Montegàr

L’alpeggio consiste nella stagionale conduzione degli animali al pascolo in quota ed è una pratica “tradizionale”, cioè che è rimasta immutata nel corso dei secoli fino a pochi decenni fa. Oggi sta perdendo importanza rischiando addirittura di scomparire, ma, in passato l’alpeggio era ritenuto fondamentale per il sostentamento delle comunità agricole e la sua pratica coinvolgeva molti aspetti della vita   quotidiana delle popolazioni rurali.

La pratica dell’alpeggio veniva effettivamente svolta con metodi tradizionali fino agli anni ‘50/’60 e nella nostra provincia, dal Comelico al Grappa, esistevano centinaia di malghe private e pubbliche. Attualmente il numero si è assai assottigliato e ancor più esiguo è il numero di quelle in cui si svolgono ancora tutte le attività, (pascolo, mungitura, lavorazione del latte, stagionatura), non mancano invece, forse merito della nostalgia ma più probabilmente dell’attività turistica che funge da traino e degli incentivi Comunitari a disposizione, le intenzioni e le proposte per riportare in loco le tradizionali attività, ma con finalità economiche mutate rispetto al passato, (agriturismo, fattorie didattiche, ecc.).

La tradizione di spostare gli animali, conducendoli in estate, sui pascoli in quota, derivava dalla considerazione del fatto che  l’allevamento, pur fondamentale per l’economia rurale di allora, sottraeva inevitabilmente risorse di tempo e personale alle coltivazioni agricole.

Mandàr i bistian in montagna”, dunque consentiva ai contadini di potersi dedicare completamente alle operazioni di sfalcio dei  prati e alla cura dei seminativi, inoltre gli animali in malga per alcuni mesi si cibavano dell’erba dei pascoli evitando di intaccare la preziosa scorta di fieno aziendale faticosamente prodotta e conservata per l’inverno successivo.

Il carico della malga o della montagna (le due parole spesso si sovrappongono e sostituiscono nel medesimo significato così come i termini ad esse riferiti), o monticazione, avveniva di solito dopo la metà di giugno e benché la tradizione parli sempre di date fisse: a Sant’Antoni le pi base e a San Giovani su in alt (13 Giugno per le quelle a minor altitudine e 24 Giugno per quelle poste più in alto), la comunità prendeva
la propria decisione in base alla consistenza dell’erba ed alle condizioni meteorologiche.

Il giorno stabilito, all’alba, i proprietari affidavano al malghese incaricato per quell’anno alla conduzione della montagna, vache, mandevedèle, tutte con il proprio campanello o campanaccio e la rumorosa e non sempre ordinata “banda” prendeva la via dell’alpeggio, ingrossando sempre più le proprie fila man mano che venivano attraversate frazioni e paesi. Capitava anche che alcuni proprietari  accompagnassero di persona i propri animali fino alla malga e lì giunti li raccomandavano particolarmente ai pastori sottolineando l”affetto” che li legava ad essi. Tanta era la nostalgia per le proprie bestie che la maggior parte dei proprietari saliva ogni tanto in malga per rivederle ed accertarsi sulle loro condizioni di salute.

L’attività d’alpeggio cessava di norma ai primi di settembre, lo scarico, o demonticazione, avveniva in ogni caso prima del 21 di settembre, a  San Matìo (San Matteo). Alla consegna del bestiame ai rispettivi proprietari seguivano tutta una serie di contatti tra il malgaro e la comunità per le rese dei prodotti caseari.

Altre date particolari nella vita di malga erano quelle corrispondenti alle giornate della pesata del latte. In queste occasioni che avvenivano  all’inizio, metà e alla fine della stagione, si pesava il latte che ciascun animale produceva, per poi sapere quanto il conduttore della malga doveva al proprietario dell’animale. Di norma il conduttore tratteneva per sé circa 2 kg e mezzo di latte al dì per capo e riconosceva al proprietario della bestia parte del prodotto finito (burro, formaggio, ricotta). Per le vache sute, le mande e le vedele, dato che non  producevano latte, o si scontava una quantità di latte ad una vacca in lattazione dello stesso proprietario (1/4), oppure questo versava una cifra convenuta (da qui i detti: “se la vaca la ha lat, te me franca na vedèla”, oppure “in montagna tre tet a ti e un a mi”).

