Il ponte sulla Val di Siva

Il ponte ferroviario sul Torrente Siva sta per compiere 100 anni

La ferrovia Treviso-Belluno venne inaugurata il 10 novembre 1886, dopo «30 anni di progetti, di incontri, di interventi e di lotte. Fu un giorno memorabile, era la festa del nobile e dell’artigiano, dell’adulto e del fanciullo, del campagnolo e del cittadino; in una parola e senza alcuna   eccezione, era la festa di tutti».

La prima vaporiera passa sul Ponte di Val di Siva

Così scriveva don Bruno Bersaglio nel suo libro “Il treno per le Valli del Bellunese”. Uno dei manufatti più imponenti e ammirati di detta ferrovia, era il ponte in acciaio che si trovava (e si trova tuttora, però ricostruito in calcestruzzo) nelle adiacenze del Parco di Villa Pagani-Gaggia a Socchieva di San Fermo, ora Parrocchia di Salce. Vale la pena di riportare quello che scrissero, in sintesi estrema ma efficiente, il Brentari e il Volpe nelle loro “Guide”, sul finire del 1800, relativamente al suddetto viadotto.

Ottone Brentari: «Partiti in treno dalla stazione di Sedico, si passa il Gresal su ponte a travata metallica di m. 48, quindi si entra fra alti argini a pendio, poi fra dossi erbosi. Si corre quindi sul grande viadotto sulla Valle di Siva, a travata metallica, diviso in tre campate, con due stilate (colonne) in ferro. La lunghezza complessiva del viadotto è di m. 120, l’altezza massima dal fondo della valle m. 47. Si lasciano poi a sinistra colli ondulati ed erbosi, ed a destra giù in basso, il Piave….».

Riccardo Volpe: «Dintorni di Belluno – Passeggiata al Ponte sul Siva (un’ora e mezza): per la strada nazionale feltrina si va fin oltre il quinto chilometro e poi volgendo a sinistra e passando di fianco alla bella Villeggiatura di Socchieva si giunge, attraverso i prati, alla Val Siva, dove esiste forse il più bel manufatto della nostra linea ferroviaria….».

Arrivò la 1^ Guerra Mondiale. Il 24.10.1917 avvenne la disfatta di Caporetto dell’Esercito Italiano e di conseguenza il nostro territorio venne invaso dagli austro-tedeschi. Per ovvie ragioni tutti i ponti della ferrovia vennero fatti saltare.

Quello che restava del ponte dopo che venne fatto saltare dagli artificieri

Riportiamo da giornali dell’epoca: «Belluno, 8.11.1917 – Intanto è partito l’ultimo treno, in aria girano i velivoli nemici, più di un eroe corre col letto in cantina – Feltre, alle 9 di  mattina di sabato 10 novembre, passa l’ultimo treno, poco dopo saltano i ponti della ferrovia».

Dopo il 4 novembre, finite le ostilità, s’iniziò a ricostruire quello che la guerra  aveva distrutto. Per prima cosa venne edificato un ponte provvisorio in legno sul Siva, a monte della ferrovia, che serviva a bypassare quello  distrutto, riattivando così la circolazione dei treni. A nord del viadotto da ricostruire, venne messa in opera la cosiddetta “stazionata”, che  era costituita da due baracche e da due binari morti, che servivano da base per lo scarico dei materiali. Per la realizzazione di queste opere  vennero impegnati anche i prigionieri di guerra e le donne dei dintorni.

Da “L’Amico de Popolo”, 5 aprile 1919: «Dopo un breve periodo d’incertezza si sono ripresi alacremente i lavori per l’attraversamento della Val di Siva lungo il nuovo tracciato (provvisorio). I prigionieri  lavorano nel fango e sotto la pioggia; è necessario, perché possano produrre ed anche per umanità, che vengano loro forniti viveri  abbondanti e indumenti di vestiario. Gli enti pubblici potrebbero agevolare i lavori concedendo ai prigionieri quanto manca a titolo di premio».

Ora riportiamo brevemente, per quanto riguarda il nuovo ponte in calcestruzzo, quanto scritto sul trattato “Ponti italiani in cemento armato”  (1934) degli ingg. Santarelli e Miozzi:

«La costruzione di questa opera fu assunta dalla “Società Odorico & C.” di Milano, nel maggio 1919. Trattasi di un viadotto a cinque arcate di m. 20 di corda, a tutto sesto con un piedritto di cm. 60, in gettata di calcestruzzo, con linea  architettonica molto sobria e snella. Tale viadotto fu costruito in sostituzione delle travate provvisorie in legno, con le quali gli Austriaci  avevano riattivato il traffico, sopra un vecchio ponte in ferro, fatto saltare dal nostro Esercito nella ritirata del novembre 1917. La lunghezza del manufatto, tra i bordi del parapetto, è di m. 145,80. L’altezza dal fondo del vallone al piano stradale è di circa 52 metri. L’esecuzione fu  fatta senza speciali ponti di servizio, sia per la costruzione delle spalle e pile che per il montaggio delle centine per gli archi. Provetti carpentieri, col trasporto aereo dei materiali mediante carrelli scorrevoli su filovia attraversante il vallone, montarono tutta l’armatura per il getto degli archi, e provvidero pure con simile sistema al disarmo. Le spalle e le pile vennero eseguite con paramento esterno di blocchi di cemento gettati fuori opera, ed il nucleo interno con gettata in posto, per modo che i blocchi di paramento esterno servissero da cassero. Due teleferiche lavorarono all’approvvigionamento della ghiaia prelevata dal  Piave».

Quest’ultima mansione venne affidata a sole donne. La costruzione del suddetto ponte si concluse celermente. L’apertura al traffico  avvenne nel settembre 1920, esattamente 90 anni fa.

Armando Dal Pont

(Articolo tratto dal Col Maòr n. 4 del 2010)

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