei pochi divertimenti.

Le automobili erano molto rare, per cui tutta la strada era a nostra disposizione per giocare con tanta fantasia. I fossi  ai lati della strada diventavano la pista del ghiaccio. Sulla discesa che va dalla fontana di Col fino allo “stradone” davanti alla ex latteria, facevamo le gare con il “ferion”, la slitta con i ferri sotto.

Durante l’estate il campo dei giochi si spostava nel boschetto dietro casa e sulla collina, ora piena di alberi, detta
“castel”. Lungo lo “stradone”, vicino a casa mia, abitavano altre famiglie: c’era Virgilio “scarper” vicino al Cristo, la
famiglia Da Rold ora fiorista, la famiglia Celato con mia cugina Erminia che faceva la sarta e l’osteria di Bepi.

Per la spesa andavo alla Cooperativa gestita da Lisa e Augusto. Di fianco c’era il mulino con mio zio Pasquale. Per
la frutta e la verdura passava periodicamente con il suo carretto “Piero dal Mus”, che abitava a Salce. Giornalmente
attraversavo il “Col Maòr” (la collina davanti al Cristo) per andare a prendere il latte dalla famiglia De Pellegrin. Ogni
sabato c’era il rito dei fiori freschi da portare in cimitero ai nonni. Li compravamo alla fioreria del signor Praloran in
“centro” a Giamosa.

La mamma faceva il bucato con la cenere nel cortile davanti a casa: la “lisia” (che rimpianto!). Il giorno dopo andavamo a risciacquare la biancheria in un corso d’acqua tiepida che correva dietro l’osteria chiamata “Appalto”,
vicino all’officina Ducati (oggi concessionaria Renault). Le lenzuola venivano poi stese sul prato vicino a casa, perché l’erba aveva il potere di sbiancare.

Frequentavo le scuole elementari a Giamosa: ho avuto le maestre Borgo, Mane, Boranga ed il maestro Marani.

Questa foto è stata scattata sui gradini della scuola nel 1941, eravamo in quinta e ci stavamo preparando per gli esami di ammissione alla scuola media. Con me (a sinistra) ci sono Elettra (vestita di nero), Sergio e le sorelle Chiara e Maria Teresa, le figlie del maestro Marani.

Ricordo la sera che il maestro Marani fu ucciso nel cortile della scuola. Le urla della moglie e delle figlie si udivano fino a casa mia. Chi l’ha ucciso o meglio assassinato?

In quegli anni dovevamo essere tutti fascisti: anch’io ero orgogliosa quando il sabato pomeriggio mi vestivo da “piccola italiana” e andavo alla GIL per il raduno settimanale. Non vedevo l’ora di compiere 14 anni per diventare “giovane italiana” e poter mettere le calze.

Frequentavo la Chiesa di Col di Salce; parroco era Don Ettore.

La Comunione era solo alla Messa delle sette, a stretto digiuno, neanche una goccia d’acqua. Velo in testa, calze e maniche lunghe. Poi c’era il Catechismo, tutto a memoria, con gli esami in Parrocchia a fine anno. Il pomeriggio c’era il Vespero. Durante il mese di maggio, alla sera partecipavo alla recita del rosario per avere il punto premio.

Era una buona occasione per fare un’uscita serale al chiaro delle numerose lucciole. In occasione della Prima  Comunione e della Cresima il regalo era una coroncina o un bel libretto della Messa. Io ho ricevuto dalla mia madrina Elena Dal Pont un regalo eccezionale: un orologio da polso e tiravo su la manica del vestito per farlo vedere. Noi bambini collezionavamo i “santini” e ce li scambiavamo. Ora i ragazzini collezionano figurine di tutt’altro genere.

Allora non c’erano né il telefono, né la televisione, né tante altre comodità di oggi. Avevo vent’anni quando in casa è
arrivata la prima radio. Eppure sono e siamo sopravvissuti.

Finita la guerra tante cose sono cambiate. Il modo di vivere si è capovolto. I contadini, servi dei “signorotti” (Perera,  Miari, Tattara, Prosdocimi, Giamosa), hanno abbandonato la campagna.

Ora nessuno vuole più lavorare i campi alle dipendenze di altri. Le vecchie ville, usate allora per le vacanze estive, ora vanno in rovina o sono state acquistate da gente da fuori.

Poi gli anni passano, ognuno segue la propria strada. Tante persone non ci sono più. Recentemente ho visitato il
cimitero di Salce e sono uscita con tanti ricordi belli, ma anche con tanta malinconia.

 

 

 

(Articolo di Annamaria Trevissoi per il Col Maòr n. 1 del 2012)

 

 

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