Non mi piggiano…

Il bell’articolo di Mario Dell’Eva sul Col Maòr n. 4 del 1965 per ricordare Antonio Cantore, Generale degli Alpini, Medaglia d’oro, nel cinquantenario della morte.

Comandante pericoloso.

“Copritevi, ragazzi! Basto io solo a morire per tutti!”
In questa frase è sintetizzata la vita di “papà” Cantore.

Dice di lui il Generale C. M. Danioni:

“”Molto si scrisse di lui, e qualcuno, pur esaltandone l’indomito valore di soldato e la grande capacità di Comandante, osservò che tanto in Libia quanto all’inizio del primo conflitto mondiale il nostro eroe aveva dato non poche prove di eccessiva temerarietà, un comandante pericoloso per le stesse truppe ai suoi ordini.

Niente di più inesatto: Cantore fu senza dubbio un inflessibile, direi un insensibile automa di fronte al dovere e all’onore, e mai ammise deviazioni di sorta, nè per gli altri ne per sè; e fu anche un fervente sostenitore della potenza dell’esempio; ma fu allo stesso tempo uno spirito aperto e pronto ad un’attenta, acuta analisi della situazione ed un impareggiabile psicologo della guerra.””.

La sua vita militare è costellata di tanti episodi ormai entrati nella leggenda, episodi semplici e curiosi. Sembrerebbero addirittura banali se ogni volta non fosse entrata in ballo la “ghirba”.
Continua il sempre citato autore.

“”Chi scrive ricorda che verso la metà del mese di giugno 1913, l’allora Colonnello Cantore, proveniente dalla Tripolitania, dove aveva accolto strepitosi successi, memorabile la battaglia di Assaba, giunse a Derna con tre battaglioni alpini per svolgere una difficile azione mirata, tra l’altro, a vendicare il noto eccidio di Sidi Garbàa, in cui aveva trovato gloriosa morte l’eroico Colonnello Maddalena.

Comandava quell’importante settore della Cirenaica un altro valorosissimo Generale Alpino, Tommaso Salsa, che pochi anni addietro aveva comandato a Verona il 6° Reggimento Alpini e successivamente la 3a Brigata Alpina.””

Cicchetto coi fiocchi

Alla vigilia dell’operazione per la dianzi detta conquista di Ettangi, il Generale Salsa convocò Cantore e gli disse senza mezzi termini: “Mi risulta che hai l’abitudine di prendere la mano ai tuoi superiori: ricordati che se oserai farlo con me, ti farò rimpatriare sull’istante!”.

In realtà Cantore, nel corso dei precedenti azioni, aveva perso per intere giornate ogni collegamento con i Comandi Supremi e persino con le unità laterali (allora non c’era la radio) ma in compenso aveva anche raggiunto con i soli suoi battaglioni, sfruttando il successo iniziale, l’obiettivo principale, ponendo ogni volta in fuga l’avversario terrorizzato.

Comunque sia, il severo monito del Generale Salsa determinò in lui un certo ritegno, che peraltro durò poco.

Per l’Operazione Ettangi la sua colonna doveva agire come ala aggirante nella montuosa ed infida regione di Brack Sada e del Bu Msafer.

Cantore sapeva che gli arabi si erano fortemente trincerati; sapeva che in Cirenaica, molto più che in Tripolitania, era necessario agire sul morale dell’avversario e incutergli subito rispetto e paura.

Postosi alla testa della colonna, si presentò ai ribelli con i battaglioni a file serrate, donde inevitabili perdite tra i suoi Alpini, ma poco dopo, dimenticando il tremendo avviso di Salsa e le unità operanti alla sua sinistra, si gettò con l’impeto e la baldanza di chi vola sicuro alla vittoria.

Il Battaglione Verona, che era agli ordini di un valoroso Alpino veronese, l’allora Maggiore Umberto Zamboni, salito poi al sommo dei gradi e degli onori, passò come una furia, guadagnandosi la sua prima Medaglia d’Argento al Valor Militare; e gli altri battaglioni, il “Tolmezzo”, il “Feltre “ed il “Vestone”, lo seguirono ruota, raggiungendo all’indomani, dopo aspri scontri, il ben munito campo di Ettangi.

Numerosi i ribelli uccisi o fatti prigionieri ed abbondante il bottino: armi e munizioni, di marca non soltanto turca. E, montagne di viveri, zucchero e thè, e persino due ospedali da campo con personale maschile e femminile della Croce Rossa inglese.

In luogo del minacciato rimpatrio al Colonnello Cantore venne concessa la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.””.

Nel 1914, rimpatriato dalla Libia, assunse il comando della 3a Brigata Alpina.

“”Si diede subito da fare per conoscere il terreno e la situazione in vista della nostra entrata in guerra, e all’alba del 24 maggio 1915, sceso dai Lessini, dove nella notte aveva ispezionato e parlato ai reparti alpini attestati al confine, partì in macchina con l’impeto del suo temperamento entrando, primo, nel paese austriaco di Vo-Sinistro (Val d’Adige),  accompagnato dal suo aiutante di campo, Maggiore Frattola, e da due ciclisti di scorta. Ed a Vo attese per una buona mezz’ora l’avanguardia della brigata di fanteria, finché, contrariato dal ritardo, la sollecitò con uno storico biglietto che diceva: – Avverto che mi trovo a Vo-Sinistro, seduto all’osteria che mangio pane e salame.-“”.

Non mi piggiano…

Anche ad Ala, conquistata soprattutto per il suo impeto ed ardimento personale, la morte era però sempre in agguato. E, sembrava voler continuamente scherzare con quell’indomito ligure che diceva nella sua parlata: “Non mi piggiano!”.

Sostava appunto in piazza ad Ala per dare ordini, mentre qua e là sibilavano ancora i colpi dei cecchini. Come se nulla fosse, era appoggiato ad una vetrina per esaminare una carta topografica, ma un secondo dopo che se ne era staccato, la vetrina cadde in frantumi, crivellata da una raffica di mitragliatrice.
“Non mi piggiano!”

Ma nel pomeriggio del 20 luglio 1915, alla Forcella di Fontana Nera, sulle Tofane, dopo aver detto stizzito ancora una volta all’Ufficiale che lo accompagnava e che gli raccomandava prudenza: “Silenzio, silenzio! Non mi piggiano!” Venne colpito in fronte da un colpo di ta-pum e cadde fulminato fra le braccia degli Alpini.

Sembra un racconto dalla prosa e dalla forma un po’ retorica, ma non è che la pura realtà.

Molti fatti, cui vi hanno partecipato gli Alpini, se raccontati a persone che non ci capiscono, sembrano gonfiati ad arte, sembrano distaccati e fuori dalla realtà. Ma è invece la pura e semplice verità.

L’Alpino compie le sue gesta con una tale semplicità di atti e di parole, che appaiono fuori dal comune, appunto perché troppo semplici.

Dem

(Articolo tratto dal Col Maòr n. 4 del 1965)

Ringraziamo per averci concesso di pubblicare la foto Giuseppe Ghedina ®

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