Monte Canino

Non ti ricordi quel mese di aprile?
Quel lungo treno che andava al confine,
che trasportava migliaia degli alpini:
“Su, su, correte, è l’ora di partir!”

Chi arriva nella Pianura friulana provenendo da Ovest (Portogruaro/Latisana) e volge lo sguardo a nord-est, viene colpito dallo spettacolo della corona di monti che pare abbraccino la pianura e la racchiudano in un anfiteatro naturale.

Quella corona di monti, quasi sempre bianca anche nei mesi più caldi, comprende le Alpi Carniche e le Alpi Giulie, separate convenzionalmente dal monte Matajur (1600 m. circa), caratterizzato dalla cima a forma di perfetta piramide, ben visibile da ogni angolo della pianura.

Subito dietro la catena delle prealpi giulie, si distingue il caratteristico profilo del Monte Nero (2200 metri) che domina la piccola conca di Caporetto, affiancato dal M. Vescovo (2000 m.) a cui i soldati diedero il nome di Monte Rosso, probabilmente a causa del sangue che venne lasciato sulle sue pendici.

Da lì, seguendo verso ovest la catena delle cime che si susseguono, si incontrano nomi di monti che compaiono in tutti i bollettini e i resoconti di guerra fino ad arrivare al Monte Canin (2500 metri) che è il Monte Canino della canzone che tutti conosciamo.

Nella canzone si cita il “lungo treno che andava al confine”: era il treno che trasportava migliaia di alpini – e non solo alpini – che andavano a schierarsi sul fronte dell’Isonzo dove si sarebbero combattute ben 12 cruentissime battaglie. I soldati portati al fronte erano stati convinti  che si sarebbe trattato di una guerra brevissima e presto vinta; si sarebbe invece rivelata una lunga, dolorosa e durissima guerra di posizione dove i progressi erano lentissimi, conquistati a prezzo di perdite rilevanti e spesso ininfluenti sul piano operativo.

Tutto ciò era il frutto di una scelta strategica antiquata che prevedeva lo scontro frontale e la rinuncia ad ogni tentativo di manovra unitamente all’obbligo di non cedere mai neanche un metro di terreno. A tutto ciò si aggiungevano le condizioni di vita inumane all’interno  delle trincee, la repressione dura e inflessibile fino alla fucilazione sommaria al minimo cenno di dissenso e la scarsa qualità del “rancio”.
Tutto ciò è appena accennato nella canzone di cui stiamo parlando: “a ciel sereno ci tocca riposar”; “se avete fame guardate lontano”, “se avete sete la tazza alla mano, che ci disseta la neve ci sarà”.

Uno dei vantaggi, forse l’unico, di passare i lunghi tempi morti tra un assalto e l’altro, fianco a fianco, dentro le trincee, fu quello di conoscersi tra soldati provenienti da ogni parte d’Italia, con dialetti, tradizioni, canzoni diversi, uniti per la prima volta dopo l’unità d’Italia per uno scopo comune, dove gli scambi “culturali” avvenivano spontaneamente per travaso diretto dagli uni agli altri.

Fu così che nacquero anche i canti di guerra che attingevano a melodie già note e venivano dotate di parole inedite riferite ai fatti quotidiani, trasformandosi così in vere e proprie cronache e racconti dettagliati delle carneficine e tragedie che ogni giorno avvenivano su tutti i fronti di guerra.

Per fortuna, come tutti sanno, il soldato italiano dà i meglio di sé quando le difficoltà sembrano insormontabili: ha solo bisogno di essere  ascoltato e guidato con ragionevole disciplina. Fu così che l’atmosfera pesante e deprimente determinata dalla ferrea disciplina imposta dal Generale Cadorna, entrato peraltro in guerra con un esercito già fiaccato dalla guerra di Libia ed equipaggiato in maniera inadeguata, fu rasserenata dopo che il Comando passò al Generale Diaz che aveva idee diverse e più moderne sul modo di condurre le operazioni.

Così, grazie anche all’intervento degli Alleati francesi, inglesi e americani avvenne il “miracolo” del Piave e di Vittorio Veneto. Gli Austriaci  che pregustavano ormai la gioia di arrivare trionfanti a Venezia, furono costretti ad una disastrosa ritirata risalendo “in disordine le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

 

(Articolo di Nevio Stefanutti per il Col Maòr n. 1 del 2013)

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