Il nostro 25 Aprile

Premetto. La festa della Liberazione non mi ha mai particolarmente riscaldato il cuore, vedendo in essa prevalere e permanere più la contrapposizione storica e politica fra “vincitori e vinti”, che una ricerca di pacificazione nazionale, sempre comunque nel rispetto della conoscenza di quanto accaduto nei terribili anni dal 1943-46 in cui la Resistenza contribuì a liberarci dalla dittatura fascista.

Nelle cerimonie le orazioni ufficiali vengono solitamente tenute da rappresentanti dell’ANPI; fino a qualche anno fa erano “partigiani” che avevano vissuto, combattuto e sofferto per i loro ideali e pertanto meritevoli del massimo rispetto.

Ma il tempo passa ed ora ci ritroviamo nell’ANPI persone che, fortunatamente per loro, non hanno vissuto gli orrori della guerra, ma che utilizzano il “fazzoletto rosso” per fare politica a “senso unico”, ben lontano dallo spirito con cui anche i loro padri avevano contribuito a scrivere la Costituzione repubblicana.

Ora direte cosa c’entra con gli alpini questa premessa.

Come associazione d’arma siamo invitati a presenziare col nostro gagliardetto alle cerimonie organizzate per l’occasione; anche quest’anno, immancabilmente, abbiamo assistito alle solite polemiche.

Premesso che nessun ci obbliga a presenziare, il 25 Aprile è comunque una Festa Nazionale e come tale va rispettata.

Nella storia di Salce e in particolare del Gruppo Alpini c’è la costruzione di un monumento ai Caduti della Seconda Guerra Mondiale che accomuna, come riportato testualmente nel verbale del luglio 1965 del Comitato Promotore, “I nomi di tutti i Caduti in guerra, i dispersi ed i caduti civili per cause di guerra, come risulta dagli elenchi ufficiali dell’anagrafe, del Distretto Militare, dell’Uffìcio Pensioni di Guerra, senza alcuna eccezione, senza alcuna ricerca causale.”.

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Dopo queste considerazioni intendo pertanto proporre al Consiglio Direttivo del Gruppo che il prossimo 25 Aprile il nostro simbolo renda omaggio ai Caduti e Dispersi della nostra comunità, ricordando ai giovani lo spirito con cui i nostri “veci” cinquant’anni fa misero in pratica quello che per alcuni (pochi) ancora oggi è inconcepibile: il rispetto delle idee di tutti.

Il capogruppo

(Articolo per il Col Maòr n. 2 del 2016)

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