Niente polemiche, siamo Alpini.

E una preghiera (come La Preghiera dell’Alpino) non deve dividere. Un richiamo forte di don Sandro Capraro, già cappellano militare della Brigata Cadore.

Niente polemiche, siamo Alpini. E una preghiera non deve dividere. Un richiamo forte alla fratellanza e alla solidarietà è partito ieri dal 44. Raduno alpino al Bosco delle Penne Mozze.

È stata così in qualche modo firmata la pace con la Chiesa dopo le polemiche sull’opportunità di recitare la versione integrale della Preghiera dell’Alpino, che aveva urtato la sensibilità di qualche celebrante per quel richiamo alla forza delle armi. Angelo Biz, presidente della sezione Ana di Vittorio Veneto, così ha rimarcato e scandito in un silenzio quasi surreale, davanti a circa 1500 alpini accorsi al Bosco per l’occasione, la frase storica riportata nella preghiera: “… rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana”.

Sotto solo il sottofondo di «Va l’alpin», intonato dal Coro Ana sezionale. E per concludere l’ammonimento di monsignor Sandro Capraro, già cappellano militare della Brigata Cadore, congedato con il grado di generale: «Guai a chi si serve di una preghiera per creare disaccordo. Una preghiera non sia mai argomento per discussioni». Con buona pace di tutti e standing ovation delle penne nere.

Le disposizioni dell’Ana nazionale sono chiare per la recita della preghiera dell’alpino, e don Sandro Capraro non si è certo posto problemi, ieri, nella suggestione del memoriale di Cison di Valmarino. «Parlo da prete e da fratello alpino – ha concluso l’omelia don Capraro -. Guai a coloro che vogliono fare gli intellettuali o gli storici fuori tempo e fuori momento, che non si rendono conto che voi, in ogni tempo ed ogni momento della vostra storia, avete avuto la consapevolezza di avere Dio a fianco, e che le vostre armi sono quelle legate alla generosità e volontà di dedicarsi agli altri. Ora e come sulle montagne 100 anni fa. Guai a chi tocca la nostra storia di dedizione, amore e coinvolgimento con la sofferenza degli altri».

Nel suo intervento ufficiale il generale Renato Genovese, consigliere nazionale dell’Ana, ha sorvolato sulla polemica, rimarcando invece il ruolo degli Alpini oggi impegnati con tutta la comunità a tenere lontane le guerre. «Morti e sofferenze dei nostri padri e nonni non possono essere dimenticate. E queste croci devono farci memoria anche di coloro che sono morti dopo, quelli resi folli dalla guerra, dei mutilati, spesso tenuti nascosti. E restituire onore e dignità ai “decimati”, uccisi per una forma di punizione, di esempio, di inutile crudeltà».

(Dal Gazzettino del 7 Settembre 2015)

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