Passò il treno e poi… …le bombe!

Avevo solo cinque anni eppure l’episodio che sto per raccontare e le sensazioni che ho provato in tale circostanza, mi sono rimasti indelebili nella mente.

Eravamo in piena 2^ Guerra Mondiale, durante l’occupazione nazista, uno dei periodi più bui della nostra storia, relativamente al secolo scorso.

Era il primo pomeriggio del giorno di Santo Stefano del 1944, giornata limpida e non molto fredda, nonostante l’inverno; la neve arrivò attorno al 20 gennaio successivo. Mi trovavo a valle delle case, ora di proprietà della famiglia Isotton, site in Chiaramada di Salce; dopo il sottopassaggio e il casello della ferrovia, vicino al declivio e al ripido sentiero che portava al Piave.

Il ponte ferroviario di Val di Siva, visto dal parco di Villa Pagani-Gaggia a Socchieva di San Fermo (Foto Ada De Vecchi Tamburlin)

I miei genitori erano scesi sul greto del fiume “Salet” a prendere delle fascine di legna. Mi avevano lasciato in quel posto perché godessi, il più possibile, il sole che la stagione offriva.

Ad un certo punto sentii un rumore lontano dalle parti di San Fermo, poi più niente. Dopo alcuni secondi ritornarono dei rumori più distinti, erano degli sbuffi e “zumzum”, e nonostante non l’avessi mai visto da vicino mi resi conto che si trattava di un treno che avanzava lentamente, forse sul ponte Val di Siva, che distava circa 800 metri. Poi di nuovo più niente.

Curioso raggiunsi di corsa la ferrovia, di fronte al casello, mentre all’improvviso uscì, dal tratto in trincea, la locomotiva a vapore che sbuffando e sferragliando si allontanò, trainando i vagoni merci verso Belluno, lasciandosi alle spalle una nuvola di fumo. Rimasi immobile per qualche minuto, col cuore in gola, per lo stupore misto a paura dovuto all’apparizione di quel “mostro d’acciaio”, poi lentamente tornai sui miei passi.

Mi ero appena seduto su una vecchia giacca, che mi serviva da cuscino, quando sentii un ronzio, proveniente dal Col Visentin, che si avvicinava sempre più.

Mi alzai e vidi degli aerei in fila (forse 5) che venivano verso di me. Rimasi piacevolmente sorpreso a vedere i cacciabombardieri angloamericani luccicare nel cielo. Improvvisamente il primo scese in picchiata verso la mia destra, poi sentii un boato.

In quel momento mia madre sbucò dal sentiero con una fascina sulle spalle che gettò subito a terra. Mi prese a cavalcioni sulla schiena e fece dietrofront, scendendo affannosamente per il “troi” scivolò andando a sbattere contro un albero ferendosi ad una coscia; io rimasi illeso.

Scoppiò la seconda bomba, molto vicino, cominciai a piangere, ero terrorizzato; mi feci la pipì addosso. Raggiungemmo, tuttavia, una cavità del terreno, dove già si era rifugiato mio padre, e rimanemmo lì tutti impauriti, per il frastuono e il pericolo di essere colpiti, fino alla fine del bombardamento.

I miei genitori si resero subito conto che il bersaglio era il ponte di Val di Siva, che non venne però colpito (fu l’unico tentativo). Mi ricordo di aver visto un aereo che, mentre riprendeva quota, aveva sul “ventre” un’apertura con due sportelli pendenti, da dove vennero sganciate delle bombe.

Fu una giornata, di 65 anni fa, densa di emozioni, vista con gli occhi e la sensibilità di un bambino.

A conferma dell’avvenimento di cui sopra riporto quanto segue, tratto dal diario del Comitato Provinciale Protezione Anti Aerea (bombardamenti degli alleati): «26 dicembre 1944. Sorvolo e sgancio bombe sul Ponte di Siva (Belluno) e Soracos, Salzan e Meano (S. Giustina): lievi danni».

 

Armando Dal Pont

 

(Dal Col Maòr n. 4 del 2009)

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