L’economia dell’alpeggio si basava sulla razionalità di un lavoro individuale ma coordinato e combinato. Quattro, cinque uomini al massimo   più un certo numero de bocie, costituivano la forza-lavoro della malga, insieme per tre mesi gestivano mandrie costituite spesso da cento e  più capi di bestiame.

Il casèr era il personaggio “chiave”; questa figura molto spesso era rappresentata dallo stesso malghèr, cioè dal  conduttore titolare della malga. Egli si occupava della produzione casearia ed era responsabile del buon andamento della casèra. Svegliava  tutti di buon mattino, impartiva gli ordini per la giornata, controllava i pastori, si intratteneva con chi giungeva da fuori, frequentemente si occupava anche della cucina. Le sue disposizioni ed i suoi ordini erano accettati ed eseguiti con premura, come pure i suoi consigli, in quanto era senza dubbio il più autorevole.

Il garzòn, o aiuto casèr, quasi sempre un ragazzone figlio di una famiglia numerosa e povera non impegnata nella stagione estiva nella vita di campagna, affiancava il casèr in tutte le sue faccende. Preparava quotidianamente la “tasa seca” (ramoscelli sottili e secchi di abete o larice, usati per accendere il fuoco) e la legna per la scota.

Il capovachèr era il responsabile della mandria in generale, a lui, in quanto più esperto, era affidata la cosiddetta “vòlta“, ossia la conduzione delle bestie al pascolo “turnato” (successive zone di pascolo), necessario questo perché potessero trovare sempre erba di buona qualità; in questo compito egli era aiutato dai vachèr a cui era affidata la sorveglianza delle vacche.

I paradori o bòcie si occupavano della custodia delle mande e delle vedèle conducendole a pascolare nelle zone più ripide e impervie, a differenza delle vacche da latte alle quali erano  riservate le aree più fertili e prossime alla malga (il campìgol). La custodia degli animali giovani, più veloci e spesso “indisciplinati”, costava non poca fatica a quei ragazzi, poco più di bambini, ma ciò nonostante, dalla bocca degli adulti usciva frequentemente la frase: curi ti a ciapàrghe la olta che te ha le gambe bone! (corri te a radunarle dato che hai le gambe giovani e svelte) e naturalmente si trattava di un ordine indiscutibile.

La giornata iniziava all’alba, quando il cielo rischiarava, il casèr svegliava i suoi uomini e tutti insieme si recavano nel stalòn ed iniziavano la mungitura.

Il lavoro durava due, tre ore e verso la fine qualcuno si recava in casèra per cuocere un’abbondante polenta, così verso le ore otto si radunavano per consumare la colazione, dopodichè si incamminavano al pascolo con il bestiame. Anche nelle giornate piovose i pastori  uscivano con le bestie; sulle spalle un mantellaccio, scarponi ferrati ed a tracolla una borsa di tela con dentro alcuni pezzi di formaggio e  fette di polenta per il pranzo e il sale, di cui gli animali erano avidissimi.

Verso le ore quindici facevano ritorno alla casèra, si rifocillavano un  po’, poi iniziavano la pulizia del stalòn e dei teàz o pendàne (ricoveri a tettoia aperta su tre lati). Pian piano gli animali che nel frattempo  avevano fatto la polsa (riposato) e rumigà (ruminato), si avvicinavano ai caseggiati, così verso le diciassette venivano radunati di nuovo all’interno per essere legati, e si ripeteva il rito serale della mungitura.

Ogni bestia adulta spontaneamente si avvicinava sempre allo stesso posto in stalla, per tutta la stagione e, molto spesso, anche nelle stagioni successive manteneva la posizione abituale. All’imbrunire veniva consumata la cena a base, manco a dirlo, di polenta e formai o polenta e lat, poi facevano un po’ di “filò“, si raccontavano vecchie leggende e tra na fumàda e na cantàda il malghèr discorreva con i suoi uomini impartendo loro disposizioni per la giornata seguente.

I ragazzi più giovani, quasi mai riuscivano ad assistere a queste discussioni in quanto prendeva sopravvento la stanchezza che derivava loro dalle tante ore di lavoro, dalle intemperie affrontate e dalla inevitabile nostalgia di  casa.

In malga tutti, a parte il casèr, dormivano su “daghe” sistemate nei soppalchi posti all’inizio della stalla, potendo, così sorvegliare le bestie anche durante la notte.

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